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Secondo l’Istat le biblioteche italiane investono 63 cent per cittadino

di Redazione Milano, in Libri, del

In Italia le biblioteche pubbliche spendono in media per ogni cittadino 0,63 euro per l’acquisto di nuovi libri. Di pochi centesimi in più, per la precisione 0,68 euro, è l’investimento pro capite delle biblioteche scolastiche. Questi dati Istat fanno riflettere se paragonati a quelli degli  altri paesi europei: in Inghilterra, ad esempio, ogni anno vengono investiti 760 milioni di sterline. Questo va messo in relazione con il fatto che il nostro Paese, nonostante possa vantare alcune tra le biblioteche più belle e importanti del mondo, abbia un tasso di frequentazione fermo al 24% (almeno stando allo studio della European Commission, ma altre indagine lo abbassa addirittura al 12%). Dati imparagonabili  a quelli della Svezia, che con il  74% è in testa alla classifica. Ma senza arrivare ad un paragone così estremo, è sufficiente confrontarci con il 47% del Regno Unito, il 45% dell’Olanda e  il 33% di Francia e Spagna perché sia evidente come le biblioteche italiane siano in netta difficoltà. Anche i dati Istat ci dicono come nel 2015 solo il 15,1% della popolazione abbia dichiarato di essere stato in biblioteca almeno una volta nei  dodici mesi precedenti l’intervista. Di questi, il 42% lo ha fatto esclusivamente per motivi di studio o lavoro, mentre solo il 39,2%  lo ha fatto nel tempo libero.

Purtroppo il cane si morda la coda: le biblioteche investono poco perché sono poco frequentate o sono poco frequentate perché, non investendo abbastanza, sono poco appetibili? Probabilmente entrambe le cose. Sicuramente negli ultimi anni è stato chiesto loro un grande cambiamento in base alle nuove esigenze e non tutte hanno saputo adeguarsi. Come rileva Roberto Casati nel suo libro Contro il colonialismo digitale, oggi – alla luce di un accesso senza limiti ai contenuti –  il sistema bibliotecario andrebbe rivisto o quantomeno aggiornato. Intanto, non essendo più difficile consultare e reperire un testo, le biblioteche dovrebbero impegnarsi a mantenere ciò che le rende uniche: la protezione dell’attenzione. Per cui Casati propone di creare degli spazi duraturi e personalizzati, in cui i fruitori possano avere una postazione di lavoro a cui poter tornare quotidianamente. E, oltre a sottolineare come spesso sia penalizzante l’orario di chiusura, aggiunge come in Italia il numero di libri che ognuno può portare a casa propria sia decisamente troppo limitato. Insomma, questi piccoli aggiustamenti permetterebbero di convertire i fruitori occasionali in veri e propri habitués. Sicuramente inoltre sarebbe utile rendere più agevole la consultazione, eliminando le pratiche burocratiche che spesso ci rendono più ostico entrare in biblioteca che non cercare lo stesso testo online. C’è anche chi si è divertito a raccogliere le restrizione contenute nei singoli regolamenti di accesso: leggendo le richieste di autorizzazioni scritte, lettere di presentazione e titoli accademici, sembra molto lontana la concezione di biblioteca come luogo aperto a tutti. Questo nonostante il nostro Codice dei beni culturali  riconosca come le biblioteche siano considerate un elemento fondamentale per la diffusione del libro e della lettura. L’articolo 101 le definisce “una struttura permanente che raccoglie e conserva un insieme organizzato di libri, materiali e informazioni, comunque editi o pubblicati su qualunque supporto, e ne assicura la consultazione al fine di promuovere la lettura e lo studio“.

Sicuramente a sfondo di tutto questo non possiamo dimenticare quanto in Italia i lettori siano pochi, sebbene il numero sia in leggera crescita. L’Istat ci dice infatti che solo il 59,4% della popolazione dichiara di aver letto un libro negli ultimi dodici mesi, incluso chi l’ha fatto per motivi scolastici o lavorativi. Facciamo tesoro del saggio di John PalfreyBiblioTech: Perché le biblioteche sono importanti più che mai nell’era di Google  in cui l’autore, giurista esperto di nuovi media e proprietà intellettuale, propone una  documentata e appassionata difesa del ruolo delle biblioteche nella società dell’informazione. A suo giudizio esse sono luoghi in cui, ai giovani saturi di informazione, un buon bibliotecario può insegnare come selezionare i dati e costruire una valida e personalizzata bibliografia. E, soprattutto, rimangono l’unico baluardo pubblico in un sistema culturale sempre più in balia delle dinamiche commerciali, tanto che “la prossima grande innovazione nella gestione della conoscenza dovrebbe arrivare proprio dal mondo delle biblioteche pubbliche. Esse possono offrire alternative importanti ai servizi forniti dalle aziende, che avranno sempre da guadagnare nell’offrire un accesso alla conoscenza costoso, limitato e parziale”.

Redazione Milano


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