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La difesa della cultura: esce in Italia un saggio inedito di Yukio Mishima

Redazione di Redazione, in Letteratura, del

Per Idrovolante edizioni è uscita nel 2020 in una collana di preziosi volumi sul Giappone l’opera “La difesa della cultura” di Yukio Mishima, totalmente inedita in Italia. Il libro è acquistabile attraverso questo link.

Le caratteristiche nazionali della cultura giapponese

L’idea di una cultura universale, o di una cultura del genere umano, è già di per sé assai discutibile per la sua astrattezza. 

Nel caso del Giappone, poi, un Paese con una specificità, una storia, una posizione geografica, un ambiente naturale tutti suoi, la comprensione delle peculiarità nazionali della sua cultura riveste una importanza particolare.

In primo luogo essa, anche se risulta essere un oggetto, nella sua dimensione vivente non equivale ad oggetti né tantomeno a uno spirito nazionale immateriale preesistente a qualsiasi manifestazione. 

Si tratta di una “forma”, una sorta di corpo cristallino trasparente attraverso il quale questo spirito si palesa e, per quanto possano essere opache le configurazioni che essa assume, possiamo dire che già come forma possegga un grado di trasparenza tale da farne trapelare l’anima. 

Pertanto, essa abbraccia non solo le cosiddette opere d’arte, ma anche l’agire e i modelli di azione. 

La cultura comprende una qualsiasi forma gestuale esemplare del teatro Nō, fino ad arrivare all’atto di uno degli ufficiali della marina imperiale caduto in guerra che va all’assalto su di un siluro a lenta corsa in una notte di luna sul mare della Nuova Guinea, con la sua spada giapponese in mano, come riportano ancora i testamenti degli assaltatori del corpo dei kamikaze. Dal Racconto di Genji ai romanzi contemporanei, dalla poesia del Manyōshū ai componimenti di avanguardia di tradizione tanka, dai Buddha del tempio Chūsonji alla scultura di oggi, dall’arte dei fiori e dalla cerimonia del tè fino al kendō e al jūdō; e ancora dal teatro Kabuki fino ai film di samurai, dallo Zen fino alle regole della disciplina militare, essa denota quella forma che lascia trasparire ciò che è “giapponese”, abbracciando tutti e due gli aspetti del “crisantemo” e della “spada”. E la letteratura, per il suo uso della lingua giapponese, è un elemento importante nel plasmare la cultura in quanto forma.  

È sbagliato limitarsi a mettere in luce la dimensione statica della cultura giapponese ignorandone quella dinamica.

Essa possiede una tradizione peculiare che trasforma gli stessi modelli di azione in opere d’arte. Caratteristico del Giappone è che le arti marziali appartengano al medesimo genere artistico della cerimonia del tè e della disposizione dei fiori, una tipologia di opere che in breve volgere di tempo nascono, rimangono in vita e poi scompaiono. 

Il Bushidō, la Via del Samurai, è un sistema di questo tipo, un’estetica della morale oppure un’etica della bellezza, dove modo di vivere e arte coincidono. I movimenti formalizzati, o kata, che tanta importanza hanno nelle arti teatrali, traggono origine dal Nō e dal Kabuki. Concepiti all’origine come un metodo per la trasmissione dell’arte, quel metodo costituisce di per sé una forma che stimola l’autonomia creatrice nella sua libertà. Forma che chiama forma, forma che non cessa mai di richiamare in gioco la libertà, questa è la caratteristica delle arti teatrali del Giappone, e pure nel romanzo moderno, che a prima vista sembrerebbe il genere che più spazio concede alla libertà, dal naturalismo in poi lo sforzo di volta in volta diretto a plasmare la sua forma di romanzo, anche se inconsciamente, è stato di gran lunga superiore a quello diretto al contenuto di pensiero.  

In secondo luogo, poi, la cultura giapponese non possiede in sé la distinzione tra originale e copia. In Europa la cultura in termini di oggetti viene realizzata in buona parte con la pietra, in Giappone con il legno. La distruzione dell’originale è definitiva, e questo non può essere ricreato. 

Quindi, Parigi fu consegnata al nemico come abbiamo detto perché a quel punto quella cultura avrebbe cessato di esistere. 

Tuttavia, fino a quando si è iniziata a pianificare attivamente la tutela degli oggetti culturali grazie al “culturalismo” moderno, questa era affidata all’arbitrio più completo, in Europa come in Giappone. Se consideriamo le guerre o gli incendi del passato, l’unica conclusione da trarre è che la loro sopravvivenza sia dovuta solo al caso, lungi dall’essere il risultato di una scelta degli esempi migliori operata nel corso della storia. Le più illustri sculture greche di Prassitele probabilmente riposano ancora oggi sul fondo del Mediterraneo.

Le arti figurative giapponesi, basate su una cultura del legno e della carta, in confronto hanno subìto nel passato una sorte ancora più estrema. Il patrimonio culturale andato perduto a causa dei conflitti dell’era Ōnin è sconfinato, e i templi e santuari di Kyoto sopravvissuti agli incendi furono all’epoca solo rari casi fortunati.

Una delle ragioni dell’insistenza relativamente rara su una cultura rappresentata da oggetti e del caratteristico trasferimento delle forme culturali verso modelli di azione, i quali per loro natura scompaiono, va ricercata anche nell’uso di quei materiali. Con essi non solo la distruzione dell’originale non è una distruzione assoluta, ma non si crea neanche un divario decisivo nel valore di originale e copia.

L’esempio più notevole di ciò lo si può vedere nella ricostruzione periodica del Santuario di Ise. Esso è stato rifatto ogni venti anni cinquantanove volte, a partire dall’epoca dell’imperatrice Jitō. Lì, gli edifici ogni volta nuovi rappresentano l’originale, ed essi scompaiono ogni volta consegnando la propria vita di originale alla copia, che diventa così essa stessa originale. In confronto allo svantaggio di cui soffre la scultura della Grecia classica, affidata in buona parte a copie di epoca romana, risulta chiara l’eccezionalità della concezione della cultura che quelle ricostruzioni rappresentano. Questa concezione rimane centrale ancora oggi, radicata nell’animo di noi giapponesi, come si vede ad esempio nelle arti della poesia classica, con la pratica della honkadori, la ripetizione di componimenti precedenti in nuovi contesti.

Come dirò dopo, tale peculiarità la si ritrova nell’Istituto imperiale, in quanto il sovrano di ogni generazione è appunto egli stesso sovrano, e non è in rapporto con la Dea del Sole Amaterasu come fossero originale e copia. 

In terzo luogo, infine, la cultura giapponese così creata prevede la libertà per il soggetto creatore, e proprio attraverso la trasmissione dei suoi modelli incoraggia l’attività di quest’ultimo, la quale ne costituisce la sorgente. Ciò sta alla base di una concezione della cultura che comprende oltre alle opere d’arte anche gli atti e la dimensione vitale. Se da qualche parte viene interrotto il legame con quella sorgente – il soggetto creatore libero, con i suoi tratti nazionali – è logico che la cultura si inaridisca: la continuità della sua vita (l’accettazione integrale di essa) è incompatibile per sua natura con la nozione di uno sviluppo o progresso dialettico. 

Infatti, il soggetto creatore, al di là dei vincoli del contesto storico, a volte in secondo piano e a volte con partecipazione entusiasta, dovrebbe contribuire alla costruzione di una storia culturale unitaria informata allo spirito nazionale (e non basata su una lista di opere tramandate per caso).

Redazione

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