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Raccontami il tuo libro: A volte nulla è come sembra

Beatrice Tiberi di Beatrice Tiberi, in Blog, del

Prima di iniziare a parlare del mio ultimo libro volevo presentarmi a tutti i lettori di Cultora e ringraziare Beatrice per avermi dato la possibilità di essere sua ospite.

 

Mi chiamo Cristiana Iannotta, vivo a Roma e la scrittura mi ruba quel po’ di tempo libero che ho a disposizione. Glielo lascio fare con piacere perché quando scrivo mi distacco dal mondo conosciuto e comincio a girovagare, curiosa, nei mondi che creo.

 

Da dove viene l’idea del romanzo?

 

L’idea di questo romanzo: “A volte nulla è come sembra”, mi è venuta un pomeriggio mentre ero in taxi.

Incastrata tra il sedile e lo schienale c’era una penna. Niente di che, plastica gialla, apparentemente di nessun valore. L’ho guardata ed è scattata la scintilla. Mi sono cominciata a chiedere di chi fosse. Se l’avessero lasciata volontariamente perché non più funzionante o se l’avessero persa e se, in tal caso, si fossero accorti dell’assenza. E, soprattutto, quanto e cosa avesse mai scritto, quali segreti, quali confidenze avesse raccolto.

Si, lo so, non sono queste le domande normali che ci si pone quando si vede una penna.

Ma io non l’ho vista. Io l’ho incontrata!

E’ vero anche che sono fissata per le penne. Io scrivo i miei libri, i racconti e le poesie, dapprima su carta per poi trascrivere il tutto sul pc. Un doppio lavoro che, però, mi da modo di seguire meglio il filo logico di quel che voglio dire.

Tornando alla penna, ho preso quindi lo spunto da un fatto apparentemente banale per poi inventare una storia che spero non lo sia, in alcuni tratti fantastica, in altri realistica. Ho cercato di dare le risposte alle domande che mi ero posta sul taxi quel pomeriggio.

Risposte che hanno dato vita al viaggio di un oggetto, la penna appunto, che diviene protagonista del libro passando di mano in mano e riuscendo, così, a carpire i segreti di chi la utilizza. E l’uso che ne viene fatto rivela molto sulla personalità del fruitore, sia esso donna, uomo o bambino.

È come se la penna fosse un acuto osservatore. Come se registrasse fatti della vita e ne traesse un suo profilo personale. È come se vivesse di vita propria.

 

“… a volte si sente nell’aria un non so che, un nulla di definito. Solo un avvertimento che qualcosa sta per accadere, presto. Cambierà un momento, e muterà tutto.”

 

Ogni capitolo del libro descrive personaggi differenti che non si conosceranno mai, ognuno con la propria storia nel mondo, come in fondo succede a tutti noi. Sempre.

Possiamo far parte inconsapevolmente della vita di altri senza però esserne protagonisti e senza, a volte, conoscerlo nemmeno il protagonista di quella esistenza. Possiamo cambiare il corso della vita, nostra e degli altri, anche solo partecipando. Non siamo soli e interagiamo con il tutto come sosteneva il filosofo Tommaso Campanella: “… tutti gli esseri, da che dotati di una massa, sono provvisti di sensibilità.”

 

Solo alla fine della narrazione la penna si svelerà e sarà una sorpresa che non voglio annunciare, dico solo che qualcuno, dopo la lettura, è rimasto stupito. Positivamente. Più di uno, a dire il vero.

 

Quale storia si cela dietro la copertina?

 

In questo libro, è proprio il caso di dirlo, c’è una storia nella storia.

Quando si è trattato di pensare alla copertina, desideravo qualcosa di particolare.

In un capitolo descrivo una coppia di “senza fissa dimora”, ed è l’unico capitolo veramente romantico del libro.

I due vivono di espedienti, dormono sui cartoni e riutilizzano ciò che trovano per le strade. Così, da curiosa quale sono, mi sono messa a cercare su internet un qualcosa che stuzzicasse i miei pensieri e ho trovato il sito di un’artista che crea le sue opere con il materiale di recupero.

Il sito è www.afcrea.com e lei si chiama Alessandra Fiordaliso. L’ho subito contattata, le ho inviato il capitolo a cui desideravo si ispirasse e lei mi ha creato le due maschere di cartone che sono state fotografate in copertina. Riproducono incredibilmente e fedelmente i miei due protagonisti: Bea e Geco.

Devo ammettere che vedere realizzati i miei personaggi di fantasia, poterli toccare come se fossero vivi, appena usciti dalle pagine del libro per uno strano scherzo, mi ha emozionata. E questa emozione ha fatto sì che si creasse un legame tra Alessandra e me.

In questo caso  l’incontro di due arti è stato proprio un incontro di anime.

Sono stata fortunata. Alcuni dicono predisposta. A me piace pensare che, oltre a un pizzico di fortuna che non guasta mai, serva anche uno spirito aperto per far sì che la vita bussi alla nostra porta e ci faccia delle sorprese. Bisogna rimanere un po’ bambini.

 

Come nasce la sua scrittura?

 

A dire il vero non saprei. A parte il leggere tanto e provare piacere nel farlo, forse nasco scrittrice per caso. Lo so, dicono tutti così ma è vero.

Posso dire che mi è sempre piaciuto scrivere, riempire diari e quaderni ma nulla di veramente corposo, come dico io. Fino a quando, per colmare un vuoto improvviso, ho scritto una sorta di diario personale pensando di farne un regalo privato senza essere spinta da altri tipi di velleità. Ho riversato su quei fogli tutte le mie più intime emozioni, rendendomi conto che mi piaceva e mi faceva bene. Mi sentivo libera, appagata e potevo galoppare con la fantasia senza essere più rimproverata di stare con la testa fra le nuvole. Finalmente potevo essere me stessa.

 

Difficoltà, se ne ha avute, nella pubblicazione?

 

Per puro caso mi sono imbattuta in un concorso letterario in scadenza, non ci ho pensato su due volte: io, che prima di agire sembro un bradipo mi sono trasformata in gazzella e ho spedito lo scritto. Quello intimo di cui parlavo prima.

Me l’hanno pubblicato; il vero regalo l’hanno fatto a me.

Messa da parte l’euforia, ho dovuto fare i conti con l’ingenuità, la scarsa (inesistente) esperienza nel settore e l’esaltazione per la pubblicazione che mi hanno portata a fare degli errori. Non parlo di ortografia ma, più che altro, di valutazione.

Mi spiego: la prima pubblicazione, il piccolo libro dal titolo: “Blu e rosso. Viola.” è stato pubblicato da Aletti Editore che su tutti i siti web risulta essere a “doppio binario” quindi, in parte, a pagamento. So, adesso, che le case editrici a pagamento non sono poi considerate tali, sono “bollate” perché non serie né nei confronti degli autori, pressoché obbligati ad acquistare copie del libro, né nei confronti delle altre case editrici che investono, rischiando, nel prodotto che hanno scelto. Non solo, c’è da considerare un altro scoglio: alcune case editrici non prendono nemmeno in considerazione autori che, precedentemente, sono stati pubblicati da editori a pagamento, non prestando la più piccola attenzione a lavori che, spesso, sono invece molto meritevoli.

Tutto questo non lo sapevo. Di sicuro ora starò più attenta nell’affidare le mie opere a questo tipo di case editrici, ma non posso certo esimermi dal ringraziare Aletti Editore per avermi dato una chance senza la quale, chissà, ancora starei solo riempiendo pagine di diari. Per quel che mi riguarda non è stata un’esperienza negativa.

Quella iniezione di coraggio mi ha spinta a scrivere, scrivere, scrivere sempre di più fino ad arrivare a collaborare saltuariamente con il magazine, sul web: Convincere.eu; e a consentirmi di veder pubblicati alcuni miei racconti in varie Antologie della Perrone Editore; poesie con Pagine s.r.l.; una silloge poetica con Bel-Ami Editore; altri racconti, sola versione e-book, con la Chichili Agency Italia, una casa editrice tedesca; sempre racconti con Bertoni Editore, appoggiata dal Gruppo Letterario WOMEN@WORK; e una simpatica invettiva con Ottolibri.

Infine è arrivata la bella sorpresa di essere piaciuta a Edizioni Il Ciliegio, con cui ho pubblicato questo mio ultimo libro e con cui spero di lavorare ancora per molto tempo.

Quindi, tutto sommato, non ho trovato grandi ostacoli e difficoltà nell’essere pubblicata, diciamo che le difficoltà sono sopraggiunte dopo. Almeno per quel che mi riguarda.

Quelli che vengono definiti autori esordienti prima, emergenti poi, comunque nuovi, non hanno molte possibilità di vetrina. Le grandi librerie mettono in evidenza e spingono solo quegli autori che consentono loro vendite galattiche; per gli altri mancano sponsorizzazioni, pubblicità, organizzazioni di marketing. Senza contare che la distribuzione non è poi così capillare come si dice. E il lettore, lo dico per esperienza diretta, deve armarsi di santa pazienza chiedendo, ordinando e aspettando un libro che, spesso, sembra arrivare dalla Luna.

Si fa da soli quel che si può, ci si impegna  per farsi conoscere e, se non si è un po’ spregiudicati, risulta tutto più complicato. Per me questo lo è.

 

Difficoltà, se ne ha avute, dal suo essere donna e autrice?

 

Ecco, qui si entra un po’ nel personale e sinceramente c’è la difficoltà di conciliare la mia vita privata con l’essere scrittrice. Scrivere porta via tempo alla coppia e, per forza di cose, bisogna conciliare tempi e spazi.

Diciamo che non scrivo quanto vorrei e non “pulisco” quanto dovrei. Ma sono contenta così.

 

Si dice che le donne scrittrici siano più bistrattate rispetto ai loro colleghi uomini, meno lette, più criticate. Personalmente non ho avuto esperienze dirette in merito, anche se so di autrici alle quali è stato consigliato di scrivere sotto pseudonimo maschile per essere lette. Non voglio commentare, penso sia superfluo, anche se credo che fare certe affermazioni denoti sicuramente un problema: più in chi le fa che non in chi scrive.

Fortunatamente mi hanno insegnato a non avere preconcetti né pregiudizi e, quindi, leggo tanto e di tutto; non faccio caso al sesso dell’autore, a meno che non sia un ricco-adone-letterato!

 

Cosa ne pensa di questa frase di Camus: “lo scrittore che decide di scrivere chiaro vuole lettori, lo scrittore che scrive oscuro vuole invece interpreti”?

 

Bellissima frase.

Credo che tutti gli scrittori, e coloro che si definiscono tali, amino essere letti; nessuno crede alla favola dello “scrivo per me stesso”, si scrive perché si desidera comunicare qualcosa di nostro agli altri. Che sia inventato, vero o veritiero non è importante, fondamentale è riuscire a trasmettere emozioni e sensazioni. Il difficile è proprio dire, raccontare, un qualcosa che oltre ad essere ben scritto stuzzichi anche l’interesse dei lettori, sempre più attenti. Proprio per questo credo sia importante scrivere chiaro, penso sia la maniera più diretta ed efficace per interagire con chi si appresta a conoscerci. Attenzione, scrivere chiaro non vuol dire avere uno stile banale né scolastico, ma semplice ed efficace.

Se si desiderano interpreti forse si è sbagliata lingua e paese!

 

Vorrei ringraziare di nuovo tutti coloro che hanno seguito fino alla fine questa intervista, Beatrice per l’opportunità e Cultora per lo spazio.

Approfitto di questa vetrina, se posso, per una piccola promozione: il mio libro “A volte nulla è come sembra” lo potete trovare, qualora vi abbia incuriosito, in tutte le librerie su ordinazione; sui siti web, anche in formato e-book; e, se siete di Roma, senza doverlo ordinare, lo trovate negli scaffali della Libreria Esperidi in Via Tuscolana 321 e presso la Libreria Mangiaparole in Via Manlio Capitolino 9.

copertina

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Beatrice Tiberi

Beatrice Tiberi

Ho scritto di vip, di spettacolo, di cronaca. Adesso intervisto scrittori e scrivo di libri

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