Riscrivere i classici in lingua moderna: un crimine contro la letteratura

Redazione di Redazione, in Letteratura, del

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Il capolavoro di Miguel de Cervantes, Don Chisciotte, è stato recentemente adattato allo spagnolo moderno dallo scrittore Andrés Trapiello e secondo i dati della AFP a luglio era il nono tra i romanzi spagnoli più venduti. Nonostante il successo c’è chi ha trovato l’intervento di adattamento di quest’opera del diciassettesimo secolo alla lingua contemporanea un atto deprecabile: il giornalista e filologo David Felipe Arranz lo ha addirittura definito “un crimine contro la letteratura”. Mentre, dal canto suo, Trapiello afferma che “Don Chisciotte deve parlare la nostra lingua” ed espone le sue ragioni – in un’intervista rilasciata a El País – dicendo che “Il problema è se lo capiamo oppure no. Se non lo capiamo allora dobbiamo tradurlo”.

È davvero così? Se non capiamo un testo scritto nel seicento o nel duecento, è il testo che deve essere adattato per ridurre la distanza linguistica tra l’opera e il lettore o è il lettore che deve fare uno sforzo per comprendere una lingua distante da quella attuale? Sulla questione, anche in Italia, ci sono sempre state opinioni contrastanti. Da un lato chi afferma che per una maggiore diffusione dei classici sia giusto tradurli in italiano contemporaneo, dall’altro chi sostiene che la vera conoscenza di determinati testi si possa acquisire soltanto leggendoli nella versione originale. Proprio per questo ha destato polemiche la versione in prosa delle Canzoni di Leopardi curata da Marco Santagata e uscita con testo a fronte per gli Oscar Mondadori.

Davanti alle difficoltà che pare siano sorte negli ultimi anni per gli studenti nella lettura dei classici, viene da chiedersi se questo sia dovuto al divario tra la lingua attuale e quella di Dante, Manzoni e Leopardi o se sia invece dovuto alla pigrizia, all’abitudine di leggere testi brevi e meno impegnativi.

Da un articolo della rubrica Il Linguista de La Repubblica:

“Il lessico italiano di questo primo scorcio di ventunesimo secolo è così diverso da quello dei secoli passati? Una decina d’anni fa, intervistato in occasione dell’uscita del Grande Dizionario Italiano dell’Uso (GRADIT), il direttore Tullio De Mauro ha affermato che il 90% del nostro vocabolario fondamentale appartiene già al fiorentino del Trecento. Su dieci parole presenti nella Divina Commedia, proseguiva De Mauro, ben otto sono sopravvissute fino ai giorni nostri. Rispetto alle altre lingue romanze, l’italiano è senza dubbio la più conservativa, cioè quella che è meno mutata nei secoli.”

Questo avvalora l’ipotesi che la scarsa comprensione dei classici sia effettivamente dovuta a una diminuita attitudine alla lettura, ma l’adattamento dei classici non è l’unica soluzione per colmare il divario tra la lingua odierna e quella dei secoli passati, un’altra possibilità è quella di stimolare le nuove generazioni soprattutto alla curiosità e all’amore per la conoscenza – sfruttando la chiusura l’articolo sopra citato:

“È compito degli insegnanti non già alzare bandiera bianca, ma spingere i propri alunni a scoprire le buone letture e guidarli nella “selva” della nostra tradizione letteraria, aiutandoli a riappropriarsi di modelli linguistici e letterari fondamentali e del patrimonio culturale di cui essi sono portatori. Di chi legifera e governa è il compito di sostenere la scuola, comprendendone l’importanza e valorizzandone il ruolo.”

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