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Chiara Ferragni – Unposted, riflessione allargata su un film poco inedito

Avatar di Marco Magalini, in Cinema, del

“Chiara Ferragni — Unposted” è un documentario che racconta in modo schietto le dinamiche, di vita e lavoro ormai del tutto congiunte, che stanno dietro a Chiara Ferragni. Accompagnando a braccetto i suoi seguaci per ricordar loro come funziona la sua (a loro già arcinota) vita; e spiegando a tutti gli altri, quelli a lei meno connessi, qualcosa in più sul suo mondo. Il titolo (unposted = inedito) crea una falsa aspettativa, perché ti fa pensare che in sala verrà prima o poi rivelato qualcosa di nuovo, di ancora sconosciuto. Un po’ come capita in quei film biografici su personaggi magni, dei quali si pensa erroneamente di sapere tutto, e invece ne esce un lato inedito e interessante. Qui invece le uniche due cose (parzialmente) inedite riguardano una serie di girati amatoriali della sua infanzia, fatti dalla madre, e le dinamiche societarie con il suo partner, minuziosamente descritto come uno stronzo (faranno come Eamon e la sua ex, con la battaglia di singoli?).

Ai fan viene ricordato, in stile moviola, ciò che già sanno, perché tutto il resto era già noto – gli episodi, i fotogrammi, i video-selfie, i discorsi erano già stati pubblicati da CF sui suoi account – e quindi la domanda è: CF sta omettendo qualcos’altro sulla sua vita personale (sarebbe più che normale) o non c’è proprio altro da dire? Resta il fatto che il film ha riunito in un happening reale tutta (o quasi) la sua community virtuale che, pagando un biglietto, dimostra sia che c’è ancora un forte interesse nei confronti dei suoi contenuti, sia palesa la portata del nuovo modello mediatico digitale del quale lei è la regina indiscussa.

CF nel documentario si toglie anche un secondo sassolino dalla scarpa (oltre a quello sul fidanzato/socio), mostrando come la società reale delle più influenti persone della moda, che inizialmente la snobbavano, le abbia ora ufficialmente e pubblicamente riconosciuto il merito di aver cambiato per sempre le dinamiche del mondo della comunicazione.

Il merito del cambiamento è indiscusso, ma cambiamento non significa necessariamente miglioramento. Aver avvicinato i brand ai suoi clienti (fatto che tutti i brand le riconoscono) è un vantaggio commerciale enorme per i marchi stessi, e uno snellimento del sistema. Ma, se ragioniamo allargando il sistema, siamo davvero sicuri che quell’equilibrato “sistema di garanzia” composto da esperti (altri stilisti, giornalisti, grandi buyer, piccoli buyer, critici, curatori, clienti che sapevano riconoscere la qualità) possa essere vantaggiosamente rimpiazzato da un esercito di “promotori” (anche nel film si parla di CF come un mezzo di marketing usato dai brand al pari di una pagina pubblicitaria), sebbene siano perfettissimi e influentissimi? Quello che discuto non è il suo talento, la sua lungimiranza, la sua capacità, ma il modello commerciale che si va fortificando.

Lancio una provocazione: anche i dittatori sono persone influentissime, con tantissimo seguito, hanno un legame diretto con il popolo, e indirizzano le masse. E semplificano il processo decisionale bypassando gli “apparentemente superflui” organi di garanzia (partiti, parlamento, stampa, critici, curatori). Ma non è detto che solo perché questo sistema funziona, sia giusto e meritevole.

CF è una delle imprenditrici di maggior successo in scala globale, che influenza – in vari modi, tanti quanti i suoi business – i consumi di milioni di seguaci (questo il curioso termine proposto dai social), tramite la sua rete. E, per farlo, si fa pagare caro. Certo, le logiche commerciali vincono sempre, e hanno il merito di creare posti di lavoro e solleticare le menti creative degli addetti ai lavori, che hanno scoperchiato un gigantesco vaso di pandora tutto da esplorare. Ma una riflessione di senso sul dove stiamo andando, e su quale strada ci stiamo mettendo, è d’obbligo. Il ROI (Return On Investment) è una necessità sempre esistita, che riguarda tutte le aziende. E oggi un dovere sempre più pressante per qualunque progetto imprenditoriale. Quindi ben vengano canali di promozione, come il suo, che ne velocizzino il processo. E ben venga chi se li è inventati. Lei grazie ai suoi suggerimenti (di classe, ben confezionati, selezionati con cura) spinge le sue “amiche” a comprare questo o quel prodotto. Poco male, la pubblicità è sempre esistita ed è ciò di cui mi occupo anche io.

Lei è sicuramente competente, preparata, capace, una vera professionista, una luminare, una critica di spessore. Ma lei non è che un caso raro, lei ha inventato un nuovo modello che, applicato a molti dei suoi colleghi, rischia di diventare fuori controllo. Una deriva che trasforma l’influenza in merito. Il “sapere come influenzare” in “sapere cosa fare”. È una strada che sarà vincente per i brand anche nel lungo periodo?

Ma lasciando un attimo da parte la questione del business of fashion.

CF, e la compagine di blogger, non è però solo un freddo mezzo commerciale, né solo una imprenditrice che ha creato impiego. Riesce a influenzare perché si è trasformata in una credibile amica 2.0. La sua rivoluzione ci fa capire che in questa società contemporanea – costellata da comportamenti mordi e fuggi, schemi binari, scelte semplici e impulsive, necessità di avere sempre voce e a prescindere, e essere governati da qualcuno che ti risolve questioni contingenti, al diavolo la strategia a lungo termine – lateva la necessità di un modello più inclusivo, semplice, diretto, immediato, meno sottile. La moda come espressione del proprio io, la moda come strumento di ribellione, concetti superati. Georg Simmel dovrebbe aggiornarsi: tra i seguaci vince il bisogno di conformità, a discapito del bisogno di distinguersi. Il desiderio contraddittorio di essere parte di un gruppo sembra prevalere sulla voglia di stare fuori dal clan affermando la propria individualità. Anche in fatto di stile, la community vuole dei punti di riferimento semplici, molto più semplici dei grandi uomini politici, delle loro impegnate socialmente first women, dei grandi artisti, musicisti o cantanti.

La sala stracolma di fan sfegatati, che forse non mettevano piede in un cinema da anni, è la spiegazione: le persone sono curiose, e vogliono prendere a modello una figura a loro vicina, che le saluta guardandole negli occhi (anche se tramite uno schermo), che cerca in loro un consiglio (anche se tramite un questionario appiccicato sulle IG Stories), una spalla su cui piangere. E per far questo lo spessore e il talento non sono necessari. Vogliono essere considerate non per i meriti che si sono conquistate, ma per il sol fatto di essere fedeli. CF, come influenzatrice e ora “modello”, si trova quindi una responsabilità enorme sulle sue spalle (che grazie al film sembrano ora più larghe) perché tutte queste persone cercano ora in lei qualcosa di ben più grande del consiglio di stile: cercano risposte, conferme, comprensione, empatia. E le cercano non come individui singoli, ma come membri di una comunità di gente che neanche si conosce. Di profili senza volto.

Il film parla di valori assoluti che spero siano – o siano diventati col tempo – il vero motivo per cui CF è seguita dai suoi milioni di follower (ma il film non ne parla troppo): imprenditorialità, sacrifici, forza interiore, credere in se stessi, coraggio, amicizia, amore. Tutte dinamiche che ci ritroviamo a vivere ogni giorno nella vita reale. E forse in questa società, sempre più virtuale, sono temi di cui si parla sempre meno, perché lontani e apparentemente superati. Temi dei quali molti genitori non parlano più a cena seduti attorno ad un unico tavolo con televisore rigorosamente spento, e che non vengono quasi mai affrontati tra amici, in quanto delegati a psicoterapeuti professionisti.

Lei dice che oltre al bisogno fisico di rivelazione, oramai naturale, c’è anche il desiderio di essere d’esempio alle sue fan (per far loro capire che nella sua vita ci sono anche delle difficoltà). Un’altra responsabilità che si accolla, demandata a una (in fondo sconosciuta) amica online. Che racconta se stessa e consiglia, senza però riuscire ad ascoltare.

Forse è questo il suo merito “alto”, che col tempo si è ritrovata tra le mani: mostrare (sfruttando un mezzo digitale) i valori e le dinamiche di una vita reale, “semplice”, spingendo le persone a viversela davvero, in prima persona. Influenzandole positivamente. E forse le “stories”, i post e le condivisioni sono diventati un incentivo a fare delle cose, a incontrare degli amici, a curare il proprio aspetto, a visitare un museo. Non tanto per il benessere personale di per sé, ma per il benessere che si prova nella condivisione. Perché tanto impegno, se tanto nessuno poi mi vede? E allora, condividi!

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Marco Magalini


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