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Sulla natura di Thom Yorke e sull’arte di sparire completamente

Redazione di Redazione, in Musica, del

C’è un libro di Doug Richmond, pubblicato nel 1985, dal titolo ansiogeno ma incredibilmente evocativo: “Come sparire completamente senza essere mai trovato”. Da questo libro prende il nome la canzone “How To Disappear Completely” che i Radiohead cantano fuori del loro quarto album, Kid A. Un disco, uscito nel 2000, che non ha per nulla bissato il successo intramontabile riscosso 3 anni prima da Ok Computer, ma la traccia, non di certo la più bella della raccolta, è la più importante per capire Thom Yorke.

Il cantante inglese quando sale sul palco neanche lo percepisci, semplicemente appare senza che te ne accorga. Mentre suona è una rinascita, un’esperienza mistica. E quello della rinascita è un tema che lo accompagna già dai suoi primi cinque anni di vita, quelli in cui subisce diverse operazioni chirurgiche (vere e proprie trasformazioni) da lui stesso considerate “rappezzamenti”, che determineranno una semi-cecità e una blefaroptosi alla palpebra sinistra. Un occhio mezzo chiuso che da difetto che era diverrà poi il suo tratto somatico inconfondibile. In un primo momento però, il senso d’insicurezza causato da questo handicap fisico unito al patologico nomadismo della famiglia Yorke, causano nel giovane Thom una difficoltà nel costruire nuovi rapporti e nuove amicizie, accentuando in lui un’atmosfera di isolamento.

Ancora nei primi due album, infatti, Yorke si mostra come un ragazzo fragile che alterna ottime doti canore e interpretative a un’instabilità psicologica alimentata da alcol e droghe. Forte di una voce malinconica incline al falsetto ma capace di esprimere anche un sarcasmo disarmante, il front-man dei Radiohead fa della ricerca filosofica e musicale il suo cavallo di battaglia. È uno che ha unito Monbiot a Pynchon, Chomsky a Douglas Adams, da Elliot a Okri, Vonnegut e Goethe. È un letterato-rockstar, una figura quasi mitologica. Influente e potente, un combattente unico. Niente chiesa, zero spalle coperte e senza riferimenti politici, è un antagonista, uno che va controcorrente con pazzesca naturalezza. Come quando, intervistato da Repubblica.it in una delle poche chiacchierate rilasciate ai media italiani, si scagliò nientemeno che contro Google, il colosso di Mountain View, per le modalità con cui si appropria di qualsiasi tipo di contenuto, ricavandone guadagni miliardari e corrispondendo poco o nulla ai proprietari.

Addirittura paragonò l’attività di YouTube e Google a quelle dei nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale, che depredarono le opere d’arte di mezza Europa. “YouTube è nazista. La gente continua a ripetere che siamo nell’era della musica e del cinema gratuiti, ma non è vero. Le persone che stanno dietro a servizi come Google e YouTube fanno soldi, una montagna di soldi, come nella pesca al traino, prendono tutto quello che c’è. Ah scusa, questo era tuo? Ora è nostro… Hanno preso il controllo”. Thom Yorke è la classica voce fuori dal coro, non certo quella che va controcorrente quando c’è da spaccare l’opinione pubblica o accontentare i fan. No, lui fa semplicemente quello che sente, dice senza riserve tutto quello che pensa. Merce rara in uno showbiz dominato dalla diplomazia. Uno che soffre di nostalgia di casa perché è a quell’ambiente che appartiene, uno che passa le sue giornate a giocare con i suoi bambini, lontano dai riflettori. Anche uno che, di tanto in tanto, deve essere lasciato in pace, libero di leggere, creare musica nuova e sparire completamente. In lotta, perennemente, per la difesa della sua anima.

Eleonora Arcese
Redazione

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