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Tommie Smith e John Carlos, due pugni contro il cielo

Simone Morichini di Simone Morichini, in Blog, del

Smith

Ci sono delle fotografie nella storia dell’umanità che, per la loro semplicità e profondità, entrano immediatamente nell’immaginario collettivo e sono destinate a segnare un’epoca. È il caso dello scatto che ritrae i due sprinter americani Tommie Smith e John Carlos sul podio della gara dei 200 metri piani dei Giochi Olimpici di Città del Messico 1968. Il loro pugno rivolto al cielo, rivestito di un guanto nero in segno di protesta per la difficile condizione di vita degli afroamericani negli Stati Uniti degli anni ’60 è entrata a buon diritto nelle immagini che hanno fatto la Storia. Ma cosa ha portato Smith e Carlos a compiere quel gesto? A ricostruire tutto il contesto del periodo nonché le vite dei protagonisti in quei drammatici anni ci ha pensato Lorenzo Iervolino, membro del collettivo di scrittori TerraNullius e autore di Trentacinque secondi ancora (66thand2nd, 2017). E così abbiamo avuto modo di incontrarlo per una lunga chiacchierata sulla sua ultima “fatica” editoriale (bevendo rigorosamente chinotto).

Lorenzo, direi di partire dal motivo principale del libro: They always show the picture but they never tell the story. Com’è potuto accadere che, in questi anni, si accendessero sempre i riflettori solo sull’immagine del podio olimpico e su quei pugni guantati di nero verso il cielo e nessuno si sia premurato di raccontare il contesto politico e sociale dove sono maturati certi eventi e cosa abbia portato Tommie Smith e John Carlos a quella eclatante protesta?

Da un punto di vista documentaristico, erano già stati realizzati alcuni lavori sull’argomento così come, a livello di produzione letteraria, vi era stata la pubblicazione di due autobiografie (non tradotte in Italia) da parte di John Carlos e una di Tommie Smith. Non v’è dubbio che il documentario più esaustivo è stato Salute realizzato da Matt Norman, nipote della medaglia d’argento sui 200 metri di Messico ‘68. È tuttavia mancata, nel corso di questi anni, una narrazione che tentasse di contestualizzare quel gesto, cosa l’ha ispirato e chi l’ha interpretato, mettendo insieme tutti i pezzi di questa storia e portandoli fino ad oggi.

Smith

La copertina di “Trentacinque secondi ancora” di Lorenzo Iervolino

Quell’immagine di Smith e Carlos sul podio olimpico è tornata di estrema attualità perché, a fronte della recrudescenza della violenza razziale negli Usa, sport e politica sono tornati a essere un palcoscenico privilegiato per inscenare una protesta, se pensiamo al gesto del quarterback Colin Kaepernick, ad esempio. Tuttavia, quell’immagine ha tormentato le vite di Smith e Carlos sia a livello sportivo perché non hanno più potuto rappresentare gli Usa in campo agonistico e sia a livello personale perché sono stati fatti sentire estranei nel loro stesso paese. Tenderei a non dimenticare che nei mesi precedenti alle Olimpiadi vennero uccisi sia Martin Luther King che Robert Kennedy, e le minacce di morte nei confronti dei due atleti erano molto credibili.

Soffermiamo un momento la nostra attenzione su uno dei personaggi chiave del tuo libro, l’ispiratore della protesta di Smith e Carlos: il professor Harry Edwards. Mi ha molto colpito una sua frase presente nel tuo libro: “Fuori dalla pista, non esistevamo. A nessuno interessava dei cavalli da corsa, una volta che la corsa era terminata”. Sembra quasi di sentir riecheggiare l’opera più nota del grande Ralph Ellison, Uomo invisibile. In base alle tue ricerche, puoi raccontarci quale condizione vivevano gli atleti neri nella quotidianità degli anni ‘60? E perché questo sentimento segregazionista era così forte anche nello sport? Che tipo d’impatto hanno avuto le idee di Edwards, autore del libro The Revolt of the Black Athlete, riguardo la nascita del Black Power?

Partiamo proprio da Harry Edwards, che ho avuto modo di incontrare mentre scrivevo il libro. A quel tempo, era un giovanissimo docente di sociologia alla San Josè State College e considerato un pioniere della Sociology of sport ossia quella branca di studi che mette insieme sport e scienze sociali. Alla metà degli anni ’60, dopo essere stato uno studente alla San Josè State, Edwards ottenne una cattedra part-time in sociologia dopo un master alla Cornell University. Si accorse immediatamente che la situazione degli afroamericani era davvero molto critica specie nel mondo dello sport. Solo per fare un esempio, i neri non potevano dormire negli appartamenti universitari insieme a dei bianchi ma in strutture appositamente costruite per loro. Il vero paradosso era che questi studenti afrodiscendenti costituivano l’elite dello sport americano soprattutto in discipline come l’atletica, il football e il basket dove, grazie alle loro prestazioni sportive, giravano molti soldi. Erano le eccellenze in quegli sport e attiravano investitori per le università che frequentavano ma vivevano in condizioni pessime: non avevano accesso a molti corsi universitari, non potevano sedere alla caffetteria insieme ai bianchi e avevano dei bagni appositi per loro. La vita quotidiana era davvero dura e piena di restrizioni. Harry Edwards comprese presto questa situazione e cercò di cambiare lo status esistente. Rivendicazioni e istanze come appartamenti misti, accesso a posti di lavoro (a partire dal bidello agli assistenti allenatori) e alcuni impieghi part-time erano preclusi agli afroamericani (come alle altre minoranze) e le sue richieste venivano puntualmente respinte. Le cose cambiarono quando si decise di procedere al boicottaggio della partita di apertura del campionato di football universitario del 1967 tra San José State e Texas El Paso. Furono giorni di estrema tensione con le minacce degli Hell’s Angels, la mobilitazione delle Black Panthers e la chiamata della guardia nazionale da parte dell’allora Governatore della California Ronald Reagan. Quella partita non venne mai giocata e vi furono tutta una serie di ripercussioni economiche, occupazioni del campus e sit-in sino a che queste barriere segregazioniste non vennero abbattute. Fu in quel momento che Harry Edwards comprese la portata rivoluzionaria dello sport applicata alla politica e ai diritti civili. Sono tutti in quei giorni i germogli del Progetto olimpico per i Diritti Umani in vista delle Olimpiadi del Messico previste per il 1968.

Ecco, Tommie Smith e John Carlos. Cercare di formulare una domanda per riassumere le loro storie di vita è davvero riduttivo e allora vorrei parlare delle sensazioni che ha avuto Lorenzo Iervolino nel ricostruire le vicende personali e professionali di questi due grandi atleti.

Devo ammettere, innanzitutto, che mi sono sempre sentito molto piccolo al cospetto di quel gesto di grande coraggio. Non dimentichiamo che, nell’infuocato clima di quei giorni, una delle critiche più feroci verso i due atleti proveniva dalla stessa comunità afroamericana perché si riteneva che le Olimpiadi non fossero il palcoscenico ideale per inscenare una protesta. Io ho avuto modo di conoscere personalmente solo Tommie Smith e la sensazione che ho avuto è stata molto intensa perché mi sono confrontato direttamente con le sue parole, con le vicende della sua vita. Non è stato agevole tentare di ricostruire il suo percorso in quanto, nel corso degli anni, gli sono stati sottratti molti documenti e diversi oggetti da personaggi che volevano scrivere o documentare la sua vicenda. Sia Smith che Carlos hanno ammesso di sentirsi un po’ dei sopravvissuti perché molti appartenenti alla loro generazione sono stati uccisi e loro stessi non si aspettavano di vivere molto perché le minacce di morte che ricevevano quotidianamente erano molto attendibili. Erano due temperamenti diversi. John Carlos veniva dal quartiere newyorchese di Harlem ed era caratterialmente irruento mentre Tommie Smith, originario del Kansas, era un ragazzo più riflessivo.  Se dovessi definirli con una canzone, direi la fatalista e malinconica A change is gonna come di Sam Cooke per Smith mentre l’incalzante I’m black and I’m proud di James Brown per Carlos.

Vorrei dedicare insieme a te alcune righe anche a uno dei protagonisti indiretti della vicenda, il velocista australiano Peter Norman, medaglia d’argento in quella gara dei 200 metri a Città del Messico. Anche lui dovette affrontare un periodo molto difficile al ritorno in patria per aver manifestato solidarietà a Smith e Carlos. Come dire, la barriera razziale si alzava anche nei confronti di quei bianchi che si erano mostrati solidali alla protesta dei due sprinter americani.

La vicenda sportiva e personale di Peter Norman è esemplificativa di come anche un bianco abbia potuto subire le stesse conseguenze di Smith e Carlos. Come si può ben vedere dall’immagine, il velocista australiano indossa la spilletta del Progetto olimpico per i Diritti Umani, messa pochi minuti prima di salire sul podio. Smith e Carlos l’avevano informato delle loro intenzioni e Norman, proveniente da una famiglia proletaria, da sempre impegnata con l’Esercito della Salvezza, si era mostrato subito solidale perché in patria conduceva la battaglia per i diritti degli aborigeni. È un dato interessante da riportare, poi, che, riguardo il Progetto olimpico per i Diritti Umani, vi fossero detrattori tra gli afroamericani e sostenitori tra i bianchi per cui possiamo sostenere che si trattava di un consenso trasversale e generazionale. Peter Norman ha sempre detto di sé che non si sentiva “la Storia” ma era stato “solidale con la Storia”, un perfetto attore non protagonista che, al ritorno in patria, subì pesanti conseguenze per il suo gesto.

Smith

Lo scrittore Lorenzo Iervolino

Di fatto, l’atleta aussie fu emarginato dalla sua Federazione fino a essere escluso dalla selezione australiana per le Olimpiadi di Monaco del 1972. Fu una delusione terribile non poter più correre per il suo Paese e questa scelta pose fine alla sua carriera nell’atletica. Eppure, se si ascoltano le sue interviste, non trapelano mai parole di disprezzo o di critica nei confronti dell’Australia mantenendo, al contrario, un atteggiamento di rispetto e amore verso il proprio paese. Norman era presente alla cerimonia di inaugurazione della statua a San José il 17 ottobre 2005, condividendo la scelta di non essere immortalato sul podio, seppur sul gradino ci sia il suo nome e l’impronta dei suoi piedi, affinché chiunque possa salire simbolicamente su quel gradino per condividere la scelta dei due atleti afroamericani. Quando Peter Norman morì nel 2006, Smith e Carlos non ebbero dubbi se partecipare o meno al funerale della medaglia d’argento di Messico ’68 e sono decisamente commoventi le foto di Smith e Carlos che portano la bara del loro amico.

Vi è un protagonista del libro poco conosciuto ma con un ruolo fondamentale nella vicenda di Smith e Carlos. Si tratta di Alfonso De Alba. Who’s that guy?

Alfonso De Alba è un personaggio chiave per la trasmissione della memoria del gesto di Smith e Carlos. È un americano di origine messicana nato il 16 ottobre 1968, lo stesso giorno di quella finale dei 200 metri. Dopo essere tornato in Messico con la madre, nel 1985 De Alba s’imbatté in un poster con l’immagine di Smith, Norman e Carlos durante una sosta in un chiosco. C’è da dire che era già impegnato politicamente con i movimenti dei contadini ma rimase colpito dalla forza simbolica di quella foto. Quando tornò negli Stati Uniti, studiò all’Università di San Josè e ne venne poi assunto come mediatore tra la dirigenza universitaria e gli studenti per la ricerca di fondi esterni all’Ateneo. Una delle istanze che più lo impegnò fu quella di cercare finanziamenti per ricordare due degli studenti più prestigiosi dell’Università, Tommie Smith e John Carlos. Oggi tutti noi possiamo ammirare quell’imponente statua ma non fu affatto facile erigerla viste le numerosissime difficoltà di ordine burocratico e diversi tentativi di boicottaggio. Ma il giorno dell’inaugurazione, presente la stampa di mezzo mondo, vi fu la presenza di tutti e tre i protagonisti di quello storico giorno, tornati a essere finalmente gli eroi delle Olimpiadi di Messico ‘68. Ma quella soddisfazione si tinse presto d’amarezza per De Alba perché, accusato strumentalmente di aver venduto alcool a degli studenti e poi prosciolto da ogni capo d’imputazione, venne licenziato dalla sua stessa Università dovendo così, a cinquant’anni suonati, ricostruirsi una vita nel campo della ristorazione.

Leggendo le pagine del tuo libro, colpisce l’accurata ricostruzione storica, politica e sociale degli Usa negli anni ’60. Ecco, come definiresti il tuo volume? Un libro di storia sociale, un reportage giornalistico, un documentario in presa diretta o tutte e tre queste categorie insieme?

Direi tutti e tre i generi messi insieme più l’aggiunta della forma romanzo, che poi è la parte letteraria che mi interessava far emergere di più. In queste pagine ho cercato, con modalità differenti, di fornire dei linguaggi diversi a seconda delle vicende che andavo a trattare. Da questo punto di vista, il lavoro di ricerca è stato importante perché sono riuscito a raccogliere tante storie nella massa della grande Storia. Alla fine, è stato anche problematico scegliere cosa raccontare e cosa escludere ma credo che la scelta di proporre diversi registri narrativi e formati apparentemente distanti tra loro, rappresenti il maggior grado di avvicinamento all’intenzione che mi ero posto in questi due anni di lavoro. In fondo, scrivere è spesso avvicinarsi il più possibile a un’intenzione. Rispetto al quadro storico, ho invece fatto un passo indietro ricercando un equilibrio diverso rispetto alla scelta iniziale. La grande massa di eventi, storie e personaggi che circondano Smith e Carlos, dalla loro nascita a metà degli anni Quaranta, è stata raccontata passando per il filtro della loro stessa reale percezione. Così ritroviamo Malcolm X solo quando John Carlos adolescente lo segue per le strade di Harlem e le vicende di Rosa Parks e Claudette Calvin quando il piccolo Tommie Smith le sente raccontate da sua madre, durante i tantissimi lavori domestici che la donna, madre di dodici figli, era quotidianamente costretta a sbrigare.

Simone Morichini

Simone Morichini

Sono nato a Roma il 20 dicembre 1976 e mi sono laureato in Scienze politiche presso l’Università "La Sapienza" dove ho successivamente conseguito il Dottorato di ricerca in “Storia delle elite e classi dirigenti”. Giornalista pubblicista iscritto all’Ordine del Lazio e Molise, lavoro in campo editoriale occupandomi di marketing, distribuzione e promozione libraria. Ho successivamente condensato la mia intera esperienza professionale in una pubblicazione ad hoc dal titolo “Per una manciata di libri. Aspetti commerciali nell’editoria”, uscito nel 2011. Ho collaborato con varie riviste tra cui "Elite e Storia", "Olimpiaazzurra", "Iniziativa" e la pagina culturale del webmagazine "DailyGreen". Mi piace viaggiare e adoro la letteratura scandinava (Arto Paasilinna e Jan Brokken in particolare). Appassionato di lingue straniere (inglese e tedesco su tutte), sono uno sportivo onnivoro e amo la disciplina invernale del Biathlon.

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