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“No!”, in libreria la favola moderna di Alberto Fezzi

Redazione di Redazione, in Interviste, Letteratura, del

Una grande storia d’amore che dura diversi anni, o forse solo pochi giorni. La racconta Alberto Fezzi nel suo ultimo romanzo breve “No!” (2017), pubblicato per Historica Edizioni e finalista al torneo letterario IoScrittore 2017. Ecco l’intervista che ha rilasciato per Cultora.

Nel Suo nuovo romanzo “No!” la protagonista è Chiara. È stato difficile per Lei raccontare una storia da un punto di vista femminile?

È stato interessante e divertente, era da molti anni che pensavo a questo personaggio, proprio a lei, proprio a Chiara, non a un personaggio femminile qualsiasi, è come se negli anni fosse cresciuta assieme a me. E poi mi eviterà le domande di chi mi chiede se il protagonista dei miei libri sono io.

In questo, come in altri Suoi romanzi (“Non mi diverto più” del 2012; “La mirabolante storia di un impiegato di banca” o “Il principe del foro non esiste”, entrambi del 2015) descrive l’evasione e la fuga dalla quotidianità come una vera e propria esigenza ad un certo punto della propria vita. Quanto c’è di autobiografico in questo?

Di autobiografico c’è che fare una sola cosa nella vita, seguire percorsi prestabiliti, aderire acriticamente alla convenzioni sociali, non mi è mai piaciuto. Come dice anche Chiara nel libro, io amo i pazzi, che fermano il mondo.

Lei è avvocato e scrittore ma ha avuto un trascorso da attore e rocker. Nel Suo ultimo romanzo vengono spesso citate canzoni e band musicali. Che funzione ha la musica nella sua vita?

Diciamo che ho recitato in una compagnia teatrale e sono stato il bassista in un gruppo molto tempo fa, perché altrimenti qualcuno potrebbe pensare che abbia avuto i trascorsi di Toni Servillo o Ligabue. Detto questo, sì, la musica è importantissima, tanto nella scrittura perché spesso la frase di una canzone esprime un concetto molto meglio di tanti giri di parole, quanto nella mia vita perché ho sempre in testa una colonna sonora per quello che mi succede. Attualmente sono in fissa con i Thegiornalisti.

La storia d’amore che racconta è una storia “a distanza”, sia nello spazio che nel tempo: i protagonisti sono lontani fisicamente e si incontrano ad intermittenza dopo anni. È il “grande amore” che ritorna, come già nel suo “Le addizioni femminili” (2015) o un amore fatto di attimi, di sguardi, di occasioni?

La seconda: un amore fatto di attimi, di occasioni e di singoli momenti. Non a caso, il quesito che sta alla base del libro è se una grande storia d’amore possa durare solo cinque giorni. Una cosa molto difficile nella vita reale, per questo credo che il libro sia piuttosto una favola.

Nella Sua guida alle emoticons, “Faccine” (2014) affrontava il tema della comunicazione ai tempi di Whatsapp. Ora, in quest’ultimo romanzo, definisce Facebook “il catasto dell’amore”. Cosa pensa dei social network e come crede che influiscano sulle relazioni contemporanee?

Facebook è il catasto dell’amore perché permette, facendo una “visura” sulle pagine altrui, di sapere se quelle persone hanno o meno qualche relazione e quindi se è possibile lanciarsi o meno. Così facendo, i social network ci hanno senz’altro avvicinati, ci hanno reso più reperibili, ma hanno anche fatto sì che spesso tutto nasca e finisca lì, ci si accontenta di un like. Il passaggio dal social network alla vita reale non sempre avviene e quando avviene non è sempre così entusiasmante, perché l’immagine che una persona da di sé sui social non sempre corrisponde alla persona che è realmente.

Una presenza, seppur apparentemente secondaria, del libro sono i genitori di Chiara. Crede che in una società come la nostra il rapporto genitori-figli stia cambiando?

Su questo non ho un pensiero generale e assoluto, posso dire che io ho sempre avuto e ho ancora un buon rapporto con i miei genitori: sono sempre stati e saranno sempre un punto di riferimento, pur nella mia autonomia. Decido io cosa fare della mia vita, ma non dimentico mai gli insegnamenti che mi hanno dato.

E infine: “No!” è una parola che ha più spesso pronunciato o ricevuto?

Più spesso pronunciato. Come dicevano gli Articolo 31: “Ho imparato a dire troppi no!”

Federica Giannattasio
Redazione

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