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I nuovi termini inseriti nello Zanichelli 2018 raccontano la nostra società

di Redazione Milano, in Editoria, Media, del

Sono passati esattamente cento anni da quando il linguista Nicola Zingarelli compilò i primi fascicoli del dizionario ancora conosciuto con il suo nome. Inizialmente pubblicato a Milano dagli editori Bietti e Reggiani, dal 1941 fu rilevato dalla Zanichelli e affidato a Giovanni Balducci. Dal 1993 viene aggiornato annualmente, testimoniando come la lingua sia sempre più un organismo mutevole e vitale.

Certamente quando un neologismo diventa un lemma del celebre vocabolario, ne viene riconosciuto lo status linguistico e conquista un alone di prestigio. Per questo, ogni anno, è significativo vedere quali nuovi termini siano inseriti nello Zanichelli: essi in qualche modo vengono sottratti all’oblio ed entrano a far parte della storia della lingua italiana. Forse tra qualche decennio saranno obsoleti e superati, forse invece faranno parte della nostra quotidianità così come ciò che designano. Chissà ad esempio se il giusuita Biancani, quando trovandosi davanti lo strano strumento inventato da Galilei coniò il termine cannocchiale, intuì di aver creato un neologismo eterno che sarebbe sopravvissuto anche allo sdegno dei puristi.

Molti dei termini entrati di diritto nell’edizione del 2018 sono ovviamente di matrice anglofona e sono diventati di uso comune grazie ai social network: hater, influencer, like… In alcuni casi troviamo addirittura termini inglesi ormai italianizzati, con esiti a volte un po’ rocamboleschi o quantomeno cacofonici, come nel caso di spammare o taggatura. Ancora più significativo è, forse, quando un vocabolo che ci accompagna da secoli assume una nuova, specifica, accezione: è il caso di amicizia, che – come recita lo Zanichelli, oggi indica anche una “relazione che si stabilisce fra due utenti Facebook quando esprimono reciproco consenso a condividere i contenuti del proprio profilo”.

Ci sono poi, inevitabilmente, i termini che hanno caratterizzato il linguaggio politico degli ultimi mesi: dalla Brexit, al gufismo, l’atteggiamento cioè di “si augura il male altrui”. Tra i nuovi termini introdotti ci sono poi quelli che rappresentano i grandi cambiamenti della nostra società. Il lungo dibattito che ha spinto all’approvazione di una legge sulle unioni civili, ad esempio, ha portato l’aggettivo giuridico coparentale, legato al tema della step child adoption, ad entrare di diritto nel vocabolario. Così come le importanti innovazioni nel mondo della scuola hanno fatto introdurre la locuzione alternanza scuola-lavoro, ormai di uso quotidiano tra gli studenti di tutto il Paese.  E se troviamo anche nuove correnti di pensiero come lo sviluppismo (la “tendenza di chi ritiene prioritario lo sviluppo economico, anche in presenza di conseguenze negative sul piano sociale e ambientale”) e il dietrologismo (“la tendenza a fare dietrologia”), non ci stupiremo di fronte a nuovi mestieri come dronista (colui che “manovra un drone”). Così per i nuovi termini assunti dal mondo gastronomico: lo street food e i nomi dei piatti tipici della cucina internazionale (come empanada, wonton, noodle), ci raccontano infatti di come ormai siano cambiate le nostre abitudini alimentari oltre che linguistiche.

Ciò che davvero sorprende, invece, è un neologismo coniato dal greco antico per indicare un comportamento emblematico dei nostri tempi: la nikefobia, cioè la paura del successo. Lo Zanichelli ci dice infatti che è stato riconosciuto un meccanismo mentale secondo il quale “nel momento in cui il soggetto ha la sensazione di essere sul punto di raggiungere un successo, mette in atto inconsapevolmente dei comportamenti che gli impediscono di ottenerlo”. Un termine dall’etimologia antica, quindi, per indicare una fobia decisamente contemporanea. O forse anche gli eroi greci ne soffrivano ma non avevano dato un nome a questa paura atavica?

Certamente più la società è in evoluzione, più la lingua muta con essa. E questo lo aveva intuito nel 1925 Nicola Zingarelli quando, nella prefazione alla terza edizione, scrisse: «mai non è apparsa tanto evidente la mutabilità delle lingue come nel tempo dallo scoppiar della guerra ai giorni presenti. Non meno rivoluzionari sono stati i progressi dell’aviazione, della radiotelegrafia e dell’automobilismo. Il Vocabolario a distanza di pochi anni mi pareva invecchiato; e bisognava dunque rifarlo in parte, oltre che ricorreggerlo».

Redazione Milano


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