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Venezia 2017: The Shape of Water, inno alla diversità dai contorni fiabeschi

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Guillermo Del Toro cerca da anni di realizzare un film su La Bella e la Bestia. E, sapendo che gli amori fanno dei giri immensi e poi ritornano, quell’idea non l’ha mai abbandonata. Solo leggermente modificata, ecco.

The Shape of Water è una fiaba fantasy nel perfetto stile di Del Toro. E quando dico nel suo perfetto stile, lo affermo con cognizione di causa: pur essendo una favola, pur essendo una storia d’amore, il film non nega mai sangue, orrore, momenti terrificanti, nudità o momenti all’apparenza piuttosto disgustosi.

La visione del regista messicano, insomma, è al suo massimo. Può piacere o non piacere, indubbiamente, ma non bisogna negare a questo autore la coerenza e soprattutto l’affetto sincero per le creature che popolano il suo universale, mentale prima e cinematografico poi.

Naturalmente, è una storia per cui va ha accettata molta sospensione dell’incredulità, al netto dei richiami estremamente fedeli al mondo del fiabe. E ciò include i ruoli di cattivo, di damigella dal salvare, di aiutanti sfortunati e Cenerentole che puliscono.

Ma oltre la connessione emotiva alla semplice storia, la forza di The Shape of Water probabilmente sono i personaggi. Tutti, senza distinzione. Grazie ad un cast altisonante, caratterizzando ogni sua figura, The Shape of Water svela il vero messaggio di Del Toro: un grande, grandissimo inno alla diversità. Questa favola, tra omaggi al passato e una costruzione scenica impeccabile, è una parabola sull’accettazione del diverso, dell’altro, di colui che per qualsiasi motivo, quasi sempre stupido e malvagio, è rigettato. Una storia in cui due personaggi si trovano tra di loro, si completano e si sentono insieme finalmente accettati. Amore, sì, ma dalla fondamentale impronta sociale e contemporanea.

Emanuele D’Aniello

Fonte: CulturaMente

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