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Quando mi arrivò una spada in dono – 05

Redazione di Redazione, in Blog, del

 

You say space will make it better
And time will make it heal
I won’t be lost forever
And soon I wouldn’t feel
Like I’m haunted, oh falling

(Take me home – Jess Glynn)

 

 

La sede del Viceré era stata costruita col chiaro intento di testimoniare la potenza della corona britannica. Trasudava arroganza, pensò Robert mentre la loro carrozza costeggiava l’entrata principale per dirigersi verso i cancelli di servizio. Suo padre era diretto agli uffici commerciali, quelli che un tempo facevano capo alla potente Compagnia delle Indie, e non ebbe difficoltà a consentirgli di fermarsi nell’enorme cortile dei magazzini che pullulavano di merci pronte a viaggiare sulle rotte più importanti per accrescere la ricchezza dell’impero. Robert ne fu felice e trasse dalla giubba il diario e la matita. Con quella non poteva catturare i colori delle spezie, gli aromi dei sacchi di tè, le sfumature delle stoffe e dei tappeti. Ma cominciò comunque a disegnare, seduto su un enorme rotolo di corda. Stava tratteggiando il particolare di una spalla d’indigeno gravata dal peso di un sacco quando una mano gli si posò sul collo, facendolo sussultare. Era stato un contatto intimo, un affondare di dita nello spazio umido tra il colletto della camicia e la nuca, lì dove il biondo dei capelli si scuriva per il sudore. Si ritrasse incontrando un volto sgradevole e sconosciuto. Un adulto in tenuta coloniale, un monocolo bordato d’oro sull’occhio sinistro, il casco sotto il braccio.

The Esplanade and Government House from Chowringhee - Calcutta (Kolkata) 1865

«Abbiamo un artista», disse passandosi le dita sotto il naso, come a fiutarne l’aroma, e sedendogli accanto sulla corda. «Posso?»

Protendeva la mano per ottenere il diario e al tempo stesso inchiodava Robert con uno sguardo che non sapeva interpretare. Ma che non gli piaceva.

«No», rispose, alzandosi e facendo un passo indietro.

Lo sconosciuto sorrise. E anche questo non piacque a Robert.

«Un artista con dei segreti, dunque. Intrigante.»

«Signore, io non vi conosco», sentì il bisogno di giustificarsi. Le mani dello sconosciuto erano ben distanti da lui, ma avvertiva ancora il contatto lubrico di quelle dita.

«Giusto», si alzò in piedi, costringendolo a un ulteriore passo indietro che passò per quel che era: timore. «Absalom Spencer, duca di Cavendish per servirvi, mio giovane amico. E voi siete?»

«Mio figlio», rispose William sopraggiungendo. «Robert Stuart Moncliff. E spero non vi abbia importunato, Lord Cavendish.»

«Al contrario, Sir William. Sono io che l’ho interrotto mentre esercitava il suo talento artistico. E me ne dispiaccio.»

Robert si ritrovò il braccio di suo padre intorno alle spalle. Non accadeva da tempo e, nonostante il caldo, gliene fu grato.

«Mio figlio ama catturare la realtà che lo circonda con la matita. Una capacità che ha avuto in dono da sua madre.»

«Un artista. L’ho capito subito», nonostante la presenza di William, Lord Cavendish era a lui che si rivolgeva, a Robert. «Occhi così attenti e così belli saprebbero apprezzare la mia collezione di tele dei più grandi artisti contemporanei. E trarne ispirazione. Perché non venite a trovarmi, giovane Robert? Naturalmente accompagnato dal vostro genitore, cui potrei offrire il conforto di un puro malto scozzese.»

 Sir William è riuscito a non accettare l’invito di Lord Cavendish senza rifiutarlo chiaramente. È stato in gamba. Ma per tutto il tragitto di ritorno dal palazzo del Viceré non ha proferito parola. Come se io non esistessi. Avrei voluto chiedere cosa avesse detto il funzionario suo amico a proposito del problema di Lady Calista. Ma la sua mente era altrove. E ogni traccia di confidenza tra noi era sparita. Me ne sarei rammaricato a lungo se, quando la carrozza ha varcato il cancello della villa, non avessi visto un mendicante avvolto in cenci sporchi e scuri accovacciato contro il muro di cinta. Un mendicante in questa città è più comune di una zecca nel manto di un randagio. Ma di questo era visibile solo un braccio. Scuro, levigato, sottile. Impugnava una spada di legno. Non poteva essere una coincidenza. Sapevo chi era. Il tempo necessario perché la carrozza si fermasse e il valletto indiano venisse ad aprirci lo sportello mi è parso infinito. Non stavo nella pelle. Ho dovuto fingere di ritirarmi nella mia stanza per cambiarmi prima di cena. Ho dovuto attendere che mio padre si chiudesse nel suo studio e che la signorina Griffiths considerasse passato abbastanza tempo per poterlo raggiungere senza apparire indiscreta. Poi, finalmente, ho potuto scendere le scale, raggiungere la porta di servizio, uscire nel giardino e correre, tenendomi all’ombra della vegetazione, fino al cancello. La servitù aveva già provveduto a chiuderlo. Ma sono esile abbastanza da potermi sporgere tra le sbarre. Non c’era più. Il medicante misterioso non c’era più. Forse proprio la servitù aveva provveduto ad allontanarlo di lì, impedendo il nostro incontro. Ho sfogato la rabbia prendendo a calci un arbusto di gelsomini, incurante del volo infastidito di un grosso calabrone. Era venuta per me. L’ombra era venuta, in pieno giorno, per me. Stavo trascinandomi sconfitto verso la villa, quando l’ho vista. La spada di legno. Doveva averla lanciata all’interno prima di andarsene. Era piombata di punta proprio tra i gelsomini. Ne ho impugnata l’elsa appena sbozzata, lì dove la mano dell’ombra si era stretta per brandirla contro la luce della luna. Mi sono sforzato di immaginarne le dita. Forti e brune o forse sottili e affusolate, non riesco a scegliere. Non riesco a capire come la gioia potrebbe diventare più grande di quella che sento mentre spingo il tempo a trascorrere, chiamo a gran voce la notte e la luna. Vesti fluttuanti, lunghi capelli, una grazia che non ho mai visto nei ragazzi della mia età, ma neanche nelle fanciulle. Sarà difficile raggiungere l’ombra sull’argine. Inimmaginabile prendere le chiavi per aprire la pesante cancellata. Dovrò scavalcare la recinzione e mai come adesso mi pesa la mia goffaggine. Ma a costo di spezzarmi le gambe in una rovinosa caduta e di trascinarmi sui gomiti nel fango, io ci sarò.

La luce era ormai spenta nel cielo autunnale e un buio compatto aveva inghiottito il castello dei Moncliff. Le torride notti indiane del 1881 sembravano un miraggio mentre il Robert adulto si alzava per accendere le lampade a gas e accogliere la realtà. Sir William, canuto ma non meno energico di quanto fosse stato in quei giorni, entrò senza annunciarsi.

«Anne sta per servire la cena», annunciò.

«Non ho fame.»

«Non hai fame, non hai sonno, continui a consumarti gli occhi su quei vecchi quaderni, come se non sapessi cosa ti racconteranno. Hai dimenticato chi sei? Non hai nulla da temere.»

Il sorriso di Robert fu un distillato di amarezza.

«Non ho nulla da temere perché tutto il peggio è già accaduto, padre.»

William chinò la testa. Suo figlio aveva ragione. Un’assenza pesava su tutti loro. Un’ipotesi che non riusciva neanche a esprimere ad alta voce. E non poteva non farsene una colpa. Lui conosceva il mondo meschino dell’aristocrazia britannica. Ne conosceva la morale ristretta, l’ipocrisia. Si era prestato a prenderne a spallate le regole non scritte. Aveva inserito a forza un elemento che più estraneo non avrebbe potuto. E aveva sottovalutato le conseguenze che, adesso, suo figlio era chiamato ad affrontare. Da solo. Perché ogni singola scelta, da quei giorni lontani in India, aveva contribuito a renderlo estraneo. Come e forse più di colui che avevano voluto difendere a ogni costo.

La luna non era ancora sorta quando Robert sgattaiolò fuori dalla propria stanza. Aveva indossato pantaloni e giubba scuri, per confondersi con le ombre. La spada di legno infilata alla cintura, come un guerriero. E tale si sentiva mentre a piedi nudi scendeva le scale e percorreva le cucine. Sarebbe uscito dal retro, lì dove la porta di servizio garantiva il silenzio di cardini ben oliati dal continuo utilizzo. Il giardino gli impose di indossare le scarpe e di venire a patti con le proprie paure. C’erano rumori dappertutto e la sua fantasia sovreccitata li interpretava come passi di nemici sulle sue tracce, bisbigli di demoni in agguato, fruscii di belve pronte a colpire. Giunse alla recinzione col cuore in gola e alzò gli occhi sull’inferriata. Sembrava insormontabile. Come aveva potuto pensare di essere in grado di superarla? In piedi, mentre un’alba di luna rendeva scintillanti le punte delle lance, Robert si sentì per quel che era: un ragazzino di tredici anni, goffo, fragile, impaurito. Forse l’ombra era già sull’argine, ad attenderlo. Forse stava interpretando la sua assenza come un rifiuto. Quel pensiero gli si infilò nel cuore come la lama di un pugnale. Strinse l’elsa della spada di legno, serrò le labbra. No. Non si sarebbe lasciato fermare. A costo di morire nel tentativo.

Redazione

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