Coca Cola docet: coinvolgere i consumatori nel web 2.0

Da quando è apparsa sulle televisioni, radio e poi internet, la pubblicità ha conosciuto varie forme caratterizzate sempre da una nuova creatività, volta evidentemente ad incrementare la vendita dei vari prodotti; lo strumento dello “storytelling”, è certamente uno dei più accattivanti nel suo modo di raccontare e rendere partecipi della quotidianità, i potenziali acquirenti del marchio pubblicizzato.

Il colosso mondiale della Coca Cola, è stato uno dei primissimi a farvi ricorso, rivoluzionando in un certo senso, anche il modo di far pubblicità.

In pochi secondi, al massimo due minuti di spot, appaiono una sequenza di storie, messaggi, idee, che trasversalmente attraversano il vissuto giornaliero di milioni di persone, e che vanno dalla vita familiare, al lavoro, alla politica, passando per lo sport, la moda, la morale, il sentire comune, fino ad approdare a contenuti che parlano di arte, metafisica o personaggi storici famosi.

Un susseguirsi di messaggi, che evidentemente nel caso degli “storytelling” della Coca Cola, hanno il fine di incrementare le vendite delle lattine rosse.

Degli spot pubblicitari che, per raggiungere i loro obiettivi, devono rispettare alcune regole basilari, come l’essere capaci di raccontare storie quanto più possibili comuni, che siano in grado di far sentire tutti partecipi attorno a degli ideali, a dei valori, degli spot che lancino dei contenuti positivi ed ottimistici, che consolidino principi e modi di pensare (se non addirittura lanciarli ex novo nell’ambito del comune sentire).

Oltre a ciò, si tenga presenta come il ruolo degli “storytelling”, mira anche a creare una sorta di continuum generazionale nella consumazione dei prodotti, tutte le volte che vengono raccontate storie in bianco e nero di genitori, nonni e prozii, sempre per rafforzare lo spirito di appartenenza ed immedesimazione dei potenziali acquirenti.

Ma la questione che credo debba essere attenzionata maggiormente, è quella se, gli “storytelling” e la pubblicità in generale, oltre ad accrescere gli appetiti consumistici, possano in qualche modo contribuire anche a migliorare la nostra etica, e quindi compensare quella che ormai da tempo viene definita come una deriva etica-morale, causata proprio dal troppo consumismo.

Pensiamo allo spot della Coca Cola di qualche anno fa, dove viene lanciato il bellissimo messaggio di tolleranza e rispetto, in un ambito risaputo di rivalità, quale è il derby di calcio tra Milan ed Inter; e proprio grazie alle lattine di Coca Cola, i tifosi avversari si ritrovano a condividere il piacere dell’amicizia e del rispetto reciproco.

O pensiamo anche a come la pubblicità della bevanda con le bollicine, abbia consolidato l’attuale figura bonaria e generosa del Babbo Natale vestito di rosso e canuto, che distribuisce regali.

Si viene a creare a mio modo di vedere, una contraddizione: il tanto stigmatizzato non-valore del consumismo, attraverso messaggi come quello sopra descritto, diffonde e risveglia importanti e ambiti valori.

Bisogna allora chiedersi se si vuole accettare una volta per tutte il consumismo (cioè la ricerca più o meno sfrenata del guadagno) con tutto ciò che ne deriva, anche attribuendogli una nuova valenza etico-morale, all’interno della quale far nascere valori e principi o che comunque contribuisca a rafforzarli, o relegarlo a qualcosa di diabolico, di nefasto, inconciliabile con la morale.

Tuttavia, è difficile immaginare che con la frenesia dei nostri giorni, ognuno si possa dedicare ad una attenta ed approfondita riflessione di carattere etico-morale; fare affidamento quindi, ed accontentarci dei trenta secondi di saggezza degli “storytelling”?

Redazione

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