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Il Console Marco Villani racconta “La bolla d’aria”

Avatar di Redazione Milano, in Interviste, Letteratura, Libri, Recensioni, del

Da dove nasce l’idea di questo romanzo?

Ho iniziato a scrivere questo libro a Tunisi dove arrivai nell’aprile del 2000 per la seconda missione della mia carriera, raccogliendo stati d’animo, mescolando luoghi, sensazioni e pura immaginazione.

Ne è emersa una storia d’amore e un percorso introspettivo intriso di leggenda e fascino di un mondo a volte poco conosciuto e inesplorato.

Dopo più di dieci anni, un po’ per gioco, su incoraggiamento di un collega e amico e dell’editore Francesco Giubilei, è venuto alla luce questo romanzo che spazia dalla Tunisia alla Libia all’Algeria, trasfigurando immagini reali con l’aiuto della più grande risorsa che possediamo: la fantasia. L’incontro con la magia di Koubet el Haoua e il suo significato allegorico mi hanno offerto lo spunto per materializzare la bolla d’aria.

Che cos’è Koubet el Haoua? Che significato ha per la crescita interiore del protagonista?

Koubet el Haoua, che in arabo vuol dire proprio la bolla d’aria, è una vecchia residenza del Bey, che si trova a La Marsa, tra Gammarth e Sidi Bou Said, non troppo distante neanche da Cartagine. Una specie di grande palafitta sul mare, più volte trasformata ma che ha sempre mantenuto il suo fascino e il suo mistero.

Luc, il protagonista del mio romanzo, aveva sempre vissuto nel suo microcosmo, schermandosi da tutto, aveva trovato protezione in una sua personale bolla d’aria, fino a quando non scopre Koubet el Haoua. In quel luogo incantato incontra una passione inaspettata pur ricercata con grande travaglio interiore. Lì lascia andare la sua anima, scoprendo che è anche capace di perdersi.

Partendo da Tunisi, inizierà una ricerca di sé stesso che lo accompagnerà avventurosamente da Cartagine a Gabes, alle isole Kherkhenna, da Nalut ad Abalessa (passando per la Libia e l’Algeria), attraversando percorsi impervi e il deserto, incontrando mercanti, spie, soldati, terroristi, nomadi e i mitici uomini blu.

Sullo sfondo di una Tunisia intensa e affascinante inizia pian piano a esternare sentimenti che aveva sempre represso. Luc prova per questa terra impulsi contrastanti, dall’indifferenza all’attrazione, che lo portano gradualmente ad amarla, senza ammetterlo neanche a se stesso. La dicotomia si insinua in lui profondamente ed emergono al contempo ansie e paure e il travolgente bisogno di provare intimità con le donne che incontra e che si aprono a lui.

Lei ha vissuto in Tunisia dal 2000 al 2004. Qual è il ricordo più piacevole di questo periodo?

Sul piano personale sono molti i ricordi piacevoli e sono tutti legati alla condivisione della vita familiare nella mia residenza di Cartagine, immersa in un paesaggio incantevole vicino ai porti punici, dove ho avuto il piacere di avere come ospiti tantissimi amici e ritagliarmi la mia personale bolla d’aria. Naturalmente anche l’opportunità di vivere e poter viaggiare all’interno di un Paese così diverso dal nostro e di apprezzarne la grande bellezza è stato per me qualcosa che mi ha profondamente coinvolto e che mi è rimasto dentro e spero che tutto questo emerga dalle descrizioni di paesaggi e della realtà locale che ho cercato di raccontare nel mio romanzo. Sul piano professionale, vedere una Tunisia in crescita, tollerante e aperta ai valori occidentali, nonostante il potere esercitato in modo autoritario dal Presidente Ben Ali, è stata per me una sorpresa che mi ha fatto guardare a questo Paese, e soprattutto allo spirito giovane del suo popolo, con grande fiducia.

Quanto della sua esperienza di rappresentanza in Tunisia c’è nel personaggio di Luc?

La carriera diplomatica è un imprinting che ti forgia per sempre. Luc è un diplomatico francese, che ha gli stessi valori che mi appartengono come diplomatico: il senso dello Stato, l’attaccamento alla patria, la capacità di analisi delle situazioni in cui si è trovato a operare e la curiosità intellettuale che è spesso alla base dell’attività che siamo chiamati a svolgere all’estero. Anche lui, come me, ha seguito in quel Paese dossier di tipo economico e commerciale. Sicuramente il côté professionale ci accomuna e in lui ho riversato alcuni aspetti del modus operandi che ha caratterizzato la mia esperienza di rappresentanza in Tunisia.

Il protagonista del suo libro si ritrova coinvolto suo malgrado nei prodromi della rivoluzione dei gelsomini. Lei è stato in Tunisia anni prima di questi sviluppi, ma le è capitato di assistere a eventi simili?

Il periodo in cui ho vissuto in Tunisia è stato infatti prodromico agli eventi che hanno portato alla rivoluzione dei gelsomini. La Tunisia era ed è tuttora un Paese amico e strategico nel quadro della nostra politica estera, ma anche di Paesi europei come la Francia e altri.

La ricerca di un legame con l’Europa era un vanto. Tunisi aveva fatto una scelta fondamentale che era quella dell’Accordo di associazione con l’Unione Europea, primo Paese del Maghreb ad aver avviato questo percorso.

Ben Ali aveva inoltre sconfitto in patria ogni sentimento integralista e gli oppositori erano fuggiti in Francia e nel Regno Unito. Era riuscito a creare le condizioni attrattive per investimenti e per turisti valorizzando direi “all’occidentale” le bellezze storiche e naturalistiche del suo Paese.

Insomma una Tunisia che cresceva sotto il suo controllo, che esercitava con il pugno di ferro e senza scrupoli, a tutto svantaggio dei diritti umani, di cui non si poteva parlare. Anche la stampa veniva abilmente imbavagliata dall’ATCE, l’Agenzia Tunisina per la Comunicazione Esterna.

Ma tutto questo sistema basato sul potere e il denaro concentrati tutti nelle mani sue e delle famiglie a lui vicine, cominciarono ad affamare in misura crescente gli strati più deboli della popolazione già depressa, soprattutto al Sud. E questo grande disagio, in quel periodo, iniziò a serpeggiare e a coinvolgere anche la borghesia che cominciò a creare un movimento di pensiero critico al regime. Nei contatti che ho avuto con ambienti economici, alcuni cominciarono ad aprirsi e ad affrontare il sistema. I sindacati furono tra i primi a manifestare apertamente e ci furono alcuni focolai di protesta spesso repressi dalla polizia. Ma qualche tempo dopo, fu il famoso discorso di Obama all’Università di al-Azhar al Cairo a dare un colpo di grazia ai sistemi autoritari nel mondo arabo e la Tunisia il primo Paese a coglierne concretamente il messaggio.

Nel suo libro ci sono molte donne forti, combattenti: si è ispirato a un modello reale per rappresentarle?

Le donne in Tunisia sono state sempre molto importanti e lo sono tuttora nelle dinamiche del Paese. Dalla conoscenza di quel mondo femminile ho sicuramente attinto, dalla cultura dell’hammam alla leggenda di Tin Hinan. La fantasia ha fatto il resto. Le donne che il protagonista incontra rappresentano nel loro essere diverse un unicum: la donna perfetta, che ha tutte le “qualità” che lui vede racchiuse nella sola donna che ha veramente amato e sublimato, e che vorrebbe fossero da lei espresse al massimo. Ognuna di queste donne ha delle caratteristiche che esaltano qualità amate dal protagonista e che si svelano di pari passo con la sua crescita interiore.

Quanta difficoltà ha incontrato a conciliare il suo incarico di diplomatico con la stesura di questo romanzo?

Scrivere è anche dare qualcosa a se stessi. Lo fai quando senti il bisogno; per dirla alla Luc “lasciare un’impronta è come accompagnare un gesto che non può essere diverso. È come scegliere il percorso lasciando andare i desideri, così come tutto scorre”. Io scrivo quando ho bisogno di trovare una direzione e questo avviene ed è avvenuto nei momenti lontani dalla frenesia del lavoro di diplomatico, che soprattutto all’estero è avvolgente e ti lascia poco spazio personale. Forse anche per questo il mio romanzo ha avuto una lunghissima gestazione.

Nella sua carriera lei ha viaggiato molto e ora si trova a Londra in qualità di Console Generale. Potrebbe essere l’ambientazione di un suo prossimo romanzo?

Ogni volta che ho iniziato una missione all’estero, in ogni posto in cui ho vissuto per qualche anno, ho sentito l’esigenza di scrivere. L’ho fatto anche nel corso della mia prima missione a Bruxelles, ma in quell’occasione ho raccontato qualcosa di autobiografico che forse pubblicherò una volta che avrò smesso di fare questo mestiere. Anche a Londra ho cominciato a scrivere. Forse ne verrà fuori un altro libro che deciderò di condividere anche prima… chissà.

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