Esiste ancora il ruolo informativo del giornalismo?

di Simone Morichini, in Blog, del 16 Ott 2017, 09:00

Giornalismo

In un’intervista rilasciata al quotidiano LaRepubblica, il famoso scrittore statunitense Jonathan Franzen, parlando del suo libro Il progetto Kraus, sottolineava il tema dell’affidabilità dei giornalisti e del “giornalismo responsabile”. L’autore di Le correzioni faceva riferimento a uno dei pilastri dell’etica professionale del New York Times nel ‘900 e che, al giorno d’oggi, non pare avere più grande importanza in quanto “oggi prevale chi urla più forte. Si tende a pubblicare prima le notizie e poi a verificarle”. Jonathan Franzen ci invita pertanto a riflettere sull’uso delle informazioni e delle immagini che, in un’epoca dominata da Internet e mass-media, tendono a influenzare pesantemente i nostri orientamenti culturali. Prendiamo, ad esempio, uno dei filoni televisivi che continuano a dominare sulle nostre reti sia pubbliche che private, la cosiddetta “TV del dolore”. In questa tipologia di trasmissioni regna sovrana la rappresentazione strumentale della sofferenza, una spettacolarizzazione drammatica del dolore volta a catalizzare l’attenzione del telespettatore sui particolari più macabri delle vicende proposte e a spostare il tiro dall’informazione all’intrattenimento. Si tratta di un vero e proprio accanimento mediatico che enfatizza i particolari più pruriginosi secondo la logica stringente dell’infotainment senza curarsi eccessivamente della sensibilità degli spettatori. Colgono nel segno, quindi, quei critici televisivi che denunciano questo ‘’quadro a tinte fosche’’, quest’eccessiva e invadente attenzione del piccolo schermo su personaggi e aspetti che toccano da vicino la cronaca nera e le vicende giudiziarie mettendo in evidenza le vite di vittime, familiari e conoscenti. Le cose non migliorano sotto il profilo del “tono” informativo se si passa all’analisi di telegiornali, notiziari e contenitori d’approfondimento. Da sempre, i pilastri del giornalismo sono la ricerca della verità, la ricostruzione di un evento tramite l’utilizzo di testimonianze dirette e di fonti attendibili, l’inchiesta dettagliata e l’analisi obiettiva della realtà; una precisa etica della professione che parte dalla raccolta delle informazioni al loro vaglio delle stesse fino alla loro elaborazione ai fini della diffusione pubblica. Ma tutto ciò sembra essersi dissolto nel nulla se torniamo con la mente ai tragici fatti parigini accaduti nella sede del giornale satirico Charlie Hebdo o all’auditorium del Bataclan così come alla recente tragedia avvenuta sulla Promenade des Anglais a Nizza. Il tratto distintivo dello storytelling di questi luttuosi eventi non è stata tanto la ricostruzione dei fatti e le motivazioni alla base degli attentati bensì l’incessante ricerca del sensazionalismo della notizia, all’evidenziazione di dettagli pruriginosi e una continua sottolineatura su certi dettagli tipici del modo di raccontare la cronaca nera. Non può non colpire la morbosa attenzione sui tragici momenti dell’assassinio del poliziotto d’origine algerina Ahmed avvenuto davanti la sede di Charlie Hebdo (così come tutti i macabri tentativi di dimostrare che non è stato colpito alla testa presenti su Youtube) oppure la puntuale descrizione delle vittime del Bataclan e l’indugiare dei mass-media su dettagli di vita privata certamente importanti ma che da soli non aiutano certo a comprendere la grave entità dei fatti accaduti quella notte? E ancora, non ha colpito un certo accanimento mediatico nei confronti del signor Pietro Massardi che, in quella tragica notte a Nizza, ha perso la moglie Carla Gaveglio? Non si è forse posta troppa attenzione su circostanze personali e di privacy di un nucleo familiare nel momento in cui si leggevano negli occhi del povero vedovo la disperazione per quanto accaduto? Siamo davanti a un clamoroso calo della qualità dell’informazione e a una confusione generale tra giornalismo e offerta di contenuti vari, come se si fosse alla ricerca ossessiva dei gusti dei pubblico e di servire in tavola ciò che vogliono i lettori. Non bisogna stupirsi se notizie di tale caratura sono tra quelle più clikkate sui siti on-line delle varie testate e tra quelle più gettonate nelle trasmissioni televisive in quanto sono proprio articoli di questo tipo che riescono a garantire solide entrate pubblicitarie. E si sa, il denaro è l’anima del commercio. C’è quindi una via d’uscita per il giornalismo che ne salvaguardi l’etica professionale? Esiste una possibilità di sopravvivenza per progetti di carattere editoriale che riportino su canoni di credibilità e affidabilità il modo di gestire le informazioni senza scadere nell’eccessivo utilizzo dello storytelling da cronaca nera? Siamo ancora in una fase di transizione da un vecchio a un nuovo modello di fare giornalismo e non mancano idee su come conciliare aspetti editoriali e introiti finanziari. Negli Stati Uniti sono in corso esperimenti di questa natura, tentativi che stanno accettando senza dubbio dei duri compromessi ma che tentano di salvaguardare attendibilità e gerarchia delle notizie, una sorta di via “etica” del ruolo del giornalista e della sopravvivenza economica della testata. Tutto questo, però, rischia di rimanere come uno sforzo eroico di pochi singoli destinato al fallimento se non vengono coinvolte altre ed ulteriori energie intellettuali in grado di riportare ad elevati standard qualitativi il livello della professione del giornalista e che possa permettere a un semplice lettore di distinguere, come ha sottolineato sempre Jonathan Franzen nell’intervista, “tra storie false e storie vere, storie vacue e storie illuminanti, storie banali e storie originali”.

Simone Morichini

Sono nato a Roma il 20 dicembre 1976 e mi sono laureato in Scienze politiche presso l’Università “La Sapienza” dove ho successivamente conseguito il Dottorato di ricerca in “Storia delle elite e classi dirigenti”. Giornalista pubblicista iscritto all’Ordine del Lazio e Molise, lavoro in campo editoriale occupandomi di marketing, distribuzione e promozione libraria. Ho successivamente condensato la mia intera esperienza professionale in una pubblicazione ad hoc dal titolo “Per una manciata di libri. Aspetti commerciali nell’editoria”, uscito nel 2011. Ho collaborato con varie riviste tra cui “Elite e Storia”, “Olimpiaazzurra”, “Iniziativa” e la pagina culturale del webmagazine “DailyGreen”. Mi piace viaggiare e adoro la letteratura scandinava (Arto Paasilinna e Jan Brokken in particolare). Appassionato di lingue straniere (inglese e tedesco su tutte), sono uno sportivo onnivoro e amo la disciplina invernale del Biathlon.