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ArT In PiLls: il nero del Giappone e la cura per dettaglio in Manet

Viviana Filippini di Viviana Filippini, in Blog, del

Éduoard Manet è il pittore famoso per la sua opera Colazione sull’erba (1862/3) che destò non poco scalpore quando venne mostrata per la prima volta nella Parigi dell’Ottocento, ma il quadro dell’artista del quale vi parlo oggi,  Il pifferaio di reggimento,  (1886, Museé d’Orsay, Parigi) è uno dei primi dipinti fatti dal pittore francese che mi  ricordo di aver visto in vita mia. Manet non volle mai essere identificato col gruppo degli impressionisti, né accettò mai di partecipare alle loro esposizioni. Non ho mai visto l’originale, ma da piccola mi ricordo di aver notato questo quadro attaccato ad una parte a scuola e qualche anno dopo leggendo il libro Cuore di De Amicis, in particolare l’episodio de La piccola vedetta lombarda, nella mente è scattato subito il collegamento a questa immagine.

Per la realizzazione del dipinto le cronache del tempo, raccontano che Manet riuscì a convincere un compagno d’armi, un certo Lejonse, a concedere il permesso ad un componente della banda imperiale di mettersi in posa per il quadro, ma qualcuno dice anche che il protagonista sia Léon il figlio di Manet (e la cosa è molto più probabile vista la somiglianza con i lineamenti del ragazzo ritratto dal padre in altre tele).  Questo dipinto come altri quadri di Manet, evidenzia l’interesse e la curiosità che l’artista aveva per i vestiti, e in particolare per le uniformi, perché gli davano la possibilità di riprodurre in modo accurato ogni singolo dettaglio. Qui per esempio si nota la precisione nella raffigurazione del fodero del piffero, ma anche il particolare dei bottoni della giubba e del copricapo. Stessa cosa, se osserviamo bene il flauto traverso si vedono le finezze delle rifiniture dorate dello strumento. Tutto questo è il segno di una vera e propria attenzione alla minuzia di Manet.

Il fondo color nocciola completamente piatto, senza nessun senso di volume, non fa altro che far risaltare al meglio la figura del giovane pifferaio che si staglia sulla tela con le sue forme e colori nette e ben definiti. Il ragazzino occupa una posizione centrale ed è l’ombra del piede destro, anche se piccolo, a dar peso alla figura che dimostra di avere un peso e una vera e propria presenza fisica nello spazio. I colori che prevalgono sono il nero nella giubba, nelle righe dei pantaloni e nelle scarpe. Spiccano il rosso dei pantaloni e il bianco della fascia a tracolla e delle ghette delle scarpe. Il tutto è definito con rapide pennellate che restituiscono all’occhio dell’osservatore un giusto senso matericità dei soggetti. L’utilizzo del nero che definisce la figura e la fa emergere dal fondo è una tecnica pittorica che Manet apprese dagli artisti giapponesi (nishiki-e) che per definire al meglio i loro soggetti pittorici li contornavano di profili neri, creando delle vere e proprie silhouette[l2g name=”” id=”7370″]. Sempre dalla pittura giapponese, Manet recuperò il creare contrasti di colore netti ed evitando accostando colori molti diversi tra loro. In questo caso non c’è solo il contrasto tra bianco e nero, ma anche tra rosso bianco e nero e di tutta la figura con il fondale nel quale si trova inserita.

Il volto del pifferaio è giovane, ma traspare orgoglio e coraggio da esso e ad esprimere questo non ci sono soli i sui lineamenti acerbi, ma che l’incarnato con le gote rosse. Il ragazzino è dipinto nell’atto di suonare il suo flauto e l’impostazione delle mani, in particolare quella destra con il movimento delle dita che suonano, e con quell’ombra che si riflette sul palmo della mano, sono un esempio della voglia si mettersi alla prova di Manet creando effetti chiaroscurali dettagliati.

Tanto per cambiare, e come accadde ad altri pittori, il Salon rifiutò il quadro ritenendolo poco espressivo, piatto. In difesa dell’opera e di Manet, intervenne lo scrittore Émile Zola (anche lui ritratto da Manet) che tutelò questo e altri dipinti dell’artista come esempi di pittura capace di raccontare con forme e colori decisi la realtà delle persone e delle cose. Poi, se consideriamo che Zola era il padre di quel movimento letterario, il Naturalismo, che indagava e descriveva la realtà psicologia e sociale dopo un’ attenta osservazione del mondo reale, devo dire che Manet era in perfetta sintonia con il movimento culturale francese nato alla fine del XIX secolo.

Finezza: in basso a destra c’è la firma obliqua di Manet, questo piccolo dettaglio ornamentale segue l’andamento del piede del pifferaio, e da’ un tocco di profondità al fondo.

Viviana Filippini

Viviana Filippini

Viviana Filippini (Orzinuovi –Bs-, 1981) è giornalista pubblicista e collabora dal 2007 con il quotidiano «Giornale di Brescia» come corrispondente esterno. Si è laureata in Dams (Cinema e audiovisivi) alla Facoltà di Lettere e Filosofia all’Università Cattolica di Brescia con una tesi sul Bildungsroman (Romanzo di formazione), scrive di libri su blog letterari e culturali (Liberi di scrivere, Sul romanzo). Dal 2015 ha un blog dedicato all’arte (Art in Pills) sul portale Cultora.it. Tiene corsi di Scrittura creativa, di Riscoperta dei Classici della letteratura e di Storia del Cinema. Ha fatto la speaker radiofonica. Ha curato le antologie di Racconti bresciani(Vol I, II, III, IV, V) per Historica edizioni, 2015 Cesena, e scritto Brescia segreta. Luoghi, storie e personaggi della città, Historica, 2015 Cesena e la storia per ragazzi Furio e la Beata Paola Gambara Costa, illustrata da Barbara Mancini, ebm edizioni, Manerbio 2015. A passo sospeso. The Floating Piers Christo & Jeanne Claude, Temperino Rosso, Brescia 2016. Onte il Camaleonte, ed. Arpeggio libero, 2017. Illustrazioni di Daisy Romero.

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