Wim Wenders, Ritorno alla Vita: basta un abbraccio!

Un uomo che porta un bambino sulle spalle, sullo sfondo la casa e un pupazzo di neve. È il disegno di Christopher, “il suo ricordo di quel giorno”.
Prima di quel giorno c’è la crisi creativa di uno scrittore, Tomas. Tu non scrivi e i pesci non abboccano, gli fanno notare alcuni pescatori nelle scene in apertura della pellicola, e qui il richiamo al rapporto seducente e fascinoso tra scrittura e l’arte della pesca (di cui vi invitiamo a leggere la piccola grande lezione di letteratura di Cognetti).
Poi l’incidente, la morte accidentale di un bambino (il fratellino di Christopher). Più di undici anni di vita incentrati su quel giorno. Il film procede in maniera lineare, affrontando la vita nel corso degli anni passati non solo a metabolizzare il lutto, ma soprattutto a domare il senso di colpa.

Non tutti reagiamo allo stesso modo di fronte ad una crisi. E’ questo uno dei tanti messaggi dell’ultima pellicola di Wim Wenders. Il titolo originale del film Every Thing Will Be Fine, nella versione italiana è diventato ‘Ritorno alla Vita’, con, in aggiunta, anche il nome del regista. Stavolta non ci soffermiamo sul perché della distorsione del titolo: per una volta la traduzione è meglio dell’originale, anche se pecca di ‘spoileraggio’.

Acclamato alla scorsa edizione del Festival di Berlino dove Wenders è stato omaggiato con il prestigioso Orso d’Oro alla Carriera, Ritorno alla Vita è per il regista il Ritorno al cinema d’invenzione, la fiction dopo i due preziosissimi documentari Pina e Il Sale della Terra, tributi rispettivamente alla celebre coreografa tedesca Pina Bausch e al fotografo, nonché amico, Sebastião Salgado. Il fil rouge con il primo è nella scelta del 3D e con il secondo l’amore per la fotografia che, in realtà, pervade tutte le opere del cineasta. In quest’ultimo lavoro, protagonista è la natura, come molti maestri del cinema nordeuropeo, dalla neve ai prati primaverili, sfruttando le meraviglie paesaggistiche di Oka in Canada, nello stato del Québec. In ogni caso sempre un contesto e uno sfondo (a diversi livelli di profondità) per dare maggiore enfasi al 3D. Sulle potenzialità dello stereoscopico si è espresso direttamente il regista alla Berlinale: ‘può essere uno strumento fantastico, capace di aprire una dimensione completamente nuova di partecipazione emotiva alla storia e ai personaggi’. Da sempre sperimentatore di tecnologie per il cinema, l’idea del 3D nasce non per accentuare l’azione, ma per dare un respiro tridimensionale a un mondo interiore. Il regista noto per il suo passato intimista ha voluto esteriorizzare l’io attraverso la forza delle immagini. Un tentativo supportato anche dal validissimo cast artistico e tecnico di cui un Wenders si può avvalere. Oltre alla fotografia impossibile, non menzionare le musiche minimaliste di Alexandre Desplat, non a caso candidato otto volte all’Oscar, e vincitore con Grand Budapest Hotel.

Una profondità “estetica” quindi, che, però, non si avvale di altrettanto spessore già a partire dalla sceneggiatura, troppo debole, lacunosa. E pensare che proprio dal testo scritto il cineasta era rimasto folgorato. “È il film che mi ha scelto” come lui stesso ha dichiarato. Ricevuta via mail, e firmata dal giovane norvegese Bjǿrn Olaf Johannessen, che Wenders aveva conosciuto qualche anno al Sundance Script Lab, il copione è stato la vera causa scatenante, l’incidente che ha acceso la vena creativa del regista tedesco.

Troppi i temi accennati e interrotti, troppe le domande proposte e lasciate senza risposta. Tematiche che necessitano di una profondità dimensionale che manca. In alcuni casi, addirittura, restano solo i titoli bidimensionali dei libri di successo di Tomas – che scopriamo nel momento degli autografi (su tutti Inverno, ma anche L’uomo sperduto e Fortuna). E intanto lo spettatore si perde dietro immagini fredde, invernali, spesso frutto di inquadrature da superfici riflettenti, come a voler significare la solitudine dei personaggi.

La colpa e il senso di colpa. E gli undici anni del film sono il presupposto che il tempo non cambia il passato ma aiuta a trovare la forza per accettarlo.

L’elaborazione del lutto. Non è forse un caso che il libro scatenante l’incidente e che Kate – la mamma – successivamente brucia nel suo atto esorcista, è proprio un testo di Faulkner, il primo ad affrontare in maniera sistemica il lutto nel suo Mentre Morivo.

La gestione delle crisi. Tomas è una persona anaffettiva. In questo la sua depressione appare forzata e il tentativo di suicidio poco credibile se non come forma di lesionismo autoreferenziale. Non convince per primo Sara, la ex-compagna – la bellissima Rachel McAdams. Emblematico il suo rapporto dapprima con il padre e con le donne, alla base del quale c’è chi ha voluto intendere il dilemma del porcospino (rafforzato anche dalla presunta impossibilità della paternità). Nell’interpretare la freddezza dello scrittore, James Franco si fa prendere troppo la mano risultando eccessivo, plastico. E se vi state chiedendo come si riconosce un bravo attore non possiamo che rimandarvi all’articolo sulla utilissima guida di Geduld.

La creatività e la crisi artistica. Quanto l’arte prende spunto dal vissuto e dalle esperienze personali dell’artista e quanto è corretto che ciò avvenga.

Il perdono, la Fede, e la visione salvifica. Kate, una bravissima Charlotte Gainsbourg – del cast stellare senza dubbio la migliore – non porta rancore. La spiritualità, che pervade l’intera pellicola e che richiama le tematiche più care al regista e alla sua fede ritrovata negli ultimi anni, ci porta a non cercare un senso di fronte all’insensatezza degli eventi e ad affidarci ad una volontà superiore. Il messaggio di carità porta a giustificare, comprendere, empatizzare fino a identificarsi con l’altro.

La casualità, la Giustizia, la Fortuna. L’arbitrarietà dell’incidente (uno sarà preso, l’altro lasciato, come recita il Vangelo) e l’incapacità di accettare il successo del carnefice e il fallimento della vittima.

La Mancanza, l’abbandono (e ancora la morte). Il rapporto tra Christopher e Tomas legato indissolubilmente da quella notte: essere stato lasciato è la ferita con cui il bambino cresce e che lo porta a essere ossessionato dalla figura dello scrittore.

Presupposti e spunti pregevoli, intenzioni lodevoli che non trovano però riscontro nella pellicola, che finisce per essere un valido esercizio di stile. C’è chi ha parlato di manierismo, di tentativo estremo di emulare i maestri svedesi. Forse abbiamo male interpretato il freddo, l’inverno, il taglio pseudo thriller che a un certo punto prende la pellicola, ma sicuramente la stessa non è all’altezza del Wenders che conosciamo.

Quello che Tomas fa, alla fine del film, è un Ritorno alla Vita: scegliere la vita sulla morte. E per farlo, nel film, basta un abbraccio, quello della scena finale di una bellezza sconcertante (insieme alla sequenza del luna park). Torna a splendere il sole, e si chiude il cerchio, come nelle immagini iniziali, assicurando così la circolarità della narrazione e degli eventi. L’inverno lascia spazio al calore della vita, un messaggio forse troppo retorico, posticcio, ma che scalda un pò dopo tanto freddo.

Redazione

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