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Hanno paura di Netflix. E fanno bene ad averne

“Iniquo”. Così è stato giudicato il Leone d’Oro appena assegnato a Venezia al film “Roma” di Alfonso Cuaron. Il giudizio non riguarda il film, da tutti considerato un capolavoro, e arriva dalle associazioni dei distributori, degli esercenti e degli autori. Il motivo: il film di Cuaron, prodotto da Netflix, è destinato alla piattaforma online, cosa che ovviamente non piace a chi gestisce la distribuzione delle pellicole nelle sale. Il film vincitore del Leone d’Oro “dovrebbe essere alla portata di tutti” e non solo degli abbonati alla piattaforma online. In realtà la polemica è precedente. Già in fase di organizzazione le associazioni di categoria avevano stigmatizzato l’idea di portare al Festival film non destinati alle sale ma direttamente a internet.

Gli abbonati a Netflix sanno bene che esistono decine e decine di prodotti – non solo film ma soprattutto serie tv – che non troverebbero né al cinema né in tv e che solo grazie alla piattaforma Usa possono vedere. Il mercato, quindi anche la distribuzione, sta cambiando e lo sta facendo sempre più rapidamente. Probabilmente l’unico modo per sopravvivere è adeguarsi. Resistere non serve a niente.

Certo, vedere un film sul grande schermo è tutta un’altra cosa, ma siamo davvero sicuri che osteggiare la crescita delle piattaforme online sia una iattura per il cinema? Ma soprattutto, siamo sicuri che il problema sia la distribuzione alternativa?

Facciamo adesso un esercizio che nessuno fa, in genere, quando sta iniziando un film. Ovvero: leggiamo che c’è prima del titolo del film. Cosa troviamo? I loghi di chi ha prodotto e di chi ha distribuito il film. Prendiamo nota di questi ultimi e facciamoci caso per un po’ di tempo. Diciamo che dopo aver visto una decina di film abbiamo stilato un elenco. Non c’è bisogno di un veggente per immaginare cosa abbiate scritto. A occhio e croce vi troverete 01, Rai, Medusa e magari qualche indipendente tipo Lucky Red e Bim, per non parlare di Warner e Columbia. Si tratta dei distributori più forti sul mercato. Una vera e propria lobby, soprattutto perché il lavoro della distribuzione è molto costoso e non tutti se lo possono permettere. Distribuzione vuol dire: pubblicità, marketing, doppiaggio per i film stranieri e infine l’arrivo nelle sale. Ci sono film che costano meno della loro distribuzione, tanto per capirci.

Detto questo, qual è l’effetto (negativo)? È che i distributori, che devono rientrare dagli investimenti, sono costretti a lavorare solo su pellicole dai guadagni più o meno “sicuri”. E quindi portano nelle sale film commerciali a più non posso. Va da se che tutto un mondo di registi autori e attori – e di buoni film che nessuno vedrà mai – resti fuori dai giochi. Ecco cosa stanno difendendo le associazioni dei produttori (e degli autori loro amici): lo status quo, un cartello vero e proprio a danno di un pluralismo che si vorrebbe continuare a negare anche in presenza di una tecnologia “buona” che di fatto moltiplica le possibilità per tutti, sia per chi “fa” sia per chi “guarda”.

Un’annotazione a parte merita la questione dei finanziamenti pubblici. Anziché limitarsi a finanziare la produzione dei film – compresi quelli che non andranno mani nelle sale – non sarebbe opportuno studiare un sistema che ne sostenga anche la distribuzione? Perché è esattamente ciò che sta facendo Netflix, che produce prodotti di qualità e distribuisce a basso prezzo per i suoi abbonati, in barba al “cartello” di cui sopra. Vogliamo cominciare a pensarci subito o aspettiamo l’inevitabile piagnisteo che precederà (e giustificherà) la chiusura di chissà quante sale cinematografiche in Italia?

Gennaro Pesante

Gennaro Pesante

Gennaro Pesante, nato a Manfredonia nel 1974. Giornalista professionista, vive a Roma dove lavora come responsabile dei canali satellitare e youtube, e come addetto stampa, presso la Camera dei deputati.

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