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Ecco perché i giovani italiani non sanno l’inglese

Redazione di Redazione, in Letteratura, del

inglese

“40 milioni di euro all’anno, per tre anni, con priorità a lingue e digitale”, e ancora, “Bisogna ripensare a come si insegna. Le lingue dovrebbero essere strumento per apprendere, prima che oggetto di studio, utilizzando brevi testi adatti all’età: fumetti, recensioni, brani critici nell’idioma originale”. Questo il progetto di Gisella Langè, ispettore tecnico del Miur, consulente per le lingue straniere, a fronte della scarsa preparazione che si riscontra in Italia.

A differenza degli altri paesi dell’Unione Europea, vi è una percentuale molto più alta di ragazzi italiani che, oltre ad approcciarsi ad una seconda lingua, si dedicano anche ad una terza durante gli studi delle scuole medie, obbligatoria dal 2010: il 98% di loro, contro il 60% del resto d’Europa. In più l’Italia è tra i 14 paesi della Ue che ha imposto l’obbligo di studiare una seconda lingua (ormai la tendenza verte per lo più verso l’inglese, nonostante i nuovi flussi migratori e la globalizzazione) dai 6 anni, appena iniziate le scuole primarie. E anzi, vi sono corsi nel periodo prescolare in cui i bambini iniziano ad approcciarsi alla nuova lingua con giochi e trovate divertenti.

Ma allora perché, nonostante queste opportunità offerte dalla scuola, questi dati che vedono gli studi degli italiani più completi rispetto a quelli del resto d’Europa, questi insegnamenti che avvicinano i ragazzi sin dall’infanzia allo studio della lingua straniera, solo il 16% degli italiani parla correttamente una seconda lingua?

Le risposte si possono trovare in diversi aspetti dell’insegnamento: per prima cosa, dai dati viene sottolineato che alle superiori solo il 23% dei ragazzi continua il suo percorso di apprendimento della seconda lingua, e solo il 50% dei titoli di studio la prevede. L’abbandono della lingua porta inevitabilmente ad una perdita di confidenza con questa e ad una fase di deterioramento della sua conoscenza. D’accordo con questo pensiero è Raffaele Mantegazza, docente di Pedagogia generale all’Università Bicocca di Milano, che sottolinea: “È sbagliato abbandonare la seconda lingua straniera alle superiori”.

In più il problema è anche rappresentato dalle conoscenze possedute dagli insegnanti: coloro che occupano le cattedre alla scuola primaria, sono per lo più usciti dalle magistrali, e molti di loro non seguono corsi di aggiornamento da circa dieci anni, trasmettendo così un insegnamento arretrato, che tralascia le novità della lingua.

Altro aspetto fondamentale, è la mancanza di incentivi posti negli scambi culturali, organizzati da alcune scuole superiori, ma poco sfruttati. È a dir poco sbagliato e poco producente abbandonare gli studi nell’età in cui i ragazzi possono invece approfondire la conoscenza della seconda lingua anche con viaggi che gli permettano di confrontarsi direttamente con nuove culture e con un nuovo modo di parlare, che non appartiene alla loro quotidianità. Natalia Anguas, amministratore delegato di Ef Italia, lo fa capire: “I ragazzi italiani brillano tutt’al più per la grammatica, ma sono indietro in conversazione e ascolto”. Infatti, le scuole italiane offrono una base molto solida di studio della grammatica, soprattutto dell’inglese, ma si concentrano poco sul parlare. Le lezioni non vengono tenute in lingua originale, e in pochi licei le interrogazioni vengono affrontate nella lingua straniera.

I Paesi nordici, come la Svezia, la Danimarca o l’Olanda, adottano un sistema ben differente: i bambini entrano sin dalla prima infanzia nel mondo della lingua straniera con cartoni, film, fumetti tutti visti o letti in lingua originale. Seguendo l’esempio dei genitori, che cercano di vedere film il più possibile in lingua originale, da subito i bambini si adattano, ed imparano velocemente a comunicare nella nuova lingua.

Dunque incentivo nei viaggi, nell’ascolto di dialoghi e nella lettura di fumetti, libri, giornali in lingua originale, nel vedere film in un’altra lingua e nel dialogare il più possibile in lingua straniera: questi sono gli unici metodi con cui gli italiani potranno stare al passo con il resto d’Europa, mostrando in più anche la loro ottima conoscenza della grammatica.

Chiara Moccia

Redazione

Redazione

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