Revenant: DiCaprio cerca l’Oscar ma la vera star è Tom Hardy

revenant

Revenant, dalla trama semplice, quasi piatta, si esaurisce nella dicotomiamorte-vendetta in cui Hugh Glass è intrappolato: ferito e rassegnato a morire, si aggrappa al desiderio di vendicare il figlio ucciso davanti ai suoi occhi o forse di redimere se stesso, consapevole che la sua arrendevolezza ne ha causato la morte.

Iñárritu ha creato un film profondamente intimista, in cui la poca azione si intervalla a lunghi tratti di solitudine e disperazione; eppure questa lentezza non disturba, anzi, un ritmo troppo incalzante stonerebbe con il realismo che con tanta fatica ogni regista cerca di ottenere. E Iñárritu ci riesce già nei primi secondi, catapultando lo spettatore in una lotta tra nativi e soldati americani. È il Nord Dakota, 1823. Dopo l’attacco di un grizzly, il trapper Hugh Glass, ormai vicino alla morte, viene abbandonato dai compagni che lui stesso guidava nei pressi delle rive del Missouri. Saranno il figlio Hawk e i compagni Fitzgerald (Tom Hardy) e Bridger (Will Poulter) a prendersi cura di lui attendendone la dipartita. Ma Fitzgerald, il cui pensiero volge alla salvezza e al denaro, pugnala Hawk e inganna Bridger lasciando Glass morente e mezzo sepolto. È una rabbia profonda e inarrestabile quella che riporta Glass alla vita e lo conduce verso la vendetta.

DiCaprio, la cui corsa verso l’Oscar è quasi una barzelletta, questa volta potrebbe arrivare davvero vicino a conquistarlo, grazie a una performance con cui dimostra che la potenza della recitazione non si riassume nelle parole pronunciate. Un silenzio assordante quello di Hugh Glass, che comunica con il viso e il corpo la sua fame di morte. Eppure in Revenant il ruolo della star è conteso: Tom Hardy − il bello e tormentato ma un po’ scialbo Max Rockatansky− che qui è quasi irriconoscibile, dimostra una performance degna di un Oscar, interpretando la crudeltà di un uomo generata da nient’altro che l’egoismo. Forse più di Glass, Fitzgerald è un personaggio articolato dal carattere immediatamente percepibile e realistico: è un uomo senza onore, che semina lungo il cammino una serie di ingiustizie che, da spettatori razionali, ci sembrano ingiustificabili. Ma quanti di noi, nelle montagne del freddo Nord Dakota di quel lontano 1823, con una tribù di Arikara alle spalle, non ingannerebbero per salvarsi?

Federica Colantoni

Federica Colantoni nasce a Milano nel 1989. Laureata in Sociologia all’Università Cattolica nel 2013, pochi mesi dopo inizia il percorso di formazione in ambito editoriale frequentando due corsi di editing. Da dicembre 2014 collabora con la rivista online Cultora della quale diventa caporedattrice. Parallelamente pubblica un articolo per il quotidiano online 2duerighe e due recensioni per la rivista bimestrale di cultura e costume La stanza di Virginia.