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Storia Minima di Matteo Fais: l’autopsia dell’umanità nero su bianco

Redazione di Redazione, in Interviste, Letteratura, del

Storia minima (Robin edizioni, 2018) è il nuovo romanzo di Matteo Fais, autore sardo che ha esordito lo scorso anno con L’eccezionalità della regola (Robin edizioni, 2017) e che attualmente collabora con “Pangea.news” e “Vvox Veneto”.

Si badi bene, di minimo il libro non ha proprio nulla, se non il titolo. Anzi, il romanzo di Fais è fatto per far emozionare e riflettere sull’uomo, sulla sua condizione e sulla contemporaneità. Per ammissione dello stesso autore è un libro scritto per i lettori e soprattutto per le lettrici, lettrici che sappiano calarsi fino a sprofondare nell’abisso incandescente in cui Fais ci chiama a scendere senza pregiudizi o lenti deformanti.

1.Da dove nasce l’idea di questo romanzo?

Dalla volontà di raccontare ciò che mi sta intorno: il precariato, la disoccupazione, le relazioni tra i sessi ormai ridotte a freddi scambi genitali. I cosiddetti “giovani scrittori” sembrano fare di tutto per sfuggire il proprio tempo e niente per fustigarlo – sono ancora sotto i quaranta, ma scrivono unicamente di periodi storici che non hanno vissuto. Io, invece, sono questa crisi strutturale che, in verità, è cominciata già più di vent’anni fa. È la mia vita, il cancro che mi avvelena le viscere e il sangue. Non posso sottrarmi a questa morte. Potrei solo instupidirmi come fanno tutti, a mezzo di una fuga della mente, cercando di raccontare dimensioni che non mi appartengono, come un mondo ormai andato e molto più semplice di quello attuale, quale quello dei nostri padri. Ma non mi interessa: la cogenza del presente è troppo forte. Sartre diceva che ogni opera è storica e io non voglio sottrarmi alla chiamata della Storia, nel tentativo di guadagnare il fantomatico piano dell’eternità – chissà poi cosa sarà mai. Lascio agli altri di suonare placidamente il violino mentre il Titanic affonda.


2. Perché il titolo Storia minima?

Mi rendo conto che l’aggettivo “minimo” è molto alla moda ultimamente. Penso, per esempio, alla raccolta poetica della mia amica Giovanna Cristina Vivinetto, Dolore Minimo – giuro che non la conoscevo, quando ho scritto il mio romanzo. Il punto è che una storia che voglia dirsi realistica e che racconti il nostro tempo non può che essere tale, cioè minima, dacchè siamo entrati, ormai quarant’anni fa, nella postmodernità. Ma cosa intendo dire con questo termine, di cui spesso sento parlare senza alcuna cognizione? La postmodernità è la fine di ogni grande narrazione forte: questo è giusto e quello sbagliato; la storia corrisponde sempre a un progresso; le ideologie classiche (destra, sinistra) sono gli unici strumenti per inquadrare il mondo. Stronzate! È tutto finito! Le divisioni nette sono venute meno, i fascisti e i comunisti esistono solo nelle fantasie dei nostalgici degli anni ’60. Viviamo un mondo liquido, al di là di qualsiasi categorizzazione. Non esiste più nemmeno una cultura alta e una bassa. Qualcuno, per dirla con Nietzsche, ha cancellato il nostro orizzonte. Naturalmente, ciò ha comportato la caduta di qualsiasi certezza. Il mio protagonista, infatti, non ha la minima idea di chi sia: non riesce ad amare o a odiare veramente nel caos che lo circonda, non sa a cosa appigliarsi. Quando a un certo punto vorrebbe tentare di scrivere, per dare un senso alla negatività dei suoi giorni, si rende conto che tutti i modelli su cui si è formato sono inutili: le storie che vorrebbe raccontare – quelle della sua miserabile esistenza – non hanno alcuna coerenza di fondo, non c’è un filo rosso che le leghi – non sono né tragedia pura, né commedia. Lui le paragona a trafiletti, l’uno indipendente dall’altro, sulla stessa pagina di un giornale. La sua assenza di un impiego stabile e di relazioni che non siano insoddisfacenti e precarie rende la misura di questa vita in pezzi. Ciò che cerca disperatamente di narrare non può che essere dunque una storia minima, una storia fatta di tante storie, un massa scriteriata di frantumi.


3. Il personaggio principale e la città in cui Storia minima è ambientato sono senza nome. Si tratta di una scelta voluta, come a dire che ognuno di noi potrebbe essere al posto del protagonista?

Assolutamente! Io, poi, essendo sardo, ho il problema di venire automaticamente associato a una letteratura regionalistica che – ci tengo a precisarlo – NON MI RAPPRESENTA NEANCHE UN PO’. Non scrivo per la mia isola. Sono mio malgrado un cittadino del mondo, o se non altro un italiano in prima istanza. La mia terra è lo Stivale e la mia storia di alienazione, disperazione e solitudine non potrebbe mai aver corso in un piccolo paesino dell’entroterra come per Grazia Deledda. Io racconto il male dell’uomo moderno privo di una comunità di riferimento, di una realtà salda, dal centro di questa Nazione in caduta libera verso il precipizio. E il mio protagonista è una persona, come ce ne sono tante nelle grandi città, dispersa, fluttuante, priva di punti fermi, sbattuta in lungo e in largo su un vagone del metrò che gira – come tutti i vagoni di metrò, del resto – senza un senso vero e proprio, con la falsa speranza di avvicinare le persone. Insomma, Storia Minima è, fuor di dubbio, letteratura metropolitana.


4. Come definirebbe il rapporto che il protagonista ha con i personaggi femminili?

Anche per il mio precedente romanzo L’eccezionalità della regola, mi sono sentito dire, persino dalle persone che l’hanno amato – soprattutto donne, in verità –, che vi sarebbe una disturbante misoginia in ciò che scrivo. NIENTE DI PIÙ FALSO! Capisco che le donne notino prima di tutto la critica al loro genere, ma è l’umanità in generale che io decostruisco e viviseziono sul freddo marmo di un tavolo d’obitorio. In tal senso, più che sessista, casomai sarei un misantropo. Il mio protagonista, non per niente, non riesce a intrecciare un solo rapporto sano con chicchessia e si adopera, in modo forsennato e compulsivo, nell’attività sessuale più insensata unicamente per dimostrare, a sé stesso e alle persone che incontra, di esistere. Anzi, la concentrazione dei personaggi femminili che gli ruotano attorno e che lui ricerca disperatamente, per quanto siano tutte delle meste figure incapaci di amare proprio come lui, è il segno del fatto che è solo ottenendo il riconoscimento dell’Altro, in particolare del femminile, che l’uomo può vedersi accordato il suo diritto a esistere. Che poi lui cerchi tale legittimazione passando tra le loro gambe è unicamente dipeso dal fatto che il nostro tempo è ipersessualizzato, morboso, pornografico, masturbatorio e io desideravo renderlo senza alcun filtro edulcorante.


5. Per gran parte del romanzo il protagonista è una figura disillusa, angosciato dalla sua stessa vita che accetta quasi passivamente, che si dimena tra singolari incontri e che vive “relazioni” precarie. Verso la fine però, qualcosa cambia. Possiamo dunque parlare di un’evoluzione del personaggio?

In un certo senso, ma direi che la sua agnizione – come si dice con un tecnicismo da critici –, ovvero il suo rivelarsi, corrisponde alla riconferma più tragica di quanto espresso per tutto il libro. Non per fare spoileraggio, ma il motivo per cui non muore alla fine è che per morire bisogna aver vissuto e lui non c’è mai riuscito. Poi, è vero, a un certo punto il romanzo sembra prendere una piega diversa. L’ultimo capitolo, non per niente, è il più lungo, il più narrativo, quasi un libro nel libro, ma si tratta solo di un’illusione: la profezia viene confermata, il mondo non diventerà un giardino di gioie e spensieratezza. L’esistenza giocherà il suo ultimo terrificante tranello mettendolo al cospetto di un dato agghiacciante, ovvero che anche morire non sarà facile come spegnere l’interruttore della luce e come lui auspicherebbe abbandonandosi completamente al flusso vitale. Scegliere di andarsene è ancora, come avrebbe detto Schopenhauer, una manifestazione della volontà di vivere, una declinazione dell’esistere, l’ennesima tormentosa scelta che richiede un coraggio da lui non posseduto.


6. Qual è, se esiste, il sistema di valori di Storia minima e dei suoi personaggi?

Sicuramente un sistema estremamente critico, ma… c’è un “ma” lungo come le duecento pagine del romanzo. Il mio protagonista, pur essendo la coscienza critica del suo tempo, ne è al contempo intimamente intriso, compenetrato, avvelenato come dicevo precedentemente. Lui che è così radicalmente contro l’universo liberale che l’ha reso inetto, incapace di vivere, di relazionarsi a qualsiasi suo simile, è vittima al contempo della sua diabolica dote ammaliante. Il capitalismo ha questa terribile natura seduttiva. Il centro commerciale all’americana ne è la perfetta rappresentazione: tutto è lì a portata di sogno e di mano – basta avere i soldi. E la convinzione diffusa, la tragedia del sogno americano è proprio questa, ovvero l’idea che, se ancora non te lo puoi permettere, anche tu potrai comunque farcela, con un po’ di impegno – va da sé che si tratta di cazzate intergalattiche. Purtroppo, però, se si vuole essere dei critici e non dei moralisti da strapazzo, è essenziale dare vita a dei personaggi che non siano alieni al male che raccontano. Guarda il rapporto che il mio protagonista ha con il sesso occasionale, per esempio. Questo, unito al consumo della pornografia, attenua per brevi momenti la sua angoscia, la mancanza di senso della sua esistenza. Il mio personaggio principale capisce insomma che, se il mondo che lo circonda è il male, questo è riuscito a imporsi perché offre in cambio dei piaceri compensatori. Questi, nel breve termine, tengono a bada la sensazione soffocante di nonsenso, a cui alla fine non si potrà comunque fare a meno di soccombere. Eppure, malgrado mazzolato e ridotto a pezzi, egli si erge in un ultimo folle slancio contro tutto e contro tutti, “contro il mondo e contro la vita” – per dirla con il mio amato Michel Houellebecq – che gli è stata disegnata intorno. Se fallisce, è pur vero che rispetto agli altri lui ha tentato, malgrado l’infinita vanità di ogni gesto di ribellione a questo inscalfibile sistema malato.


7. Cosa direbbe a un lettore che si avvicina al suo romanzo?


Innanzitutto gli direi “grazie”, di cuore. È sempre un piccolo miracolo quando qualcuno arriva a concederti la sua fiducia, il suo tempo e i suoi soldi per leggerti. Lo inviterei quindi a scrivermi, a farmi sapere cosa ne pensa, visto che non mi ritengo per niente al di sopra delle critiche. Gli domanderei unicamente, però, di cercare di capirmi, di empatizzare con il dolore che ho cercato di mettere su carta, evitando di essere giudicante. So che il mio testo è duro, spietato e per niente rasserenante. A ogni modo e più di tutto, il mio auspicio principale – e, mi si creda, io ho cercato in ogni modo –  è di essere riuscito a farlo ridere con la tragedia di una storia indigeribile e grottesca. Ma lasciami dire, visto che sono famoso per il mio essere politicamente scorretto, che niente mi è più gradito di una lettrice. Spero sempre che una donna incappi nel mio testo, per caso, e mi scriva dicendomi di volermi amare per ciò che ho creato… Lo so, questi sono solo sogni e non si attagliano bene a un disilluso, ma che ci vuoi fare, chi scrive è un idiota, crede nell’impossibile.

Raffaella Anna Indaco
Redazione

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