Quando scoprii la ragione – 03

I’m sorry that I hurt you
It’s something I must live with everyday
And all the pain I put you through
I wish that I could take it all away
And be the one who catches all your tears
Thats why i need you to hear

(The Reason – Hoobastank)

 

Non so perché mio padre ci ha trascinati quaggiù, me e la signorina Griffiths. Non l’ho chiesto perché so che non me lo avrebbe detto. Lui non parla del suo lavoro. Con me. Con Alvena sì. Per questo appena posso li spio.

Una confessione. E ancora una volta un’immagine. Tracciata a matita. Il bracciolo di un sofà, la trama del tessuto in primo piano e subito oltre due sagome. Un uomo. Una donna. Un ventaglio. Un’intimità casta eppure percepibile. Pochi dettagli per restituire un mondo intero di ricordi.

 interno vittoriano

Aveva deciso di prendere in prestito il binocolo di Sir William. Per questo si era intrufolato nel suo studio. E non era riuscito a uscirne quando li aveva sentiti arrivare. Suo padre non voleva che frugasse tra le sue cose. Mal sopportava perfino di averlo attorno quel figlio. A Robert non rimase che nascondersi dietro il sofà di cretonne damascato che Alvena aveva chiesto, e ottenuto, di portare con sé dalla Scozia. Quel sofà era la prova che la signorina Griffiths era molto importante per suo padre. Se li ritrovò a pochi centimetri, separati da lui solo dallo spessore dello schienale.

«Ho fatto un errore, Alvena. Non avrei dovuto accettare questo incarico.»

Robert percepì fruscio di stoffe. Un lieve profumo di caprifoglio. La signorina Griffiths si era seduta all’altro capo del sofà. Non che questo potesse preservarla. Robert sapeva che gli altri inglesi sparlavano di lei e della sua scandalosa presenza in una casa con un vedovo e un ragazzino, senza altri chaperon che la servitù indiana. Se suo padre non si fosse deciso a sposarla, l’avrebbe disonorata a vita.

«Avevate detto di avere una traccia, Sir William.»

«Credevo di averla. In realtà sapevo ben prima di salpare da Londra che si trattava di un’impresa impossibile. L’India è un intero mondo, senza regole certe, senza documenti.»

Suo padre si alzò e lui fu costretto a raggomitolarsi più a fondo tra lo schienale del sofà e la tenda. Sentì il colletto fradicio della camicia serrargli il collo insieme al timore di essere scoperto. Sir William non lo aveva mai picchiato, ma certi sguardi sapevano ferire più delle cinghiate. Lo sentì aprire i cassetti della scrivania, lì dove voleva cercare il binocolo. Rumore di carta. Il silenzio lo costrinse a trattenere il respiro mentre il sudore gli colava negli occhi, bruciante. Poi Alvena cominciò ad agitare il ventaglio con un suono che ricordava un frullo d’ali.

«Lady Calista Douglas di Lennox», declamò suo padre in un fruscio di fogli. «E quel debosciato di suo figlio, Charles, che si è voluto sgravare la coscienza prima di arrendersi al mal francese.»

«Sir William, vi prego», lo redarguì la signorina Griffiths.

Robert si concesse di sogghignare. Sapeva, più o meno, cosa fosse il mal francese. Ma non capì quale fosse l’incarico che suo padre non riusciva a portare a termine.

«Se non mi avesse anticipato una somma che supera di gran lunga il mio normale onorario, non avrei neanche tentato. Ma voi sapete, Alvena, che abbiamo bisogno di soldi.»

Abbiamo. Robert si rese che la considerava già parte della famiglia. Molto più di quanto non lo fosse lui, il figlio da tenere sempre all’oscuro di tutto.

«Il castello dei Moncliff sta cadendo a pezzi e, in tutta coscienza, mi sento in difetto con voi e con i vostri genitori che vi hanno affidata a me, nonostante ancora non sia riuscito a porvi al mio fianco nella posizione che vi spetterebbe. Io…»

Suo padre era innamorato. Adesso lo sapeva con certezza. Il ventaglio della signorina Griffiths smise di frullare. Non poteva vederli, ma fu certo che lei avesse allungato una mano sulle sue.

«Sir William, dovete avere più fiducia nelle vostre capacità. Io so che se esiste al mondo una persona in grado di restituire speranza a Lady Lennox, quello siete voi.»

Il ragazzino di allora sperò che non si baciassero. Lo sperò con tutte le forze. E il Robert di oggi sorrise sfiorando quel disegno. Non si baciarono, suo padre e Alvena, non quella volta almeno. Ma lo costrinsero a restare nascosto dietro il sofà per un tempo che a lui parve infinito. Quando finalmente restò solo nello studio, mentre sentiva la governante indiana chiamarlo dalle ampie scale candide della villa, riuscì a trovare il binocolo e tanto bastò per cancellargli dalla mente Lady Calista, il debosciato figlio Charles e il misterioso incarico di suo padre.

Un diario vittoriano - di Robert Stuart Moncliff

Un diario vittoriano - di Robert Stuart Moncliff


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