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Norman Manea: un ritratto di Philip Roth

Anita Bernacchia di Anita Bernacchia, in Blog, Letteratura, del

Tra le amicizie letterarie che Norman Manea ha intrecciato nei suoi anni americani, quella con Philip Roth è stata senz’altro tra le più intense e autentiche. Uno dei suggelli di tale amicizia è la dedica che l’autore newyorchese, deceduto il 22 maggio di quest’anno, ha rivolto all’amico romeno nel romanzo L’animale morente. Inizialmente si era creduto che le iniziali “N.M.” fossero per un altro scrittore, Norman Mailer. Nel toccante elogio funebre a Roth scritto per il Corriere della Sera, tuttavia, l’autore bucovino svela di essere proprio lui il dedicatario di quel libro, dal quale durante le esequie, per volere dello stesso Roth, avrebbe letto alcuni brani. In realtà, come si vedrà innanzi, già in Corriere dell’Est, l’ultimo volume pubblicato da il Saggiatore nel 2017 (tr. Anita Bernacchia), Manea aveva anticipato che l’amico fraterno gli aveva dedicato una delle sue opere, senza specificare quale.

Mentre Roth definiva l’amico romeno come “un uomo mite, riservato, timoroso, a volte timido”, ma anche come “un interlocutore stimolante, saggio e, non da ultimo, pieno di umorismo e ironia ‘balcanica’” (Corriere dell’Est, p. 238), Manea lo definiva il suo “fratello americano“, “sempre presente e affettuoso, energico, vitale e disponibile, un interlocutore unico e insostituibile”.
In Corriere dell’Est, volume di dialoghi filosofico-letterari tra l’autore romeno e il filosofo Edward Kanterian, Norman Manea ci offre un ritratto breve e sincero dell’autore di Pastorale americana, intervallato da sprazzi di vita e suggestioni letterarie.

“Ho un rapporto di amicizia stretto e già di lunga data con Philip Roth e mi sono spesso domandato come riusciamo a comunicare. Siamo diversissimi, sotto tutti i punti di vista. Come temperamento, come scrittura. Cos’è che rende possibile la comunicazione tra noi? Uno dei fattori pare essere l’umorismo. Abbiamo entrambi un umorismo che, benché diverso, ha caratteristiche simili. Un umorismo ebraico, forse. Ci sono senz’altro molte altre cose, il modo in cui leggiamo determinati libri, come vediamo certe situazioni. Lui è americano, molto americano” (p. 118).

* * *

Hai citato Philip Roth… La sua letteratura è del tutto diversa, tende talvolta al thriller, i suoi libri sono spesso dei best seller. Uno stile diretto, una narrazione trasparente.

Non so se si può definire precisamente thriller. In lui c’è sempre uno stile chiaro e una tensione epica, fatti ed eventi che si influenzano a vicenda, è attento alla psicologia, non disdegna l’ironia. Abbiamo dibattuto più volte se sia opportuno annientare o combattere il cliché. Ricordo un episodio interessante, avvenuto mentre stava elaborando il romanzo Il teatro di Sabbath, forse il suo libro più audace. È riuscito a introdurre la volgarità in letteratura, senza per questo distruggerla, preservando la complessità, la problematica, la sofferenza, l’umorismo…
Mentre scriveva il libro, avemmo una lunga conversazione telefonica. Mi raccontò di un episodio che divenne poi un momento del libro. Un’erotomane chiede all’improvviso al suo amante di esserle fedele, ma era difficile che lui potesse esaudire tale richiesta. Come lei, del resto.
La domanda di Philip era: cosa potrebbe chiederle lui di altrettanto impossibile? Mentre parlavamo, ecco l’idea. Sì, ora lo so, lo so! Di andare a letto con suo marito! La cosa più difficile da fare per lei è questa! Ed ecco che il cliché è esploso, così, all’improvviso. Un’inversione di situazioni intelligente, sbalorditiva, originale.

Forse è proprio il confronto con un’intuizione diversa dalla sua ad averlo aiutato.
Siamo davvero diversi. Lui si è sempre dimostrato aperto nei miei confronti, benché non sia una persona facile da avvicinare. Ha un carattere difficile e complesso. Un autore di prim’ordine, interamente dedito alla scrittura, giorno dopo giorno. Tutti i suoi libri hanno conosciuto molte versioni prima di arrivare alla pubblicazione. Non accoglie facilmente nuovi amici, è scrupoloso e capriccioso. Poiché siamo tanto diversi, essere rimasti amici è un grande risultato.

Il nostro primo incontro fu a New York nel 1988. Era tornato da Londra e mi propose di vederci. Gli risposi al telefono che non pensavo fosse il caso, che non parlavo ancora bene inglese, aspettiamo, rinviamo. «Vieni, vieni, abbiamo le mani, useremo quelle. In qualche modo ci capiremo.» Andai a incontrarlo insieme a Cella. All’epoca viveva nel rinomato hotel Essex House. Sin dall’inizio fu molto cordiale. Mi aveva chiesto di portargli uno dei miei testi tradotto in inglese. «Allora, hai qualcosa in inglese? Qualsiasi cosa». «Non ho granché, solo un breve racconto apparso in una rivista inglese. Si chiama Proust’s Tea*. È molto breve, sono tre pagine.» Glielo avevo portato, come mi aveva chiesto. Lo misi sul tavolo. «Proust’s Tea? Sorry, I tried many times to read this author… never was able to go over page twenty. I find him totally boring**». Mi crollò il mondo addosso. In Romania, se non ti piace Proust, sei fuori dalla letteratura, Proust era il test assoluto. Mi imbatto in questo cow-boy ebreo-americano, grande scrittore, che alla prima frase mi riduce K.O. Non sapevo cosa dire. Dopo un po’ aggiunse: «My Proust is Céline». Be’, allora è tutta un’altra storia. Questo la dice lunga su di lui, sulle differenze tra noi e sul fatto che, al di là delle diversità, siamo riusciti a mantenere una comunicazione cordiale e letteraria per tanti anni. Mi ha dato i manoscritti di tutti i suoi libri perché li leggessi e gli dessi la mia opinione, mi ha dedicato un libro, siamo rimasti amici.

Ma non ti ha influenzato stilisticamente, e viceversa. Si tratta di un dialogo tra amici e colleghi in letteratura, non tra due persone che si influenzano a vicenda, come fu il caso di quel tuo amico all’università, che ti influenzò nella musica, mentre tu influenzasti lui in letteratura.

È accaduto anche con altri scrittori con cui condividevo le stesse radici letterarie. Qui si tratta anche di biografie letterarie e di scelte letterarie diverse. Sono contento che siamo rimasti amici e che il nostro dialogo sia sempre stimolante.

Essendo voi così diversi, avete mai dibattuto attorno allo stile o alla struttura letteraria?

Lui è contro ogni genere di complicazione, comprese quelle stilistiche. Il suo stile è chiaro e incisivo, intenso, ironico. Quel che ci ha fatto avvicinare è, forse, l’ironia. Una volta mi ha anche descritto come un ironico realista. Non so quanto io sia realista o ironico, insomma, tra noi si è creato un ponte spirituale. Importante (pp.122-123).

* «Il tè di Proust», in Varianti di un autoritratto, op. cit. [N.d.T.]

** «Mi spiace, ho cercato tante volte di leggere questo autore… non sono mai stato in grado di andare oltre a pagina 20. Lo trovo di una noia…»

 

Anita Bernacchia

Anita Bernacchia

Scrivo e traduco tra Roma, Trieste, Bruxelles e Bucarest.

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