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Pasqua: la metamorfosi del simbolo tra realismo e “beat”

di Redazione Milano, in Letteratura, del

Da Tolstoj a Pasolini, alla Beat Generation, sino ad arrivare al romanzo postmoderno, la Pasqua è onnipresente nelle riprese e nelle pagine della nostra cultura cinematografica e letteraria: è il simbolo più antico di rinascita, salvezza, rigenerazione; e per questo non può non prestarsi a molteplici impieghi, che dalle atmosfere del realismo (pasoliniano o anche magico alla Ginzburg), trascolora nei toni fluidi e dispersi dei romanzi di William Faulkner, per poi sciogliersi nello stream of consciousness dei romanzi postmoderni alla David Foster Wallace: dandosi come emissione diretta di simboli, senza mediazioni culturali di tipo storicistico o religioso, irradiazione che emerge brillantemente nelle pagine dell’autore cyberpunk Philip K. Dick, dove la salvazione, la speranza, il Salvatore incarnato in un vero e proprio personaggio, sono comete in grado di relazionarsi con tossicodipendenti e prostitute, dove il simbolo fa parte della marea di “beat” elettronici e naufraga insieme ai naufraganti.

Atmosfere ben distanti perciò dalle piccole chiesette di campagna a cui siamo abituati sin dai telefilm della nostra infanzia: le nonne, i libretti della messa, i pastori, i bambini che fremono affinché tutto presto finisca e possano andare a correre con i loro amichetti in giardino.

In Dostoevskij “L’Idiota” è il romanzo che più di tutti ha ascendenza biblica, si ricollega al Vangelo per linea diretta: il protagonista, il puro ed innocente eppure caparbio principe Myskin, di nuovo è figura Christi, e di nuovo la portata dell’apparato religioso è presente ma non ingerente, è un pretesto, un pretesto per parlare delle cose terrene, di psicologia, è un simbolo che del religioso non fa soltanto quell’insieme di riti che scandiscono tempi e spazi, ma lo trascende per alludere ad una condizione umana generale: eppure non lo tradisce, non travisa il Religioso.

Della trasfigurazione cinematografica è invece Pasolini uno dei maggiori precursori: colui che per primo usa le rughe dei vecchi, e ancor meglio, dei vecchi che non sono attori professionisti, ma persone del popolo, per parlare del Vangelo e della Pasqua, della rinascita, del riscatto morale e sociale, dell’innocenza perduta, della luce assopita degli occhi: il suo Cristo è un Cristo incarnato, e l’incarnazione è nella pellicola, sotto gli occhi di tutti.

William Faulkner fa un’operazione similare, autore scafato della Beat Generation, uno di quei buontemponi che si radunavano al bar con Jack Kerouac, Allen Ginsberg, John Steinbeck e a ruota tutti gli altri; circolo di veri e propri amici con la passione delle donne, dell’alcol, delle giacche di pelle logore e “vissute”. Un tipo del genere usa la Pasqua nella sua opera più famosa, che lo renderà celebre agli occhi di tutto il panorama letterario: L’urlo e il Furore(The sound and Fury), in cui ben tre delle quattro parti in cui è suddiviso il romanzo sono ambientate in periodo pasquale: dove la sinfonia delle parti raccordate sono slegate per l’impiego dei quattro diversi punti di vista, eppure appunto si inseguono in un’armonia d’ascendenza pitagorica, e questa risuona con le parole del Cristo, nella voce del fratello ritardato che pilota una delle parti del romanzo.

Così nel Neuromante di William Gibson o nella Trilogia di Valis di Philip K. Dick, il religioso è follia, la mania delle Baccanti, il furore dionisiaco, la de-mentia che dal di fuori ti coglie e ti coglie impreparato in un rapsodico stordimento. Declinato però in allucinazione, droghe psichedeliche, visioni; l’universo cyberpunk è il mondo di una perversa perdizione che del “sregolarsi di tutti i sensi” rimbaudiano ha fatto regola e legge del proprio sviluppo interno, in cui l’informazione che sta a governo, si trasmette da un chip all’altro, da innesto ad innesto, da interfaccia neurale ad altra interfaccia neurale, da complesso sinaptico ad altro complesso sinaptico; senza la mediazione di una misurata regolazione, di un discernimento. E Qui si innesta il protagonista di Dick, Horselover Fat, rivisitazione dell’etimo greco del nome dell’autore, follia di un personaggio che rispecchia le psicosi del proprio scrittore, pazzo che si dice un Illuminato, che fonda ex novo una complessa filosofia neoplatonica onnicomprensiva del sapere, e passa le giornate a leggere le lettere di Paolo.

Da qui capiamo come il medium non è medium meramente religioso; capiamo la potenza del simbolo e la sua trasposizione nell’arte, nella letteratura, nel cinema: un filosofo ha scritto che il religioso è stato per l’arte “liberazione delle forme”; espressione di quello che sarebbe stato condannato a rimanere inespresso, se chiuso entro i vincoli della realtà concreta, ragionevole, vicina. E allora accogliamo quest’insegnamento e il simbolo pasquale in tutta l’ampiezza della sua portata simbolica.

Valentina Nicole Savino

Redazione Milano


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