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La regina di Sant’Onofrio: intervista a Vincenzo Cerracchio

di Redazione, in Letteratura, del

Una donna anziana, gentile, con un’aria aristocratica e una memoria senza tracce. La regina di Sant’Onofrio è un personaggio unico, sapientemente raccontato da Vincenzo Cerracchio nel suo ultimo libro, edito da Historica Edizioni nel maggio 2021. L’autore ha risposto alle nostre domande, permettendoci di approfondire questa lettura coinvolgente e piena di mistero. 

“Tra gli infelici che, curvi sotto il peso della più terribile sciagura, trascinano la loro penosa giornata aggirandosi per le sale del manicomio di Sant’Onofrio, vi è una povera donna, intorno alla cui strana e interessante figura si addensa fitto il mistero”. 

  • La regina di Sant’Onofrio potrebbe apparire come una tra tante, invece è una donna assolutamente unica. Cosa la rende così speciale?

Sicuramente il mistero che l’accompagna, e che induce i giornali a raccontare la sua storia. Sembrerebbe una signora senza tempo, che ha perso la memoria ed è stata abbandonata a se stessa dai familiari. Ma chi l’ha in cura ha la netta sensazione che invece sia lucida, e che semplicemente non voglia dire niente di sé. 

  • Perché sceglie di raccontare una storia ambientata a Roma, e quanto l’atmosfera della Capitale influenza la narrazione

A Roma ho ambientato tutti i miei romanzi, anche se il racconto mi porta spesso in città diverse, in questo caso a Napoli. Roma negli anni ’20 del secolo scorso, ovvero cent’anni fa, era appena diventata il cuore politico d’Italia, ma in fondo era ancora una città piena di contraddizioni (e anche di malavita) in parte “compressa” nella sua Storia più o meno gloriosa e di converso in piena espansione anagrafica ed edilizia. Mi piace raccontare questo passaggio che ho studiato con particolare passione.

  • Leggendo il suo libro, l’attenzione del lettore è catturata dalla psicologia dei protagonisti, dai comportamenti e dai gesti quotidiani. Quanto è importante per lei la caratterizzazione dei personaggi, e da cosa ha tratto ispirazione per la loro rappresentazione?

Sono un giornalista e non uno scrittore di professione. Ho la “forma mentis” di chi è ancorato alla realtà e lascia poco spazio alla fantasia, all’improbabilità. Cerco di raccontare storie legate alla società dell’epoca, il “gesto quotidiano” appunto, ed è necessario secondo me che il lettore “capisca” i personaggi, quello che fanno, come si comportano, magari quelle che possono apparire come loro ingenuità ma che allora erano la normalità.

  • Il mistero è un elemento essenziale del suo libro. L’uccisione di un vinaio all’interno del suo negozio, in Via delle Quattro Fontane, le indagini del Commissariato… quali sono gli scenari che ha scelto per alimentare la suspance?

Rifacendomi alla risposta precedente, racconto quello che un secolo fa realmente era possibile che accadesse. Un vero serial killer per esempio non sarebbe stato credibile per l’epoca in Italia. E poi gli investigatori non avevano i mezzi scientifici di oggi. Il mistero va costruito sui particolari, sui ragionamenti, su quello che “non torna” in un’indagine. L’elemento psicologico è di sicuro molto importante e rispettare il contesto storico, a mio parere, è fondamentale.

  • Diego è il cronista di punta del “Giornale d’Italia”, e si troverà ad indagare su più fronti contemporaneamente. Può approfondire con noi i tratti di questo personaggio? Come lo presenterebbe ai suoi lettori?

Questo è il terzo romanzo che vede Diego protagonista. Diego, e la sua fidanzata Caterina, sono volutamente personaggi senza cognome, perché rappresentano due giovani perfettamente immersi nella loro epoca senza costituire degli stereotipi: in un certo senso sono anzi l’eccezione, sembrano già proiettati nel futuro. Diego è il classico giornalista ficcanaso ma che sa sempre farsi perdonare, grazie alla gentilezza dei modi: uno che stravede per il proprio lavoro, ha una passione straordinaria ma non si prende per questo troppo sul serio. Un generoso di natura. Tutt’altro che un superuomo, senza essere peraltro un perdente. Ama, soffre, sgomita, non molla: i lettori lo hanno preso in simpatia.

  • Il suo libro è dedicato all’idealismo di Diego, e alla tenacia di Caterina. In cosa Caterina è forte, e come lo dimostra all’interno della storia?

Caterina è una donna straordinaria: ha perso la mamma e vive con un padre molto colto e intelligente, un “professorone”,  ma che in qualche modo lei deve accudire. Nel contempo studia psicologia sul campo, nei reparti del manicomio di Sant’Onofrio, insegna alle scuole serali, fa l’assistente sociale in fabbrica, si interessa di politica, combatte dalla parte dei deboli e degli sfruttati: sempre di corsa, le 24 ore non le bastano. So per certo che ce n’erano all’epoca di ragazze così, anche se facevano fatica ad affermarsi.

  • Giornalismo, indagini e verità. Quanto sono importanti questi elementi nel suo romanzo?

Il giornalismo è stata la mia vita e Diego trasmette questa passione. Le indagini mi hanno sempre incuriosito, mi piace stuzzicare anche la perspicacia del lettore, anche se i miei romanzi non tendono a far indovinare l’assassino di turno, piuttosto il movente. La verità è il traguardo a cui naturalmente si tende, o per lo meno tendono le persone oneste. Non mi piacciono i romanzi senza un finale chiaro, in cui tutto sia spiegato, senza omissioni e zone d’ombra. Non mi piace imbrogliare il lettore.

  • Tra le righe leggiamo diversi riferimenti alla politica di quegli anni. Siamo nella primavera del 1924, e il clima italiano è scosso da episodi di cronaca molto forti e sentiti. Come si costruisce una storia ambientata in un periodo storico così decisivo, e come si intrecciano nel suo racconto realtà e fantasia?

Credo che questo sottile confine tra realtà e fantasia costituisca una delle chiavi della riuscita o meno del romanzo. Io non saprei raccontare storie in un contorno temporale indefinito, mi piace che il lettore capisca il contesto sociale in cui l’azione si svolge, il giorno, l’ora, perfino il quadro meteorologico: così quando scrivo di una certa giornata cerco perfino di stabilire, attraverso magari i giornali dell’epoca, se ci fosse o meno il sole o se piovesse. Tutto deve essere verosimile. Avendo ambientato questo romanzo nella primavera del ’24 non potevo dunque ignorare che sia le forze dell’ordine che i giornalisti, così come tutta l’opinione pubblica, fossero fagocitati dai grandi eventi storici del momento. Che ho raccontato con semplicità, senza giudicarli a posteriori, così come erano percepiti allora.

  • Infine, cosa vorrebbe che i lettori trovassero tra le pagine del suo romanzo

Mi rifaccio ai precedenti. Sono tutti entusiasti della ricostruzione storica e anche della correttezza conseguenziale della vicenda “gialla”. Qualcuno mi rimprovera di inserire troppi personaggi, troppe situazioni da seguire contemporaneamente. Ma io mi diverto a inventarne di varia personalità, per rappresentare al meglio quel “mondo” che ci sembra magari molto lontano ma di cui siamo in realtà figli legittimi. È la storia dei nostri nonni, dei nostri bisnonni, e mi piace descriverli coi loro stessi occhi. Come fossero loro stessi a raccontare. Stavolta, per evitare rimproveri, ho cercato di serrare il racconto senza divagare troppo. Magari piacerà ai miei vecchi lettori e ne attirerà di nuovi con il passaparola…

Martina Petrò

Redazione

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