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“Una class action per domarli tutti”: i nostri dati personali saranno mai al sicuro online?

Redazione di Redazione, in Viaggio, del

Vi ricordate il famoso film Nemico Pubblico, con Will Smith come protagonista? Parlava della storia di un brillante avvocato, la cui vita viene improvvisamente rovinata dall’NSA, che in pochissimo tempo piazza cimici in tutta la sua abitazione, sorvegliandolo 24 ore su 24 e venendo a conoscenza di ogni suo segreto, poiché l’uomo si ritrova involontariamente immischiato in un delitto politico. Ebbene, il compianto regista Tony Scott fu alquanto profetico con questa pellicola uscita diciassette anni fa.

Di fatto, come ben sappiamo, dopo l’eclatante caso dell’eroico Edward Snowden, che ha sacrificato la sua brillante carriera per rivelare al mondo le attività illegali dell’NSA nello spiare non solo milioni di americani, ma anche altre nazioni e perfino molti leader mondiali, il sospetto sempre più fondato che la nostra privacy di internauti venga costantemente violata durante la navigazione sul web sta prendendo piede, causando timori e rabbia.

È da questi sentimenti che è partita la maxi class-action contro Facebook da parte del giovane avvocato austriaco Max Schrems, sostenuto da 25.000 utenti del famoso social network di Mark Zuckerberg. L’accusa è di aver minato la privacy personale degli utenti tracciando i loro dati e di collaborare col programma PRISM dell’NSA, che appunto sfrutta Facebook, Google, Microsoft, Apple e tanti altri mezzi di comunicazione di massa per tenere sotto controllo la popolazione in caso di rischi per la sicurezza nazionale ed internazionale, entrambe pratiche illegali secondo le leggi dell’UE.

La richiesta dell’avvocato è quella di “interrompere immediatamente questa sorveglianza di massa e di adottare una politica sulla privacy seria, comprensibile, smettendo di raccogliere dati di persone che non sono neppure utenti di Facebook.” Per il momento il colosso americano non ha rilasciato commenti, ma secondo Schrems e il RolandProzessFinanz, lo studio austriaco che sta finanziando questa enorme azione giudiziaria, Zuckerberg & Co. faranno leva per spingere la class action verso un vicolo cieco, puntando sul fatto che in Austria le class action sono giuridicamente inesistenti, annullandone così la validità.

Solo il tempo ci dirà come andrà a finire questa iniziativa “storica”, ma il silenzio di Facebook, come le verità rivelate da parte di Snowden, fanno riflettere molto gli utenti del web, perché il concetto di privacy correlato ad Internet sta diventando, purtroppo, sempre più relativo. Basta osservare come, tante volte, quando usiamo ed accediamo a vari servizi online, ci venga chiesto l’accesso alla nostra posizione geografica e/o alle nostre informazioni personali, richieste quasi sempre giustificate “per fini di mercato”, con l’impossibilità di procedere allo step successivo se non si fornisce il proprio consenso. Dato che ormai i social network, gli apparecchi tecnologici come smartphone, smart TV e tutta quella vasta gamma di terminali, che molto presto diverranno parte dell’Internet Of Things, sono diventati parte integrante della nostra vita quotidiana ed ormai è impossibile farne a meno, la sola ed unica maniera certa per garantire la sicurezza dei dati personali sarebbe proprio quella proposta da Schrems, ovvero formulare una politica sulla privacy totalmente rinnovata. Ma siamo proprio sicuri che chi ci governa e ci spia sia d’accordo? Ogniqualvolta avvengono problemi online o sentiamo parlare di intrusioni in siti web di vario genere, l’opinione pubblica è sempre pronta a puntare il dito contro gli hacker, che ormai sono divenuti i capri espiatori di tali malefatte informatiche. Ciò che però i mass media dimenticano di ricordare è che suddette malefatte sono compiute sì da cracker (tralasciamo la grande campagna di disinformazione nonché generalizzazione compiute sui termini “hacker” e “cracker”, soggetti totalmente differenti e con fini totalmente opposti), ma da cracker quasi sempre finanziati dai governi o da aziende per attaccare nazioni o ditte rivali, come è, ad esempio, avvenuto recentemente con la banda di cybercriminali nordcoreani che hanno più volte violato i database della Sony, come rappresaglia in seguito al rilascio del tanto discusso film The Interview.

Quindi, nell’attesa di una svolta nella class action contro Facebook, il miglior consiglio per gli internauti è quello di imparare a difendersi da soli dal sempre più concreto “Grande Fratello” orwelliano, tramite programmi specifici per la privacy dei dati personali, come quelli di crittografia, quasi sempre dimostratisi efficaci persino contro la stessa NSA, come confermato all’epoca da Snowden, nonché con semplici accortezze nell’utilizzo dei social network. D’altronde, come affermano spesso molti cyber-esperti: “Siamo noi i primi veri antivirus dei nostri dispositivi e delle nostre azioni informatiche.

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