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“Un alfabeto nella neve”: il libro di Davide Brullo per chi ha denti al posto degli occhi

Redazione di Redazione, in Interviste, Letteratura, del

“Un alfabeto nella neve” (Castelvecchi, 160 pp.) di Davide Brullo è il quarto volume del Ciclo del Tradimento, costituito dai romanzi “Rinuncio” (2014), “Ingmar Bergman: la vita sessuale di Franz Kafka” (2015) e “Pseudo-Paolo. La lettera di San Paolo Apostolo a San Pietro” (2018). Come poeta ha pubblicato “Annali” (2004), “L’era del ferro” (2007) e “Abbecedario antartico” (2017). Scrive su il Giornale e Linkiesta ed è fondatore e direttore del magazine culturale Pangea.
L’autore ci racconta il suo ultimo romanzo in quest’intervista.

– Come nasce l’idea del romanzo “Un alfabeto nella neve”?
Un romanzo nasce con l’idea di distruggere sé stessi attraversando la vita di un altro. In questo caso, Boris Pasternak è lo scalpello con cui ho tentato di disconoscermi.

Il protagonista del romanzo, il falsario, può essere definito un intellettuale decaduto, un artista della menzogna. Cosa c’è di attraente in questa figura?
Nel mondo dell’arte c’è chi ricrea la realtà e chi crea la realtà. Mi affascinano gli artisti che praticano quest’ultima via. La parola mistifica, l’arte è una menzogna: “Un alfabeto nella neve” è una grande bugia, ordita però per dire un grande amare.

– Lei si è “calato nei panni” di Boris Pasternak e Marina Cvetaeva interpretando i loro possibili sentimenti, le loro sofferenze, le loro passioni e debolezze restituendo al lettore questa corrispondenza tra i due amanti. Come ha lavorato nella costruzione del carteggio? Quanta verità c’è alla base?
Di Marina Cvetaeva abbiamo il carteggio, curato da Serena Vitale per Adelphi; di Boris Pasternak gli scritti autobiografici che ci raccontano l’affetto incendiato verso la Cvetaeva. È Pasternak a dirci che la parte più importante del suo epistolario con la Cvetaeva è andato perduto, “negli anni della guerra”, dopo averlo affidato a “un’impiegata del Museo Skrjabin, grande ammiratrice della Cvetaeva”. E se fosse stato Pasternak, piuttosto, a eliminare quelle lettere? Questa ipotesi non è contemplata nel mio libro, ma è ricca di possibilità romanzesche. Di un uomo è ammirevole ciò che è inafferrabile, l’innocenza, la pervasione delle perversioni, penso.

– C’è qualche rapporto tra questo libro e la sua produzione precedente?
I libri di uno scrittore – che siano romanzi, poesie o saggi – costituiscono un unico, difforme, ritratto. Lo scrittore scrive per definire il Minotauro che lo annienterà – o che egli stesso, ritualmente, ucciderà.

– Quali sono le sue influenze e i suoi modelli letterari?
Si scrive dopo aver incenerito i modelli: un uomo si lascia influenzare dalle poesie di Hart Crane come dalla storia che gli sussurra l’amante nell’anello degli occhi; ama i versi verbosi di Saint-John Perse e la vicina di casa, inquadrata da una finestra troppo vaga, che pare la tela di un ragno; studia la prosa di Marcel Jouhandeau, così terza in quotidiane ossessioni, si macera con San Paolo, nuota nella pozza adriatica, su cui un tempo si affacciavano i ghepardi allevati per i giochi gladiatori, con la stessa energia.

– “Un alfabeto nella neve” insieme ad altri tre volumi fa parte del Ciclo del Tradimento. Ce ne sarà un quinto che si aggiungerà ai quattro precedenti? Se sì, ha già pensato al prossimo argomento o ai protagonisti?
Non c’è altro oltre il tradimento – il creato fraintende i verbi di Dio ed è tradendo le aspettative che altri hanno verso di noi – obliando le attese – che viviamo nella gloria, nella rovina. Ho scritto, devoto al tradimento, una piccola storia sui gemelli prodigio che ai primi del Novecento hanno illustrato Il libro della giungla di Rudyard Kipling, il libro della mia infanzia: sono morti, a distanza di 50 anni, entrambi suicidi. Il prossimo romanzo, ad ogni modo, tradisce l’opera di Vladimir Nabokov – e corrompe il destino di alcuni miei parenti prossimi, ora sotto terra.

– Quali sono i punti di forza del suo romanzo che indicherebbe al lettore?
Questo non è un romanzo, direi, ma il cranio della tigre bianca offerto in pasto a chi ha orecchie per intendere e i denti al posto degli occhi.

Raffaella Anna Indaco
Redazione

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