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Il triste destino delle opere d’arte di Lehman Brothers

Redazione di Redazione, in Arte, del

È passata da poco la mezzanotte a New York, il calendario segna la data del 15 settembre 2008; all’interno di una lussuosa stanza d’affari di un grattacielo di vetro e acciaio della Grande Mela, sono riuniti alcuni tra i più importanti personaggi della finanza americana, altri sono collegati in conference call. Quella notte il tempo sembra fare brutti scherzi: un attimo appare veloce e inesorabile, un altro lento e moderato. L’aria che si respira non è delle migliori, le voci si accavallano e si rincorrono, i pensieri sembrano sfuggire ad ogni logica e le carte sui tavoli sembrano rigurgitare solo numeri col segno negativo. Ore 01:45 ad un tratto il tempo si ferma, tutto è come sospeso; è solo un attimo ma sembra infinito, è come se una strana forza ancestrale abbia bloccato le lancette. Poi ricomincia il tic tac dei secondi ed il mondo della finanza d’improvviso è totalmente stravolto e tutto è cambiato. Il consiglio di amministrazione della Lehman Brothers annuncia di volersi avvalere della norma chapter 11 del bankruptcy code degli U.S.A., ovvero avviare la procedura di fallimento.

Il resto lo conosciamo tutti, cioè le vicende legate al più celebre e traumatico crack finanziario della storia bancaria. Ma c’è forse una parte di quella storia che pochi conoscono e molti ignorano, una parte passata inosservata. La vicenda di Lehman Brothers non lasciò esterrefatti solo gli uomini della finanza, ma sconvolse anche una cospicua parte del mondo della cultura e dell’arte. Per molti appassionati e studiosi la celebre holding newyorkese rappresentava, fino ad allora, anche una commistione positiva tra finanza e filantropia, tra interessi economici e cultura. Erano famose le acquisizioni di opere d’arte antica e moderna realizzate dalla banca, un patrimonio di bellezza straordinaria di quadri, statue, dipinti, ceramiche. Non era difficile per i clienti che entravano in una sede essere “accolti” da una installazione di Calder, accomodarsi su un comodo chester e, nell’attesa, osservare alle pareti un dipinto di Gary Hume, una serigrafia di Andy Warhol o magari ammirare una porcellana giapponese. Talvolta alcuni spazi apparivano come un piccolo allestimento museale di arte contemporanea.

Capitava così che giovani studiosi e maturi ricercatori andassero a rintracciare proprio il catalogo della collezione della banca per ampliare le proprie conoscenze. Il 15 settembre segnò la fine di quel mondo e la dispersione di una delle più grandi collezioni d’arte, che finì affidata alle case d’aste Sotheby’s e Christie’s. Un patrimonio di oltre 30 milioni di dollari svenduto e trattato come un normale asset societario per ripianare i debiti. Ma all’annuncio del crack ci fu anche un’altra sensazione, opposta, che pervase la mente degli storici dell’arte. Quasi tutti ricordarono Robert Owen Lehman, l’ultimo della famiglia Lehman a guidare la holding. Subentrato nel 1925 al padre, Phillip, guidò la banca fino al 1969 attraversando la Grande depressione del 1929-30 e importanti successi, per affidarla poi ad altri non più della famiglia. Bobbie, spirito intraprendente, creativo e dal temperamento imprenditoriale, credeva nelle capacità individuali e univa, all’inclinazione per la finanza, l’amore per la cultura e la storia. Grande appassionato d’arte, dotato di una profonda conoscenza, ereditò la collezione paterna ampliandola in quantità e qualità.

Entrarono così nel patrimonio opere straordinarie, dal medioevo fino al XX secolo. Testimonianze fondamentali dell’arte italiana come le predelle di Jacopo di Cione, di Giovanni di Paolo, della scuola romana del primo Quattrocento; i trittici di Bartolomeo Vivarini e le tempere di Giovanni Bellini. Una collezione enorme che Lehman lasciò in eredità al Metropolitan Museum of Art di New York. Il suo impegno per la cultura verrà premiato nel 1968 con la Laurea onoris causa in Lettere tributata dall’Università di Yale per aver “enhanced the civic life, the culture, and the artistic development of our civilization”. La differenza tra Robert Lehman e gli uomini del crack del millennio la possiamo trovare in un’espressione tipica di Bobbie “bet on people”, nel 2008 invece si è scommesso solo sui numeri.

Adolfo Parente per Nazione Futura
Redazione

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