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Meraviglie d’Italia: Ferrara, “prima città moderna d’Europa”

Marco Testa di Marco Testa, in Blog, del

Per anni ho vagheggiato poter raggiungere questa capitale del Rinascimento, questa “fenice urbana”, questa città di cui ho letto le vicende che riguardano l’antico splendore estense con la sua girandola di edifici, monumenti, castelli e con la sua «collezione di uomini», per dirla con Eugenio Garin (che però si riferiva alla Napoli del Cinquecento). Alloggerò nei pressi della verde piazza detta Ariostea, circondata da esercizi commerciali, culinari non di meno, intitolati al sommo autore del Furioso, di cui di recente si è festeggiato il cinquecentesimo dalla redazione definitiva. Il pranzo nella vicina “Ariosteria” (si sarà capito esser gioco di parole tra “Ariosto” e “osteria”) ritempra e nel contempo facilita l’addentrarsi negli umori emiliani. Con un lambrusco che vorrei dolce e che invece mi portano, ovviamente, secchissimo.

Ferrara è certamente una città civilissima. Ma devo aggiungere che la prima accoglienza che offre al visitatore non è tra le migliori, con una periferia tutt’altro che radiosa. Niente di nuovo, per carità, nella nostra Italia e non solo nella nostra Italia; ma il contrasto tra centro e periferia emerge stridente a maggior ragione in una città d’arte di questo rango.

Sul nome della capitale estense le ipotesi ovviamente non sono mancate, come però purtroppo anche i dubbi e la carenza di notizie. Quel che sappiamo è che, come Venezia, Ferrara nacque tempore Gotthorum, al tempo dei Goti.

La prima vera esplorazione non può che muovere dalla bella piazza centrale, quella piazza Trento e Trieste che purtroppo ci nasconde la facciata della cattedrale di San Giorgio, in pieno restauro, il cui interno è abbellito dal Giudizio Universale del pittore ferrarese Bastianino e da un bel dipinto del Guercino affisso su una navata laterale, raffigurante il martirio di san Lorenzo. Sul piano del linguaggio architettonico ci troviamo davanti a una vera e propria sovrapposizione di stili, dal romanico al barocco, dal gotico al rinascimentale; romanico è tuttavia l’impianto originario (sec. XII), ben visibile nella non al momento visibile facciata, come dicevo fasciata per il restauro; quattrocentesco è invece l’incompiuto campanile, opera dell’Alberti che è un vero piacere ritrovare anche qui a Ferrara.

La piazza ospita anche l’antico Palazzo Civico, restaurato durante il fascismo, i quali restauri rappresentano un  esempio (e qui ne troviamo ulteriore conferma) di come si debba fare un restauro. E ciò lo affermo con maggior forza oggi che in nome di un antifascismo rabbioso e ideologico si minimizza e anzi (per irriducibile ignoranza) talvolta si tende a negare ciò che è risaputo, ossia che durante il ventennio si è benissimo costruito, benissimo protetto e benissimo restaurato. Ha affermato Antonio Paolucci, sino a pochi anni fa direttore dei Musei Vaticani dopo una lunga carriera come soprintendente in mezza Italia, che Bottai è stato il miglior ministro della cultura della storia d’Italia e le sue leggi sono state la migliore espressione della cultura della tutela. Classifiche a parte, i meriti nel campo della tutela della gestione Bottai sono cose note per chi abbia un po’ di dimestichezza con la tutela dei Beni culturali, dai beni architettonici sino a quelli archivistici e librari.

Durante la lunga esperienza democristiana accadrà invece, come affermerà poi Philippe Daverio, che l’Italia smetterà di fare architettura per mettersi semplicemente a costruire. Frase ad effetto della cui verità mi pare non si possa tuttavia troppo dubitare.

Il tempo è poco, ma non posso fare a meno di andare a visitare, ancorché rapidissimamente, i famosi affreschi di Palazzo Schifanoia custoditi nel Salone dei Mesi. Ammiro attento l’operato dei pittori dell’Officina Ferrarese (la scuola pittorica cui Borso d’Este si rivolse), che vi attesero verso il 1470. Ma è tutto l’edificio a meritare un’attenzione particolare, compresa la rielaborazione multimediale che riguarda la storia del palazzo dalla sua fondazione avvenuta nel 1385, alla rinascita a partire dal 1912, quando a Roma si tenne la prima conferenza sul palazzo medesimo, promossa tra gli altri dallo storico dell’arte tedesco Aby Warburg.

Varcato nuovamente il portone di Schifanoia mi muovo per le vie della cosiddetta Addizione Erculea, voluta da Ercole I d’Este nell’ultimo quarto del Quattrocento. Si trattò di un’operazione di grande impatto, frutto di una precisa, grandiosa visione urbanistica, ciò che secoli dopo farà dire a Jacob Burckhardt, che fu uno dei padri del concetto di “Rinascimento”, che Ferrara è stata la prima città moderna d’Europa. Furono insomma aperte nuove strade, innalzate nuove mura, eretti nuovi edifici. Qualcuno fece però notare, già allora, che bella era bella, l’Addizione, ma metteva il fiatone ai fondi pubblici.

All’imbrunire circumnavigo il castello, splendidamente illuminato. L’impatto è assolutamente fantastico, la statua del Savonarola sorveglia la scena, dico quel Savonarola, l’urlatore ferrarese che nacque esattamente 500 anni prima dell’urlatore ferrarese Vittorio Sgarbi. Certe cose non accadono mai per caso. Certo è curiosa la vicinanza e insieme la distanza tra i due concittadini, moralista da rasentare il patologico il primo, antimoralista arrabbiato se mai ve ne fu il secondo. Il castello fu residenza degli Este a partire dall’ultimo quarto del XV secolo. Consiglio di visitarlo con occhio attento quando entrerete nelle prigioni: scritte di detenuti di centinaia d’anni fa riempiono le pareti di queste celle, luogo di detenzione che il cultore o lo studioso delle testimonianze scritte non potrà in alcun modo ignorare.

Emiliana purosangue, elegante in modo discreto, Ferrara si trova al centro di una fittissima strada dell’arte, dove quella recuperata italianità di cui possiamo e dobbiamo andare orgogliosi recita una delle parti più importanti e più amate da chi ci osserva fuori dai nostri confini nazionali.

 

Marco Testa

Marco Testa

Cresciuto nell'isola di Sant’Antioco, vive e lavora a Torino. Archivista-paleografo e storico, lavora principalmente per l'Archivio di Stato del capoluogo piemontese. Parallelamente, sin dalla tenera età, ha affrontato studi musicali. Già collaboratore della cattedra di Bibliografia musicale del Conservatorio "G. Verdi" di Torino, è docente dell'Accademia Stefano Tempia (storia della musica/guida all'ascolto) e collabora con festival e istituti di ricerca. È autore di pubblicazioni d'interesse storico e musicologico.

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