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Sheroes’ Hangout: ad Agra il caffè lo servono le donne sfregiate dall’acido

Benedetta Nucci di Benedetta Nucci, in Letteratura, Libri, del

Piccoli rituali a scandire la quotidianità: lavarsi i denti, prendere il bus al mattino, accendere la tv dopo pranzo, sedersi in un bar e ordinare un caffè. Prendiamo a esempio l’ultima delle abitudini elencate, e supponiamo che suddetto bar sia ad Agra, la città indiana del Taj Mahal, e che suddetto caffè sia porto dalla mano deturpata dall’acido di una cameriera dello Sheroes’ Hangout. Ci vuole veramente poco, giusto un piccolo sforzo immaginativo, perché un dato familiare si trasformi in tutt’altra esperienza.

Sheroes’ Hangout apre nel dicembre 2014 per volere di Atul Kumar, il manager del locale, che sceglie di adottare una politica ben precisa: tutte le sue dipendenti sono vittime di attacchi con l’acido. Aggressioni di questo tipo sono tristemente frequenti in India, dato il rapporto qualità-prezzo vantaggiosissimo per chi compie il crimine: il costo dell’acido è basso e la sostanza estremamente efficace. L’acido può cancellare in un attimo fisionomie fastidiose, come quella di Rupa, che la matrigna riteneva colpevole di assomigliare troppo alla defunta madre, perciò ha pensato bene di annullare quella traccia, una notte, come con un colpo di spugna. L’acido lava via l’onta di vedersi rifiutato dell’ammiratore trentacinquenne e ossessivo di Dolly, che al tempo dell’attacco di anni ne aveva tredici. Un po’ di liquido gettato sul viso basta per lasciare un messaggio permanente sul volto della vittima: o sua o di nessuno.

Rupa e Dolly hanno scontato anni di reclusione, ostracismo e interventi chirurgici: oggi sgambettano vivaci tra i tavolini di Sheroes’ Hangout. Nonostante il cafè racconti una storia di dolore, è un luogo felice: ha i colori accesi dell’India, foto nitide appese alle pareti, un murale che ritrae un volto di donna, una biblioteca, una radio e un selfie point. Il modo in cui è organizzato ricalca lo spirito con cui è stato fondato: tutto invita al contatto e alla relazione, tutto è studiato perché non solo il gusto, ma specie il tatto e la vista del cliente siano stimolati da uno spettacolo sicuramente amaro come il caffè servito, ma a cui lo spirito delle ragazze aggiunge lo zucchero. “The cafe serves you food with a flavor of love and warmth” recita il sito ufficiale.

È dolce, infatti, constatare il successo dell’operazione. La BBC stima che i casi di attacco con l’acido in India si aggirino intorno ai 1000 ogni anno, la maggior parte dei quali ai danni delle donne: alcune ne muoiono, altre riportano danni gravi, altre ancora contemplano il suicidio. La violenza dell’attacco riverbera per tutti gli anni successivi a partire dall’aggressione: la vittima subisce il calvario degli interventi chirurgici, di cui solo quelli strettamente necessari alla sopravvivenza sono coperti dallo stato. Per quelli di ricostruzione l’unica alternativa è che provveda la famiglia a proprie spese. La causa di sofferenza più grande, in ogni caso, rimane il trattamento che la società riserva alle sopravvissute: lo spettro di reazioni varia dall’indifferenza, all’emarginazione, alla colpevolizzazione.

L’8 marzo del 2013 nasce la campagna Stop Acid Attack, in cui convergono gli sforzi di vittime e attivisti. Da questa iniziativa muove i primi passi una NGO, la Chhanv Foundation, e infine prende forma il progetto Sheroes’ Hangout di Agra, che riscuote un successo tale da aprire una seconda sede a Lucknow e da averne in cantiere altre due.

L’obiettivo a cui mira il cafè è doppio, contenuto in nuce nel binomio che ne costituisce il nome: ‘sheroes’ come ‘she’ più ‘heroes’, dare potere alle donne, trasformare l’emarginazione in emancipazione. ‘Hangout’ perché le eroine vengano reinserite all’interno di un tessuto sociale non più ostile. Il filo che collega i due obiettivi è di ordine socio-filosofico ed è la battaglia sempiterna contro l’ideale classico di bellezza, che dipende strettamente dalla regolarità dei tratti somatici e la cui perdita comporta una corrispondente privazione di diritti e status sociale.

Il murale, le foto nel locale, ma soprattutto i volti aperti e scoperti delle ragazze di Sheroes’ raccontano una bellezza diversa, impermeabile all’acido. Quella della bellezza interiore è una lezione sentita spesso ma ascoltata poco. Se a impartirla è la cameriera che ti serve il caffè, tumefatta nel corpo e sorridente, forse vale di più.

Benedetta Nucci

Benedetta Nucci

Benedetta Nucci è una studentessa di ventidue anni. Studia Editoria e Scrittura alla Sapienza. È entusiasta di tante cose, tra cui la letteratura, l'arte, la musica, il cinema e Roma.

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