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Libri in prigione per il reinserimento sociale. Il caso americano

Avatar di Manilyn Monfredo, in Letteratura, del

libri

Cinque anni fa il Baltimore Sun ha intervistato Glennor Shirley, una donna che ha scelto di lavorare come bibliotecaria nel penitenziario statale del Maryland, di cui ha parlato anche Book Riot evidenziando l’importanza della lettura per i prigionieri. Soprattutto per coloro che sono confinati in una cella per tutto il giorno, un romanzo può essere motivo di autoesplorazione o una finestra sicura per capire le dinamiche della società.

La prigione di per sé è sì un’istituzione di punizione, ma anche di correzione. I detenuti che hanno passato parte della loro vita in carcere, alla fine della loro condanna torneranno a fare gli errori di prima?

Il recidivismo in USA varia dal 50% al 67% in base allo Stato, e le cause sono due: la quasi impossibilità di trovare un lavoro per chi ha la fedina penale sporca e l’impreparazione al rientro in società. E la cultura può preparare i detenuti, stimolando la mente, migliorando il lessico e formando più o meno direttamente a seconda della destinazione specifica del romanzo o del saggio scientifico.

Per questo cinque anni fa mrs. Shirley ha iniziato una raccolta libri per rimpolpare la biblioteca della prigione, ricevendo romanzi di John Ghisham, Patricia Cornwell, vocabolari d’inglese e saggi su salute, psicologia ed economia. “In qualche modo, la biblioteca era la loro linea guida di vita. Scappavano attraverso la lettura, e la conoscenza che acquisivano diventava una specie di fonte di potere”, annuncia la Shirley al Baltimore Sun.

Attualmente è possibile donare libri attraverso organizzazioni e associazioni dedicate, che accettano libri, denaro per acquistarli e talvolta anche volontari per la distribuzione o la ricerca di donatori.

Quasi tutti i libri sono ben accetti, purché abbiano meno di cinque anni, non trattino argomenti religiosi tendenti al fanatismo e non abbiano spirali in metallo. Il sito Book Riot ha inserito tra i libri accettati anche i manuali per avviare una nuova impresa, sempre nell’ottica di cosa fare una volta usciti di prigione.

Un comportamento socialmente utile e profondamente intelligente quello di donare libri ai detenuti, perché, come disse Aristotele, “la cultura è un ornamento nella buona sorte ma un rifugio nell’avversa.”

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Manilyn Monfredo

Laureata in Relazioni Pubbliche all'Università di Udine, attualmente è stud.ssa del master in Valorizzazione Turistica dei Beni Ambientali e Culturali. Ha collaborato col Messaggero Veneto e attualmente scrive, oltre che per Cultora, su un suo blog personale culturale. Ama la musica (ha infatti frequentato il corso musicale al liceo Stellini di Udine), i libri e il teatro. Motto: prima vivi, poi scrivi.

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