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Tutto sanno chi è Herman Melville. Nessuno conosce suo figlio Stanwix. Nato lo stesso giorno di “Moby Dick”

di Pangea, in Letteratura, del

moby dick

Pangea è una rivista letteraria digitale che ha l’ambizione di raccontare quello che gli altri non raccontano. La cultura che accade oltre i confini italiani. Troppo angusti per un popolo di poeti, navigatori, imperterriti sognatori. Pangea racconta, tutti i giorni, con spirito avventuriero, la cultura fuori dall’Italia e gli italiani che fanno grandi cose all’estero. Cultora è il vento che soffia sulla zattera di Pangea. Un rapporto di amicizia tra realtà che vogliono la stessa cosa. Far tornare il nostro Belpaese a fare quello che sa fare. Cultura. Ogni tanto, su questa piattaforma, proporremo gli highlights di Pangea.

Era piccolo, magro, con il nome più strano che sia mai stato dato e con una balena nel destino. Stanwix Melville, secondogenito di Herman, nacque nel 1851, l’anno capitale dell’augusto genitore. Nel 1851, infatti, nasce alla storia della letteratura Moby Dick, romanzo mostruoso e prometeico, assoluto. Stanwix fu chiamato così a causa di uno dei consueti colpi di stizza di Herman. Facciamo un balzo indietro nella storia. 1777, momento apicale della ‘rivoluzione’ americana. Peter Gansevoort, che è poi il nonno di Melville per parte di madre, comanda una resistenza epica contro gli inglesi a Fort Stanwix. Il forte si chiama così da John Stanwix, antico generale inglese. Melville, quasi un secolo dopo, si arrabbia perché nessuno ricorda più quell’episodio glorioso, di guerra patria. E affibbia al figlio il nome di un forte. Il primo ricordo scritto del figlio di cotanto padre è una lettera del 1860. Stanwix scrive alla zia. “Papà mi ha portato a vedere le esercitazioni dei soldati, ma una fabbrica è andata in fiamme, le esercitazioni non si sono svolte, allora papà mi ha portato a fare un giro al cimitero”. Profezia di una vita dedita alla dissipazione. I rapporti in casa Melville sono strani. Herman non ha successo come scrittore. Si chiude in se stesso per dedicarsi al poema-fiume Clarel. Ovviamente incompreso, come il resto dell’opera. Il primogenito Malcolm, che parte volontario per la Guerra di secessione, si uccide, sparandosi in testa, nel 1867.

Compiuti i 18, Stanwix vuole fuggire dalle pastoie dei genitori, vuole – scrive lui – “andare per mare & vedere un pezzo del grande mondo”. Il padre – che di mare ne sa qualcosa – acconsente. Così, è convinto, “un bel viaggio in Cina gli toglierà dalla testa tutte le fantasie”. Stanwix parte. Pare un eroe dei primi romanzi del padre. Arriva a Yokohama. Poi Canton. Poi, ritorno in Inghilterra. Infine, Boston. I genitori trovano il piccoletto “più alto, più maturo”. Siamo nel 1871. Stanwix ha vent’anni e vuole succhiare il midollo della vita. Con una strana percezione – percepita dal genitore? – che il mondo non gli farà sconti, che ogni gesto è sabbia, ogni azione è polvere che rimesta polvere. Torna in viaggio, sacca in spalla, yankee dalla testa ai piedi. Segue l’Arkansas, s’imbarca sul Mississippi, arriva a New Orleans, “bella città, vivace, ma poco buona per lavorarci”. Già che c’è, prosegue il viaggio. Percorre l’oceano. “Ho deciso di andare in America Centrale, sono arrivato su una barca a L’Avana, poi sono arrivato in Costa Rica”. Si sposta fino al Nicaragua. “Uno dei miei compagni è morto sulla spiaggia & noi abbiamo scavato una tomba nella sabbia del mare & lì l’abbiamo seppellito & abbiamo proseguito, rosi dalle febbri”. Pare di leggere in controluce l’esperienza abbacinante di un marinaio melvilliano. Stanwix capisce che l’avventura non fa per lui. “Ora mi dico: New York per sempre”. Già, ma a New York, questo figlio dell’inquietudine, si annoia subito. “Non mi va di fare l’impiegato in un ufficio”. Se ne va in California. “Sembri posseduto dal demone dell’irrequietezza”, lo rimprovera la mamma. La vita del figlio di Melville, che con i figli ha avuto poca fortuna – solo Frances, classe 1855, gli ha dato nipoti, quattro bimbe che sfottevano il nonno, eccentrico poeta frustrato dal tempo presente – feconda il nulla e partorisce il niente. Chiedi soldi in prestito a uno zio per inaugurare una attività nelle Black Hills, tra gli indiani Lakota, “ma non dire nulla ai miei genitori”. Dura poco, comunque.

Il 22 febbraio 1886, a 36 anni, Stanwix, il figlio di Melville che si chiamava come un forte, muore, di tubercolosi, in un albergo di San Francisco. Solo. Christopher Benfey, sulla The New York Review of Books (l’articolo è qui), rievoca la storia di Stanwix, a quasi 200 anni (nel 2019) dalla nascita del padre, Herman Melville, che è soprattutto il padre del Grande Romanzo Americano. “Stannie è morto lontano da noi”, scrive la zia Helen Griggs a una cugina, un mese dopo la morte di Stanwix. “Un amico pare che lo abbia assistito negli ultimi giorni. I soldi erano sufficienti per procurare il necessario al funerale”. Elizabeth Hardwick, scrittrice che ci ha lasciato dieci anni fa, in Herman Melville è poeticamente drastica: “Il secondo figlio di Melville, Stanwix, nacque pochi giorni dopo la pubblicazione di Moby Dick. Lui… è un puzzle”. La vita enigmatica del figlio dello scrittore più enigmatico d’Occidente. Nella vita di Stanwix sembra riassumersi, speculare, stravolta, la vita errabonda di Herman.

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