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The Wolfpack, qui non è Hollywood

Redazione di Redazione, in Cinema, Film in uscita, del

Il motto aristotelico l’uomo è un animale sociale – e, badate bene, non social (!) – sembra sposarsi con la tematica di fondo di The Wolfpack, il documentario di Crystal Moselle vincitore alla Festa del Cinema di Roma (miglior opera prima nella sezione Alice nella città), e già premiato all’ultimo Sundance Film Festival. Riconoscimenti meritati per la storia tanto paradossale, specie considerando che è vera, dei fratelli Angulo, costretti a vivere segregati in casa sin dalla nascita senza contatti con l’esterno a meno della TV unica ‘finestra’ sul mondo. Paradossale soprattutto al giorno d’oggi laddove le finestre, e ci riferiamo a quelle di explorer, sembrano essere diventate irrinunciabili.

L’isolamento è il fondamento educativo di Oscar, il papà: preservare i figli dalla ‘contaminazioni’ esterne, e rimanere puri. Origine Inca peruviana, invasato del movimento Hare Krishna, Oscar, come il nome indica nel culto hindu, è un Dio per la moglie e i figli. Un’autorità violenta, intransigente, una figura oscura di cui si percepisce la presenza sin dall’inizio. Come dice uno dei figli: ho sempre descritto la mia infanzia come una terra di cui mio padre era il padrone.
Ma non è sempre stato così. La madre, Susanne, originaria del Midwest, la regione più ‘piatta’ dell’America, e Oscar si conoscono da giovani hippy. Dovevano fuggire in Scandinavia e invece finiscono nel Lower East Side di Manhattan e tutto il senso di ribellione e libertà viene soffocato finendo per diventare, al contrario, la base di un modello familiare autoritario e coercitivo.
La segregazione dura quindici anni fino a quando il più grande dei figli, in un autentico atto rivoluzionario, decide di infrangere le regole e scappare di casa. E qui, nella realtà, comincia il film. La regista incontra casualmente i fratelli e affascinata dalla loro storia decide, in un percorso contrario di entrare nella loro vite (ovvero nella casa/prigione) per filmarne i cinque anni successivi. Si scopre che per gli Angulo, l’unico contatto con il mondo sono i film, oltre cinquemila VHS/DVD visti, rivisti e alla fine reinterpretati in maniera estremamente creativa e geniale, specie nelle coreografie e costumi. Un cinema reinventato che rivela da un lato l’amore genuino per la settima arte e dall’altro il potere evasivo e salvifico della stessa.
La camera da presa della Moselle procede delicata, un movimento femminile che si confonde integrandosi perfettamente nelle sequenze di vita privata filmate dagli stessi Angulo e dei loro metafilm. Il risultato finale è sorprendente, un montaggio complesso che perde la sequenzialità temporale alternando momenti divertenti – addirittura esilaranti come le bellissime ricostruzioni dei film di Tarantino (Le Iene e soprattutto Pulp Fiction), ad altri drammatici, legati alla storia difficile dei fratelli. Un avvicendarsi di stati d’animo sensibilissimo, come nel corto di Mukunda ripreso sempre nella logica del metacinema.

In Italia il documentario è una genere poco diffuso (per fortuna le cose stanno cambiando). Qui, però, siamo di fronte ad una forma ibrida nel rifiuto della forma classica documentale, di fedeltà ai fatti, a favore dei nuovi tentativi di fusione finzione/realtà secondo i meccanismi della narrazione. Uno storytelling che trova i suoi riferimenti nei racconti di non fiction tipicamente americani.

Le domande tradizionali – le domande “giuste”, per chi vuole avere a che fare con la nonfiction come genere, secondo la Bellocchio, sono: chi sta raccontando questa storia, e perché la racconta? Quale luce gettiamo sui fatti raccontati, e quali fatti isoliamo all’interno di una storia più grande?

In quest’ottica, la scelta irragionevole genitoriale è chiaramente una provocazione e il film partendo da questo assurdo ideologico ambisce a indagare aspetti di natura socio/psicologica.
La famiglia è una tribù – dice Oscar – e in quanto tale è un microcosmo sociale. L’aspetto privato diventa pretesto di studio etnologico. Riflessioni che partono dagli spunti più disparati (anche solo il profumo in un mondo chiuso, perde la connotazione sessuale maschile/femminile). Cosa sia la chiusura e cosa spinga un essere umano, ovvero un gruppo a isolarsi? La pellicola suggerisce la paura. Un meccanismo di autodifesa per tutelarsi dalla malvagità e dalla violenza del mondo esterno. Il dito è puntato contro la società contemporanea, ed in particolare contro le metropoli, ambienti inadatti a crescere di un bambino a favore del ritorno a forme di vita più naturali (mettendo così quantomeno in discussione il presupposto educativo di Oscar).
Quali siano i modelli di crescita corretti da adottare. Quanto i genitori abbiamo diritto di portare avanti le loro idee.
E ancora, l’istinto sociale dell’uomo che spinge alla ribellione e l’inno alla libertà come diritto inalienabile.
L’aspetto evasivo del cinema, e il desiderio inconscio, forse alla base di tutte le forme di narrazione, di spingersi verso le Vite degli Altri (bellissima la sequenza dell’uomo pipistrello e della sua identità).
Fino ad arrivare alle conclusioni più paradossali ma anche più drammaticamente ovvie. Come i regimi totalitari siano in realtà i contesti che facilitano maggiormente la creatività (rischiamo di provare quasi invidia nei confronti dell’infanzia degli Angulo rispetto a quella dei nostri bambini).
E infine la considerazione di quanto il Branco sia climax della cultura del postmoderno, rifiutando da un lato la società e dall’altro autoalimentandosi dai contenuti della stessa. Gli Angulo non sono che il risultato di un bombardamento mediatico e finiscono per essere quasi caricaturali, da lupi a iene, miseri simulacri di prodotti mediatici. Una riflessione amara e pessimista che porta a domandarsi quanto reali possano essere le loro esistenze, perché al contrario di quanto sostengono loro stessi nelle prime uscite, la vita (non) è un film in 3D.

Redazione

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