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The Handmaid’s Tale, il romanzo di Margaret Atwood perfetto per una serie tv

di Federica Crisci, in Serie tv, del

Conclusa la prima stagione di The Handmaid’s Tale, la serie televisiva ideata da Bruce Miller che si basa sul romanzo distopico Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood, uscito nel 1985, si può fare qualche riflessione. Non è la prima volta che le pagine della Atwood vengono adattate per altro scopo da quello originario. Il libro, infatti, è diventato nel 1990 un film (diretto da Volker Schlöndorff con protagonisti Natasha Richardson, Robert Duvall e Faye Dunaway), nel 2000 un’opera teatrale e nel 2017 una serie televisiva, ordinata e distribuita dal servizio internet di video on demand Hulu.

La grande attenzione per il libro è stata favorita dalla vendita di milioni di copie in tutto il mondo e dalla vittoria di due premi letterari: il Governor General’s Award, riconoscimento canadese, e l’Arthur C. Clarke. Il successo dell’opera ha investito anche la serie televisiva che, dal rilascio ufficiale del 26 aprile, ha tenuto con il fiato sospeso tantissimi spettatori, tanto da spingere la Hulu ad annunciare una seconda stagione poche settimane dopo l’uscita delle prime puntate.

Uno dei motivi che ha permesso alla serie di guadagnare così tanti consensi va ricercato nella storia: nello stato di Gilead (un tempo gli Stati Uniti), a causa dell’inquinamento e delle numerose guerre, si è verificato un forte impoverimento delle risorse naturali che ha avuto tra le varie conseguenze anche un impressionante calo delle nascite. Si è così imposto un regime totalitario di ispirazione biblica. Tratto caratteristico di questa nuova società è la subordinazione della figura femminile che si vede privata della libertà e di tutti i diritti fondamentali. Le donne che prima dell’instaurazione del regime si erano dimostrate fertili, sono tenute come schiave dagli uomini della classe dirigente e non hanno altro scopo se non quello di servire alla procreazione. Sono le ancelle, donne che vengono private del loro nome per assumerne uno composto dalla preposizione “di” e il nome del signore a cui sono sottomesse, per indicarne l’appartenenza. Tra di loro c’è Difred (Elisabeth Moss), un tempo June, ancella di uno dei Comandanti più importanti di Gilead, Fred Waterford (Joseph Fiennes). Testimone e vittima di numerose violenze e crudeltà, June dovrà trovare la forza di difendere le sue emozioni e la sua individualità in un mondo che cerca di annichilirli così da poter cercare un modo per ingannare il sistema e ricongiungersi con la figlia e il marito.

Una delle scene della serie: le ancelle (vestite in rosso) sono sedute accanto al muro su cui sono appesi i cadaveri di oppositori del regime.

Come i migliori racconti distopici, The Handmaid’s Tale è sì ambientato in un futuro ipotetico e immaginario, ma non è difficile credere che quanto visto possa essere reale. Infatti, la Atwood e gli sceneggiatori della serie non hanno inserito elementi fantastici, ma si sono limitati a selezionare e combinare alcune delle realtà storiche di diversi paesi neanche troppo lontane dal tempo presente.

Per i temi trattati, il romanzo è stato preso come punto di riferimento da alcuni movimenti che lottano per l’affermazione e la difesa dei diritti delle donne e alcune frasi, come la citazione latina Nolite te bastardes carborundorum, sono diventate motti di emancipazione femminile. Anche la serie è stata accolta come una storia femminista, ma Elisabeth Moss ha dichiarato che si tratta piuttosto di una storia umana, dove non bisogna guardare solo alle disuguaglianze di genere, ma alla persona e a ciò che la rende tale. The Handmaid’s Tale  racconta lo scontro tra le emozioni dell’individuo e il bisogno della collettività, tra la volontà personale e le ragioni di Stato e ci mostra come, tentando di risolvere dei problemi, si finisca sempre e inevitabilmente per crearne di nuovi e per far torto a un gruppo di persone.

Elisabeth Moss nei panni di Difred/June.

Grazie alle interpretazioni straordinarie del cast, a una storia dai risvolti così attuali, a una fotografia dai toni spenti che dà l’idea di un mondo claustrofobico e morto, la Hulu ci consegna uno dei migliori prodotti di questa prima parte del 2017 di cui, probabilmente, sentiremo ancora parlare in futuro.

Federica Crisci


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