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Intervista ad Americo Mascarucci sul nuovo saggio “La Chiesa nella politica”

Redazione di Redazione, in Blog, Libri, del

Come nasce l’idea di scrivere questo saggio?

Ho pubblicato in precedenza, sempre con la casa editrice Historica, il libro La Rivoluzione di Papa Francesco – Come cambia la Chiesa da don Milani a Martin Lutero e quando lo presentavo nelle varie rassegne culturali, notavo che molte domande da parte del pubblico erano inerenti proprio al ruolo dei cattolici in politica. Da qui quindi l’idea di scrivere questo saggio, reso possibile grazie alla mia ostinazione nel voler conservare articoli di giornale, riviste, libri che, in qualche modo, mi hanno permesso di ricostruire gli anni che vanno dal 1993 ad oggi. Non sarebbe stato altrimenti possibile ricordare certe vicende specifiche che neanche internet è in grado di riportare più a galla.

Con la fine della DC e l’entrata in scena di Berlusconi, come cambiano i rapporti tra la Chiesa e la politica?

Berlusconi ha portato una grande rivoluzione nella politica italiana. Con la discesa in campo del leader di Forza Italia nulla è stato più come prima. La politica si è messa al passo con Berlusconi, non viceversa, lo ha seguito praticamente su tutto, sull’idea del partito-persona, sull’idea del leader che parla direttamente al popolo senza l’intermediazione dei partiti, sul suo essere tutto e il contrario di tutto, liberale, democristiano, conservatore, socialista riformista ecc. A un certo punto Berlusconi era riuscito a tenere insieme persino Formigoni e Pannella, tanto per far capire quanto fosse abile nel rappresentare tutte le diverse posizioni in campo. Ma l’avvento di Berlusconi ha anche portato a una contrapposizione senza precedenti, personalistica più che ideologica, tanto che a un certo punto l’avversione verso di lui si è trasformata in odio aperto. Il concetto di avversario è stato così sostituito da quello di nemico.  Per vent’anni l’Italia si è divisa in berlusconiani e anti-berlusconiani. Una contrapposizione che ha finito per riprodursi anche nel mondo cattolico e fra le stesse gerarchie, rimaste orfane della Democrazia Cristiana, costrette a fare i conti con una scomposizione del fronte cattolico senza precedenti. La Chiesa ha dunque sentito il bisogno di prendere in mano direttamente il rapporto con la politica. Ruini non agiva come presidente della Cei, ma prima ancora come ambasciatore di Giovanni Paolo II.

Può essere considerato ancora attuale lo schema del cardinale Ruini: unità dei cattolici sui valori ma non unità politica?

Non soltanto penso sia attuale, ma che sia l’unica opzione possibile. Tutti i tentativi di ricomporre l’unità politica dei cattolici sono miseramente naufragati. Ma la vera domanda di fondo oggi è: su cosa fondare questa unità? Il Popolo della Famiglia di Mario Adinolfi ha provato a individuare questo collante nella difesa dei temi etici, trasformando in partito la grande mobilitazione del Family Day contro la legge sulle unioni civili. La Democrazia Cristiana per cinquant’anni ha potuto campare di rendita grazie al “pericolo comunista”, ma va anche detto che la “Balena Bianca” non era un partito etico. Era votata perché garantiva con le sue politiche il ceto medio, le partite iva, i coltivatori diretti, i commercianti, gli artigiani, non perché fosse contraria ad aborto e divorzio. Anzi, paradossalmente le grandi sconfitte elettorali la DC le ha incassate proprio quando ha inseguito la Chiesa sulle battaglie valoriali, vedi appunto il referendum sul divorzio.

L’elezione di Papa Francesco sembra aver modificato profondamente l’andamento conservatore della Chiesa. La sua idea può essere considerata vincente, oppure questa apertura e volontà di convertire i “lontani” rischia di allontanare i credenti?

A me sembra che Papa Francesco stia creando un forte disorientamento nel mondo cattolico. Ciò che io considero molto grave da parte sua è di aver condotto la Chiesa sul terreno dello scontro politico diretto. In passato la politica si scontrava spesso con la Cei quando questa interveniva a criticare i governi, ma era Ruini a essere oggetto degli attacchi, non Giovanni Paolo II. Oggi invece la Chiesa è considerata a tutti gli effetti una specie di “partito politico”, una sorta di costola della sinistra globalista, con il papa che viene addirittura fischiato nelle piazze come avvenuto più volte durante i comizi della Lega. È francamente difficile comprendere e giustificare un papa che mentre attacca i sovranisti considerandoli quasi una sorta di male assoluto, benedice personalità come Emma Bonino elevandole a modello e dimenticando le battaglie laiciste e anticlericali da questa condotte per anni. E non è neanche comprensibile che si scomunichi un leader politico come Salvini che richiama le radici cristiane dei popoli e difende i simboli della fede soltanto perché è contro l’immigrazione; mentre nel contempo si esaltano quelli, come appunto la Bonino, che vorrebbero abolire l’otto per mille e accompagnano i malati terminali in Svizzera a suicidarsi.

Nel suo libro scrive che la Chiesa sembra aver dimenticato le sue radici. Lei ritiene che questo spaventi a tal punto da portare gli elettori cattolici a fidarsi più di un leader politico che intende “promuovere” i valori cristiani che della stessa istituzione religiosa?

Certo, mi pare evidente. Alle ultime elezioni europee da parte della Cei e dei principali media cattolici è stata intrapresa una vera e propria crociata contro Matteo Salvini, arrivando addirittura a sostenere che, chi votava Lega, non aveva il diritto di considerarsi cristiano. Nonostante ciò la Lega ha vinto e tutti i sondaggi confermano che, se si votasse oggi, il centrodestra sovranista vincerebbe le elezioni sfiorando il 50%. Questa Chiesa militante, che sembra giudicare i politici soltanto sulla base delle posizioni espresse in materia di accoglienza, non trova il gradimento della maggioranza dei cattolici, che non sono razzisti, ma consapevoli di come l’Italia non possa diventare il campo profughi d’Europa.

Secondo lei, rispetto al passato, quanto peso ha il definirsi cattolico nella politica italiana?

Oggi in politica definirsi cattolico temo non abbia più molto significato. Ho come l’impressione che serva unicamente a fini elettorali e nulla più. Lo dimostra anche il fatto che gli stessi politici che si dichiarano cattolici, poi alla prova dei fatti non hanno il coraggio di andare fino in fondo quando si tratta ad esempio di toccare degli argomenti scottanti come la legge sull’aborto o la Cirinnà. Perché alla fine andare contro certe lobby, come quelle laiciste o Lgbt, non conviene a nessuno. Meglio abbassare i toni e mostrarsi tolleranti. Non a caso proprio sulle unioni civili, né Salvini, né la Meloni, né nessun altro leader politico cattolico ha avuto il coraggio di schierarsi nettamente per l’abolizione della Cirinnà.

Ad oggi, i cattolici sono una categoria politica?

I cattolici oggi non sono una categoria politica per il fatto che, anche l’unione valoriale nella pluralità che era tanto cara al cardinale Ruini, è sempre più secondaria rispetto all’appartenenza politica. Difficile trovare un politico cattolico, di qualsiasi partito, capace di andare contro le direttive del proprio leader per essere coerente con la propria coscienza. E si percepisce anche una certa rassegnazione circa l’incapacità di poter ostacolare o bloccare le derive laiciste in atto nella società. Dalle unioni civili al fine vita la risposta è sempre la stessa: «Ormai il mondo va così, che possiamo fare?».

È ancora possibile un dialogo tra la Chiesa italiana e la nuova classe politica?

Il dialogo è sempre possibile se a volerlo è la Chiesa. Certo, se si continua a considerare una parte della politica italiana come il male assoluto soltanto perché non si adegua alla posizione ufficiale della Cei in materia di immigrazione e si lanciano anatemi e scomuniche addirittura contro chi vota certi partiti o certi leader, credo proprio che il dialogo diventi nei fatti impossibile.

Redazione

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