Into the wild. Il libro di Krakauer sconfessa Sean Penn: McCandless non era un eroe

Redazione di Redazione, in Letteratura, Recensioni, del

Chris McCandless era uno sconsiderato. Un incosciente, e arrogante, che pensava di poter fare senza preparazione e senza equipaggiamento ciò che molti più preparati di lui non eran riusciti a fare. O forse era solo un giovane idealista, un amante della natura. Un ragazzo innamorato della vita all’aria aperta, sebbene incapace di recare il dovuto rispetto alla natura. Jon Krakauer spende molte parole sui risvolti della storia di Chris.

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Cerca, con minuziose informazioni scientifiche, di ricostruire la vera causa della sua morte. Probabilmente il ragazzo aveva ingerito delle bacche tossiche, anziché morire di fame come si era pensato inizialmente. Fatto sta che i suoi resti erano quelli di un uomo adulto che pesava trenta chili. Gli autoscatti che lo ritraggono mostrano un ragazzo sorridente, con chiari segni di denutrizione. E poi ci sono le altre foto. Quelle di pessimo gusto. Le foto con gli animali uccisi, con il segno di vittoria o il fucile a mo’ di trofeo. Le foto che deridono la morte delle creature che gli hanno permesso di sopravvivere oltre cento giorni in Alaska. Le foto dalle quali traspaiono tutta l’arroganza e la stupidità di un ragazzino che ha, magari inconsapevolmente, cercato la morte e l’ha trovata, e le contraddizioni di chi si è sentito in colpa per aver ucciso un alce solo per non essere riuscito a conservarne la carne. Le contraddizioni di chi, forse, ha anche devastato i rifugi vicini senza usarli per rimettersi in forze, che ha creduto di essere migliore di altri perché aveva scelto di avventurarsi nella foresta senza portarsi nulla a parte qualche chilo di riso.

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Chris McCandless non era migliore di altri. Era solo un uomo libero che ha fatto la sua scelta ed è morto per quella scelta. Ha chiesto aiuto, prima di morire, ma non c’era nessuno ad aiutarlo perché egli stesso aveva voluto così.

Ho sottolineato molti passaggi del libro di Krakauer, che è andato a fondo della storia di Chris perché in prima persona ha raccolto delle sfide come le sue, sfiorando la morte mentre era immerso nella natura. Al contrario di Chris, però, Jon Krakauer auer ne è uscito vivo e ha avuto l’umiltà di capire che è stata solo fortuna.

E che ciascuno è padrone del proprio destino. Chris McCandless ha scelto il suo.

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Nonostante Nelle terre estreme sia un libro difficile, che ti mette addosso una gran voglia di giudicare Chris superficialmente, come molti hanno fatto, la mia conclusione è una sola: McCandless ha scelto il proprio destino. Non va santificato né demonizzato, per questo. La sua storia è solo una testimonianza di come l’uomo, a volte, sia libero di scegliere dove, come e quando morire. Anche di fame, se necessario. Senza rimpianti. Senza recriminazioni o rimorso. Liberamente.

Nel film di Sean Penn tratto dal libro di Krakauer auer, con un intenso Emile Hirsch nella parte di Chris, invece, è tutta un’altra storia. La poesia del viaggio e dell’esplorazione, la solitudine, la determinazione, il panorama mozzafiato e la giusta colonna sonora emergono prepotentemente. Chris sembra semplicemente un ragazzo coraggioso che fa una scelta di autodeterminazione e resta vittima di una tragica serie di circostanze.

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Le immagini e i suoni ci fanno accampare insieme a lui, ci fanno respirare l’aria gelida, ci restituiscono il silenzio assordante e i colori meravigliosi. L’esperienza è molto più coinvolgente, anche perché il diario di Chris è sostituito dalla sua presenza in scena. E nel suo diario non ci sono molte riflessioni sulla natura e sul suo rapporto con essa: si parla essenzialmente di cibo. Di cosa ha mangiato e quando. Il resto viene affidato alle parole di altri, evidenziate nei libri che sono stati ritrovati vicino al suo corpo.

Nonostante questo anche le immagini – pur suggestive – alla fine danno la stessa sensazione del libro di Krakauer: giornate che scorrono senza che sa nulla, senza uno scopo se non quello di sopravvivere, senza aver imparato davvero cosa significa vivere nella natura rispettandola, anziché sfidandola. La libertà estrema, il “viaggiatore esteta che ha per casa la strada”, come Chris definiva se stesso, soffre la solitudine come chiunque altro. Ha paura come chiunque altro. Sbaglia, come chiunque altro.

Il film gli attribuisce un lato romantico ed estremamente sensibile che nella realtà non esiste. Risparmiare un animale solo perché poco distante c’è il suo cucciolo è in netto contrasto con le foto di “Alexander Supertramp”, il suo nome d’arte, immortalato trionfante vicino agli animali cacciati. E la lenta evoluzione del film, che dalla laurea lo porta al vagabondare in Alaska, lascia intendere che fosse predestinato a finire lì, che la sua insofferenza per i genitori fosse la molla destinata a spingerlo verso un’incredibile avventura. Il personaggio viene idealizzato e, come c’era da aspettarsi, al cinema è tutto molto, molto più significativo di quanto sia stato in realtà. Incluso l’incontro con una ragazza che non c’è mai stato.

Chris McCandless era un ragazzo come tanti altri, attaccato alla sorella Carine e insofferente verso i genitori, dai quali sentiva il bisogno di distinguersi rifiutando quel benessere in cui era cresciuto e di cui aveva goduto fino a decidere che non era solo superfluo, ma anche dannoso. Tanto da devolverlo in beneficenza, tutto quanto. Se avesse tenuto del denaro, avrebbe potuto equipaggiarsi meglio. Se non fosse stato così avventato, avrebbe studiato per prepararsi a dovere. Avrebbe capito che non c’era nulla di male nell’accettare la propria piccolezza, al confronto dell’immensità della natura, che non c’era bisogno di cambiare nome e di fingere di essere qualcun altro, né di bruciare i soldi per rifiutare quella prudenza che considerava sinonimo di debolezza.

Libertà non è sinonimo di pericolo, né di solitudine. Né dipende, la libertà, dallo sparire senza più dare notizie ai tuoi genitori. Tu potrai anche odiarli, magari. Ma loro ti amano e soffrono perché non sanno cosa ti sia successo. Come tua sorella. Questo, Chris McCandless non l’aveva capito. E, benché non fosse fra gli intenti di Sean Penn, emerge chiaramente anche dal film.

Un film in cui anche la morte è idealizzata. Perché Chris McCandless stava male. Era solo, spaventato. Ed è morto così, solo e spaventato, a 24 anni.

Chiara Poli

Redazione

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  • Alessandro A.

    Il titolo dell’articolo mi pare poco azzeccato, essendo che difficilmente un libro del ’96 puo’ sconfessare un film girato dieci anni dopo. L’unica novita’ nella vicenda di McCandless e’ l’ipotesi, formulata solo qualche anno fa, che la morte fosse dovuta ad una paralisi da latirismo indotto dal consumo di particolari erbe, la cui pericolosita’ era finora sconosciuta.

    Senza voler idealizzare la figura di McCandless (cosa che personalmente non mi pare abbia fatto nemmeno Penn), questa nuova informazione rende particolarmente sfortunata l’eventualita’ della sua morte e non e’ affatto detto che, se si fosse ”equipaggiato meglio”, le cose sarebbero andate diversamente.

    PS Anche l’accanirsi sulle foto che McCandless si faceva con gli animali da lui cacciati mi pare un po’ eccessivo: cosa doveva fare una persona che viveva in totale isolamento da tre mesi?

  • Eva Olcese

    Non hai proprio capito il messaggio del libro.

    • demasigio

      Pare proprio di no !

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