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“Dodici posti dove non volevo andare” di Clara Cerri

Beatrice Tiberi di Beatrice Tiberi, in Blog, del

copertina

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Dicono che intervistare sia un’arte difficile. Non sono del tutto d’accordo. L’intervistatore si limita a mettere insieme delle domande cercando di essere propedeutico alle risposte che vorrebbe ottenere. Ma le risposte non dipendono da lui. Dipendono dall’intervistato. Ed è raro che un intervistato abbia veramente voglia di “aprirsi”. Ho avuto il sospetto che questa volta ne sarebbe uscito qualcosa di buono dopo aver letto “Dodici posti dove non volevo andare”, e-book edito da Lettere Animate. Un romanzo cinematografico. Una serie di scene con passaggi temporali e spaziali che non hanno altro filo logico se non quello della volontà dell’autrice di cambiare punto di vista e quello del lettore di seguirla, certo che alla fine tutto avrà un senso. Difficile trovare una scrittura così valida, oggi. Adesso lascio la parola a Clara Cerri, ma non senza ricordarvi che, se amate dichiarare al mondo #ioleggodifferente, questo è il libro per voi.

Perché Clara Cerri scrive?

Perché una maestra, parecchi anni fa, mi ha insegnato a leggere e scrivere. Prima di imparare, come mi ha raccontato mia madre, componevo versi estemporanei tipo “i paesi sono i vestiti delle montagne” (dubito di essere riuscita a conservare quel livello di intensità e di sintesi). Da bambina scrivevo favole e racconti, dalle medie in poi sono stata contagiata dalla febbre del romanzo. Ma la voglia di scrivere mi sembrava un ostacolo allo studio: con una scena d’amore o un’evasione da un carcere segreto in testa, era difficile concentrarsi sugli aoristi passivi o su Aristotele. Crescendo ho scoperto che invece mi avvantaggiava, perché scrivere non è solo cercare parole per raccontare vicende e sensazioni inventate, è avere una gran voglia di comunicare, e quella voglia si percepiva in qualsiasi cosa scrivessi.

Perché Clara Cerri sceglie di scrivere con uno schema così fuori dagli schemi?

La vita, e la memoria che ne resta, non ha una trama. Siamo noi che ricostruiamo a posteriori il senso del nostro percorso dagli episodi tragici o comici che abbiamo vissuto. Il mio libro è composto secondo questo principio e vuole in qualche modo metterlo a nudo. Ci sono degli episodi, narrati da punti di vista e con registri diversi, ed è il lettore che deve ricostruire i nessi, dare il suo significato alle vicende. Conosco diverse opere che hanno un andamento simile, anche se non identico, per esempio Donne informate sui fatti di Carlo Fruttero.

Ci spiega la scelta del titolo?

Volevo parlare di memorie che rappresentano nervi scoperti, perché per me “il viaggio” di uno scrittore parte quando ha il coraggio di andare in posti dove non voleva andare, di parlare anche di cose che fanno male. La morte di mio padre, avvenuta quando io non avevo ancora tre anni, è sempre stato il tabù più grande tra le memorie della mia famiglia. Il titolo che ho scelto fa anche il verso a certe guide che pretendono di rinchiudere l’essenza di un posto in elenchi semi-seri di cose da fare o da vedere assolutamente.

La narrazione procede su piani temporali diversi, spesso spiazzando il lettore. Voleva stupire?

Le violazioni dell’ordine temporale nel corso del libro sono state commesse per scopi diversi. All’inizio ho messo il capitolo sui pittori di Via Margutta dopo quello sul soggiorno di  William a Roma, come se potessi parlare di Claudio solo come di un ricordo. Nel caso de “L’attraversamento della notte” ho voluto anticipare, come in un trailer, la vita e il carattere di un personaggio che sarà affiancato a Clara, in una sorta di comparazione a distanza, fino all’incontro di questi due nell’ultimo capitolo. La vita di Elisabetta, la protagonista de “Il racconto del dibbuk”, si svolge in parallelo con tutto l’arco temporale della storia, dagli anni ’50 (in cui Claudio l’ha conosciuta come ragazzina apprendista nel negozio del padre) al presente in cui tormenta Clara come uno spettro inquieto.

Si lascia intendere un’origine autobiografica della storia.

Non è propriamente un’autobiografia, ma le storie narrate corrispondono tutte a qualcosa di vero, anche se solo sul piano simbolico. Per esempio, le vicende di William Denver si basano sulla storia vera di un cantante degli anni ’60, anche se il personaggio che chiamo William non ha avuto nulla a che fare con la mia famiglia. Il quartiere Esquilino, dove è ambientata parte della storia, è quello dove sono vissuti da giovani mio padre e mia madre e i loro amici, con cui organizzavano burle goliardiche come quella dei pittori di Via Margutta. La mia storia personale è narrata con la gentile collaborazione di molte invenzioni.

Vivo a Roma, ma della “tenebra” derivata dall’eruzione vulcanica non ho mai visto traccia. Cosa vuole simboleggiare?

È stata un’invenzione, appunto. Ho letto degli articoli in rete sulla ricaduta della cenere vulcanica, un fenomeno naturale che potrebbe aver ispirato il racconto di una delle piaghe d’Egitto nella Bibbia, appunto i “tre giorni di tenebra”. Nel libro simboleggia la percezione del disastro che colpisce il paese in cui viviamo. Una distruzione lenta, quotidiana, delle speranze e delle aspirazioni delle persone. Pervade ogni poro e non ci lascia respirare, come la cenere vulcanica. Se siamo deboli, perché soli, malati o semplicemente con meno forza d’animo degli altri, ci può uccidere. Guasta tutta la bellezza che ci vediamo attorno. A cosa serve la bellezza di un paesaggio o di un monumento se non hai un lavoro per vivere o se non ti lasciano fare il lavoro per il quale hai fatto sacrifici per una vita? Nella mia storia la cenere alla fine viene spazzata via, ma i danni fatti restano.

Leggendo le sue pagine vengono alla mente alcune scene de “La grande bellezza”: impero e decadenza, monumenti immortali e immondizia. Roma è questo?

Ti rispondo con le parole di Roy, che ne è innamorato pazzo: Roma è come una grande faccia che ci sovrasta e non ci vede nemmeno. Ti fa sentire una piccola nullità che cammina, niente di quello che fai può essere veramente grande, paragonato a essa. Da secoli ormai Roma si regge in piedi sulla conservazione del suo passato, sul sentimento di rimpianto per una grandezza morta da secoli. Non è mai riuscita a uscire da questo impasse, per quanto si sia provato a farne la capitale di uno stato laico e moderno. Le capitali europee sono nate a forza di demolizioni e distruzioni, mentre Roma si è stratificata sul suo passato, o si è cercato di costruirla (spesso molto male) “intorno” a esso. Questo fa sì che il sentimento predominante riguardo a Roma sia quello di decadenza, e per questo ci si compiace, dai tempi di Boccaccio a oggi, di descriverne le brutture. Ma Roma è anche estremamente vitale e capace di metamorfosi impreviste, di adattamenti creativi alle nuove condizioni. Il romano vero è un guerriero del quotidiano e Roma è sempre stata un posto difficile da vivere, del resto è nata in mezzo alle paludi, non in un prato fiorito.

La sua scrittura è una scrittura di qualità. Come l’ha coltivata?

Esercitandomi a scrivere qualsiasi cosa: articoli, saggi, curriculum, scenette degli scout, voci di enciclopedia. Non so se suoni presuntuoso dirlo, ma io lavoro molto sulla mia prosa, riscrivendo e limando in continuazione. Non faccio solo una prima e una seconda stesura, ma trecento micro-revisioni per pagina, e non sono mai del tutto contenta (quando un brano mi piace troppo mi insospettisco). Per questo, anche, non sono molto prolifica. Nel 2011 ho seguito un corso di scrittura creativa del Fondo sociale europeo, diretto da Vittorino Testa, che mi ha permesso di conoscere anche molte scritture “tecniche”, come quella per il cinema o per la televisione, e mi ha dato occasione di rivedere profondamente il mio modo di scrivere: ora mi sforzo di eliminare il superfluo e di concentrarmi molto sulle motivazioni dei personaggi.

Nuovi progetti?

Scrivendo i “Dodici posti” mi sono resa conto di avere ancora molto da raccontare su Roy Cerri, uno dei personaggi del libro dalla personalità più complessa e controversa, in cui mi rispecchio per molti aspetti. Per ora sto lavorando su Roy adolescente, raccontando in modo più completo e disteso storie del suo passato che nel romanzo sono appena accennate.

Ci dedica una citazione dal suo libro?

Il libro ha molti registri diversi e non c’è una citazione che li esemplifichi tutti. Però  a questo brano sono molto affezionata (vedi sopra): è un dialogo tra Clara e Victor sul Palatino.

“Chi ascolta gli altri li vuole amare”, disse serio. “È responsabilità degli altri quello che gli danno in cambio, se amore o pugnalate. È il fondamento della società umana, Abele è un uomo che va incontro a un altro con le mani alzate e dice: ‘Guarda, non mi difendo. Aiutiamoci, viviamo assieme, d’ora in poi siamo come fratelli’. E se l’altro è un figlio di puttana, per tutta risposta lo uccide. Ma questo non significa che Abele abbia sbagliato. Dai, prova, mettiti così”, aprì le braccia, lo imitai. “E adesso arrivo io e scelgo: o ti inchiodo a una croce, o ti abbraccio”.

Mi abbracciò e mi tenne stretta, era una sensazione strana però rendeva l’idea. Odorava di polvere.

Beatrice Tiberi

Beatrice Tiberi

Ho scritto di vip, di spettacolo, di cronaca. Adesso intervisto scrittori e scrivo di libri

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