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Le evoluzioni dal PCI al PD nel libro di Valerio Marinelli

Simone Morichini di Simone Morichini, in Blog, del

Marinelli

All’indomani dell’ennesima sconfitta elettorale subita dal Partito Democratico nei ballottaggi delle amministrative 2017, è puntualmente ricominciato il confronto interno sulle evoluzioni che ha subito nel corso degli ultimi il partito fondato da Walter Veltroni nel 2007. Ma a che punto è arrivato questo processo sotto la gestione di Matteo Renzi? Per comprendere tutto il percorso compiuto dal dopoguerra in poi, in particolare dal maggior partito della sinistra italiana ossia il Partito Comunista, possono essere molto utili le pagine dell’ultimo libro di Valerio Marinelli Il Partito. Organizzazione, mutamenti e scissioni della sinistra maggioritaria italiana (Rubbettino, 2017) dove questo giovane ricercatore dell’Istituto per la Storia dell’Umbria contemporanea tenta di fornire una prospettiva storica e politica a molti interrogativi tuttora aperti. Marinelli si incarica di illustrare le varie trasformazioni organizzative esponendo un’analisi dei diversi modelli di partito, dal PCI al PD passando per il PDS e i DS, e cercando di sottolineare come “al netto delle evidenti e profonde mutazioni intervenute nei decenni, una certa continuità storica contraddistingue infatti sotto molteplici aspetti le formazioni prese in esame”.

L’analisi di Valerio Marinelli

Cercando di riassumere sinteticamente un volume così denso e corposo, si corre il rischio di tralasciare molte informazioni e spunti di riflessione. Marinelli prende le mosse dalle riflessioni di importanti politologi come Duverger, Rokkan, Eliassen e Svaasand al fine di inquadrare il problema della genesi dei partiti e delle relazioni tra cambiamenti sociali e modelli di partito. Successivamente, passa all’analisi delle caratteristiche del partito burocratico di massa e delle varie evoluzioni intermedie subentrate dopo la fine del PCI alla luce del conflitto tra “i fautori del partito snello e flessibile e i sostenitori del partito strutturato e radicato”. Gli ultimi e due capitoli, infine, sono dedicati ai vari passaggi che hanno condotto alla formazione del Partito Democratico studiando le caratteristiche culturali e organizzative dei due “soci fondatori” ossia i DS e la Margherita e le trasformazioni e le “torsioni” del PD durante le varie leadership. Non c’è alcun dubbio che il filo conduttore di questo volume è il rapporto tra il mutamento della forma-partito (dal burocratico di massa alla forma “liquida”) e i cambiamenti sociali intercorsi dal secondo dopoguerra fino ad oggi. Nel partito burocratico di massa, evidenzia Marinelli, erano il principio di integrazione e il valore partito a costituire gli assi fondamentali del PCI in quanto garantivano, da un lato, una certa soggettività politica e, dall’altro, un elemento caratteristico e distintivo della cultura politica comunista: “Sia il principio di integrazione sia il valore partito sono elementi topici del partito di quadri che vengono riproposti e riadattati al modello burocratico di massa”. Questo modello è egemone fin verso la fine degli anni ’80 quando, sotto la spinta dei cambiamenti economici e sociali in atto nel Paese, la minore influenza della classe operaia e dei sindacati, l’offensiva neoconservatrice e l’imminente crollo dei regimi comunisti dell’Est, spinsero l’allora PCI a tentare delle limitate modifiche di natura strutturale ed organizzativa. Anche il valore della leadership, unita a un crescente dissenso interno, all’indebolimento del centralismo democratico e al ricambio del personale politico, contribuirono a modificare la struttura esistente pur se “il superamento dei vecchi strumenti organizzativi [sia] un obiettivo esplicito, sebbene il tema della riforma del partito non venga posto prettamente in termini di funzionalità organizzativa”. Comincia ad emergere, però, il vero punto di conflitto all’interno della sinistra italiana e cioè la contrapposizione tra coloro che intendono mantenere un partito radicato e strutturato sul territorio, sulla scia della tradizione PCI, e coloro che, al contrario, propendono per una forma più “liquida” e in linea con i mutamenti in atto in tutto il mondo occidentale e in Italia nello specifico. Queste contrastanti visioni di partito saranno una costante delle discussioni congressuali ed extracongressuali all’interno del PDS e dei DS, un dibattito che, al giorno d’oggi, non sembra ancora aver trovato soluzione. Seguendo l’impostazione del libro di Marinelli, un altro momento importante è costituito dalla fase di “preparazione” del PD ossia gli anni compresi tra il 2002 e il 2007 e cioè il periodo di incontro tra i DS e la Margherita, soggetto politico scaturito dal cartello elettorale del 2001 e composto dal PPI, Rinnovamento italiano, i Democratici e l’UDEUR. Da questo punto di vista, i DL erano portatori di un modello di partito più snello, agile e adatto ai tempi sia sotto il profilo organizzativo (strutture centrali e periferiche, circoli territoriali e ambientali) che culturale (personalizzazione della politica, ricerca del consenso e apertura verso la società civile). Marinelli poi aggiunge altri due elementi, l’atteggiamento post-ideologico e la maggiore differenziazione in tema congressuale che rendevano la Margherita appetibile per un elettore di centrosinistra non proveniente dalla tradizione ex PCI. I DS, al contrario, rappresentavano un partito ancora a metà dove “il il grado di alternatività è ormai pressoché scomparso, il cittadino rappresenta il riferimento primario al posto della classe, eppure l’esigenza di reperire una ‘connessione sentimentale’ […] in parte resiste” e dove i segni dell’originaria matrice e dell’antica fedeltà di partito era ancora sentita. Marinelli ripercorre successivamente l’atto di nascita del PD nel 2007, dal discorso del Lingotto alle primarie che incoronarono Veltroni Segretario, le varie vicende congressuali con le segreterie Franceschini, Bersani ed Epifani fino ad arrivare all’affermazione di Matteo Renzi nel 2013. Il modello inaugurato dal Pd avrebbe dovuto segnare l’avvento di una forma-partito in grado di superare gli orientamenti del passato e avviare una nuova fase sebbene, evidenzia Marinelli, nessuna delle leadership riesca a stravolgere, laddove ne avesse l’intenzione, l’assetto delle originarie strutture organizzative. Con l’arrivo dell’ex Sindaco di Firenze, il PD cambiava notevolmente i suoi connotati generali: accentuata presidenzializzazione, personalizzazione della leadership, destrutturazione dei precedenti rituali della politica interna al partito, marcata post-ideologia, maggiore importanza al momento della decisione rispetto alla discussione insieme al calo degli iscritti e all’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti. Come sottolinea lo stesso Marinelli, “per Renzi, la grandezza del partito non è costituita tanto dal numero degli iscritti, quanto dal numero dei consensi ottenuti nelle competizioni elettorali [concependo] il PD come un soggetto che si rivolge al complessivo spettro elettorale nazionale, enfatizzando così le peculiarità del modello pigliatutto. È dunque logico che la piattaforma politica renziana insista vigorosamente sull’esigenza di esperire una comunicazione efficace”. Ma dopo più di tre anni di Segreteria PD e di Presidenza del Consiglio, dopo la storica sconfitta del referendum del 4 dicembre 2016 e i ripetuti rovesci elettorali nelle varie elezioni amministrative dal 2015 in poi, cosa resta del PD divenuto sempre più, agli occhi di autorevoli commentatori, il PDR ossia il Partito Democratico di Renzi? Le ultime pagine del libro di Marinelli non lo dicono apertamente ma lasciano adombrare un futuro per il PD ancor meno legato a visioni politiche e culturali tradizionalmente di sinistra per legarsi a una prospettiva completamente deideologizzata, aderente a una precisa “narrazione” dell’Italia contemporanea e a un progetto di comunicazione mediatica molto personale.

Simone Morichini

Simone Morichini

Sono nato a Roma il 20 dicembre 1976 e mi sono laureato in Scienze politiche presso l’Università "La Sapienza" dove ho successivamente conseguito il Dottorato di ricerca in “Storia delle elite e classi dirigenti”. Giornalista pubblicista iscritto all’Ordine del Lazio e Molise, lavoro in campo editoriale occupandomi di marketing, distribuzione e promozione libraria. Ho successivamente condensato la mia intera esperienza professionale in una pubblicazione ad hoc dal titolo “Per una manciata di libri. Aspetti commerciali nell’editoria”, uscito nel 2011. Ho collaborato con varie riviste tra cui "Elite e Storia", "Olimpiaazzurra", "Iniziativa" e la pagina culturale del webmagazine "DailyGreen". Mi piace viaggiare e adoro la letteratura scandinava (Arto Paasilinna e Jan Brokken in particolare). Appassionato di lingue straniere (inglese e tedesco su tutte), sono uno sportivo onnivoro e amo la disciplina invernale del Biathlon.

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