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Parola ai giovani #7: Roberto Moliterni tra scrittura e sceneggiatura

Redazione di Redazione, in Cinema, del

Questa settimana Cultora incontra un giovane talento italiano che si è distinto e ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti sia nell’ambito della sceneggiatura sia in quello della scrittura.

Roberto Moliterni, nato nel 1984 a Gioia del Colle, ha vissuto nel materano per poi trasferirsi a Pisa per la laurea in Cinema, Teatro e Produzione Multimediale, mentre a Roma ha frequentato il Corso di formazione e perfezionamento per sceneggiatori ‘Rai Script’.
La sua sceneggiatura Giustizia Divina vince I corti Pluriel 2005 e viene proiettata alla 62° Mostra del Cinema di Venezia. Con L’Ulivo Antico (sceneggiatura per cortometraggio) Moliterni  vince il Mitreo Film Festival 2008 – Premio Francesco Crocco e la menzione speciale al Cortopotere 2008.
Come sceneggiatore per lungometraggi vince il Premio Malerba nel 2010 con In prima classe, una menzione speciale al Sonar Script 2010 e una al Premio Mattador 2014 per la commedia The show must go on.
Ha pubblicato la sceneggiatura In prima classe, il manuale Fare un corto e collabora come rubricista a Paese Sera, Tutto Digitale e Donna Moderna.
Nel luglio 2014 ha vinto il Premio Rai La Giara con il romanzo Arrivederci a Berlino Est, che è stato di recente pubblicato da Rai Eri.

Visto il tuo curriculum così variegato, la prima domanda sorge spontanea: come si sente Roberto Moliterni, più sceneggiatore o più scrittore?

Mi sento un narratore. Il mezzo non è così importante. Mi piace molto raccontare, anche a voce. Da bambino invidiavo quelli che sapevano raccontare le barzellette per bene, che facevano ridere. Devo dire però che, se proprio devo scegliere, sceneggiatore mi fa sentire più comodo, è più in linea con il mio carattere. È meno impegnativo, non mi costringe a vestirmi bene se vado in giro. Anche se è solo un fatto di percezione sociale, e quindi conta quello che conta, lo sceneggiatore può anche non essere un intellettuale, mentre lo scrittore sì, viene percepito come tale. Quindi giù a comprare giacche.

Visto che hai ottenuto la Giara d’Oro, una breve presentazione della tua ultima fatica è d’obbligo. Chi è il Titta e come è nato Arrivederci a Berlino Est?

Il Titta è un italiano – sessantino, zoppo – che vive a Berlino Est nel 1982, incastrato per ragioni sentimentali in quella città, da cui non si può uscire per via del Muro. Se la dovessi definire in due parole direi che Arrivederci a Berlino Est è una storia d’amore e di spie. Nasce dal mio desiderio di leggere una storia che fosse una storia, una di quelle storie che, in un immaginario ideale, ti metti a leggere sul divano, davanti a un camino, sorseggiando un buon bicchiere di vino rosso. Io non ho il camino, non ne capisco niente di vini, ma potevo avere una storia. In quel momento non ne trovavo di così e mi sono messo a scriverne una. C’è da dire, poi, che quando leggi questo piacere dura poco, il tempo che ti serve per finire il libro, quando scrivi invece puoi andare avanti per mesi dentro quella storia, dentro quell’atmosfera.

Quanto i tuoi studi e le tue esperienze di sceneggiatore hanno influenzato il tuo romanzo? Quando la storia del Titta è nata avevi capito subito che sarebbe stata la base di un romanzo o la immaginavi più come il soggetto di una sceneggiatura?

La mia piccola esperienza da sceneggiatore è stata fondamentale in questo romanzo. Come ti dicevo, è soprattutto una storia, una storia solida, che vuoi leggere − si spera − dall’inizio alla fine, e per costruire queste strutture hai bisogno di saperle maneggiare, di essere un po’ ingegnere. La sceneggiatura ti insegna a essere ingegnere. All’inizio, tra l’altro, avevo immaginato questa storia come un soggetto per una sceneggiatura, ma, dopo un po’, ho capito che aveva più il respiro di un romanzo: si attraversa il tempo, si va avanti e indietro negli anni, nelle stagioni. Forse solo Sergio Leone avrebbe potuto fare un film da una storia così complessa.

Domanda tipica per uno scrittore/sceneggiatore: è in cantiere una trasposizione cinematografica di Arrivederci a Berlino Est?

No, non è in cantiere, per le ragioni che ti ho appena detto. A meno che non troviamo un modo per far tornare Sergio Leone.

Cosa pensi del cinema italiano odierno?

C’è crisi ma anche vitalità. La crisi forse ha permesso a soggetti nuovi di entrare nell’arena, mettendoli alla prova con progetti a basso budget. È il caso per esempio di due miei concittadini materani − Giuseppe Stasi e Giancarlo Fontana − che sono stati chiamati da Sky a fare un lungometraggio a basso budget dopo che si erano fatti notare sul web. Qualche anno fa, forse, questo non sarebbe successo. Poi c’è il ritorno, finalmente sensato, del cinema d’autore: Sorrentino ha fatto scuola.

Cosa consiglieresti a un giovane che vuole avvicinarsi al mondo del cinema, specie a quello delle sceneggiatura?

Di perdere molto tempo. Andare in giro, passeggiare, parlare con le persone, pensare. Poi andare a casa e impegnarsi, non solo a studiare e a scrivere, ma anche a lavorare per creare le condizioni per cui quello che si scrive possa avere delle possibilità realizzative. Oggi gli sceneggiatori, ma anche i registi, non possono essere solo sceneggiatori o registi. Devono essere un po’ anche produttori. Altrimenti nessuno ti viene a cercare. Infine, partecipare ai concorsi: sono l’unico modo per entrare in contatto con quel mondo se non si conosce nessuno, come è stato per me.

Quali sono i tuoi prossimi progetti e quali quelli in corso, a parte la promozione di Arrivederci a Berlino Est?

Diversi, fra cinema, web e televisione. Devo ancora capire quali sono quelli per cui vale la pena di spendere più energie. Di sicuro, ho voglia di scrivere una nuova storia, un nuovo romanzo.

Redazione

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