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Uno sparo nel buio, il legal thriller di Vincenzo Cerracchio

Redazione di Redazione, in Letteratura, Libri, del

Un legal thriller di cent’anni fa. Quando non esistevano i “Porta a porta” e i “Chi l’ha visto?” ma nelle aule della Corte d’Assise non c’era posto per uno spillo. E’ un grande processo, un pezzetto della storia giudiziaria di Roma, quello che racconta Vincenzo Cerracchio nel suo romanzo da poco uscito per Fazi Editore e che si intitola in maniera didascalica “Uno sparo nel buio”.
Perché uno è appunto lo sparo, un colpo alla tempia di una giovane donna, ritrovata cadavere in Lungotevere Marzio, a duecento metri da Ponte Cavour, nella notte tra il 3 e il 4 gennaio 1918. E al buio – ovvero cieco – è il marito, alla sbarra dopo oltre quattro anni con l’accusa di averne simulato il suicidio e in realtà di averla uccisa. Facendo tutto da solo – il cieco – ma con la connivenza morale di una sua amante che nel periodo del presunto delitto era però rinchiusa in carcere per un precedente piccolo reato.
La realtà in certi casi supera la fantasia e i colpi di scena non mancano fin dall’inizio. Li porta alla luce, ripercorrendoli, proprio il processo, che l’autore ha deciso di raccontare senza omettere alcun particolare, ricavando ogni notizia da fonti accertate: gli atti processuali conservati all’Archivio di Stato, le cronache dei quotidiani dell’epoca, le arringhe degli avvocati, i referti medici dell’imputato per diversi mesi detenuto presso il manicomio giudiziario del Santa Maria della Pietà. Ma, in parallelo all’evolversi del dibattito, Cerracchio sfrutta personaggi non più reali ma di fantasia, in primo luogo due giornalisti e una giovane aspirante psichiatra, per raccontarne i retroscena e soprattutto per far emergere posizioni e pareri contrastanti nell’opinione pubblica di quegli anni. In una Roma a tratti oscura, a tratti luminosa, completamente immersa nei grandi cambiamenti tecnologici e sociali che seguirono la fine della prima guerra mondiale.

Il processo, come detto, fece epoca. L’imputato, Ignacio Mesones, era il figlio maggiore del console peruviano a Roma, un uomo ormai oltre la quarantina dalla vita dissoluta. Che aveva vissuto una sessualità sfrenata e girato il mondo, dall’Europa alle Americhe, finendo perfino alla corte dello Zar di Russia, e che aveva perso la vista a seguito dell’aggravarsi di una malattia al tempo terribile come la sifilide.
Sua moglie, Bice Simonetti, era figlia – sia pure illegittima – di un antiquario molto noto nella Capitale e proprietario di palazzi nel nascente quartiere Prati. La particolarità è che la donna, nelle ultime ore di vita, si era volontariamente spacciata per una profuga istriana giunta a Roma a cercare lavoro e disperata per non aver trovato alcun aiuto. Lei stessa aveva cambiato identità dopo aver detto alla famiglia che sarebbe partita per Napoli per spignorare certi orecchini. E questo è solo il primo di una serie di misteri che caratterizzeranno le varie fasi del processo e che l’autore maneggia con cura, tratteggiandoli e approfondendoli a beneficio del lettore, chiamato a farsi un’idea dell’accaduto a prescindere dall’esito della sentenza.
L’ambientazione, particolarmente curata e sentita, oltre all’approfondito profilo psicologico dei personaggi, rende il romanzo intenso e senza pause fin dalla prima pagina. Con colpi di scena che si susseguiranno fino all’ultima.

Redazione

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