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Le “antiche colpe” dei letterati

di Redazione, in Letteratura, Libri, del

Molte volte mi sono domandato perché alcuni scrittori passano il giudizio dei tempi per entrare nel novero dei classici; se diamo ragione a Calvino, che definì i classici quei testi capaci di imprimere un segno indelebile nella nostra coscienza e di comunicare qualcosa al di là del tempo, sembra strano imbattersi in certi autori del tutto dimenticati,  cui è impossibile non riconoscere qualche merito artistico.

Ci sono autori che nonostante le vie o le piazze, o addirittura le scuole, a loro dedicate, restano del tutto sconosciuti perfino ai propri concittadini. È proprio questa la ragione che negli anni mi ha spinto ad interessarmi di quei personaggi misteriosi il cui nome ricorre su alcune lapidi o in timide e occasionali commemorazioni.

In particolare, il panorama della letteratura pare non riesca a separarsi da quello politico; mi riferisco alla terribile abitudine di identificare l’autore con tutto ciò che scrive: si ha infatti la tendenza ad esprimere giudizi affrettati e solitamente di parte, escludendo in blocco la produzione letteraria di quegli autori che in vita fecero delle scelte politiche oggi ritenute discutibili se non deprecabili.

Il caso più significativo, per quel che riguarda la mia terra, la Romagna, è senza dubbio quello di Alfredo Oriani (1852-1909): prolifico scrittore, autore di vari romanzi, novelle, testi teatrali, articoli e saggi storico-politici, oggi scarsamente conosciuto a livello nazionale nonostante l’apprezzamento di critici come Renato Serra, Benedetto Croce e Antonio Gramsci, il quale ne I quaderni del carcere auspicava una rivalutazione non solo dell’Oriani romanziere, ma anche del pensatore politico. Oriani ebbe la “colpa” di ispirare, attraverso alcuni suoi scritti politici come Rivolta Ideale (1908), il futuro dittatore Benito Mussolini durante gli studi giovanili; questo portò ad Oriani una postuma notorietà, con la conseguente ristampa di tutte le sue opere, comprese quelle non proprio meritevoli. Additato dal regime come il precursore del fascismo, entrò nei libri di scuola in posizione di prim’ordine, tra i grandi della letteratura italiana, per poi cadere nell’oblio una volta dissoltosi il regime.

Questo autore ha avuto la sfortuna di non ricevere un’adeguata attenzione di una critica che non fosse di partito: una buona parte del suo repertorio letterario non merita di entrare nei libri di scuola o di essere ristampato, perché comprende testi di nessun valore o addirittura illeggibili; ma nella sua ampia bibliografia sono presenti titoli davvero validi, e lo si può capire semplicemente leggendoli, seguendo le indicazioni di Serra e Croce. Questo, però, non è sempre così facile come si può pensare: poco è stato ristampato dalla lontana edizione di regime, e sono sempre le piccole case editrici a tentare di riportare alla notorietà dei testi, magari non perfetti, ma di valore, capaci di regalare momenti non solo piacevoli, ma anche profondi e pieni di poesia.

Ancora oggi quando si sente parlare di Oriani, molti sono coloro che pensano si tratti di un fascista, o di un pessimo scrittore del tutto illeggibile, mentre in realtà vi sono alcuni romanzi davvero notevoli (come Vortice, Gelosia e Olocausto).

Un simile destino è stato riservato ad altri due autori romagnoli: Antonio Beltramelli e Alfredo Panzini, entrambi firmatari del manifesto degli intellettuali fascisti, che in vita godettero di un notevole successo. Se per Panzini è iniziata da alcuni anni una lenta ma costante riabilitazione, Beltramelli resta tutt’ora sconosciuto ai suoi stessi concittadini di Forlì. Scomparso nel 1930, aderì al fascismo e oltre a dirigere la rivista letteraria di regime Rivolta Ideale, scrisse una biografia di Mussolini intitolata L’uomo nuovo (1923). A quanto pare, questo bastò per dimenticare i numerosi romanzi e novelle, molti dei quali scritti prima del fascismo, che non hanno nulla a che vedere con la dottrina fascista, anzi, in alcuni casi l’hanno perfino contraddetta (come l’avversione di Beltramelli per quella Romagna sanguigna e virile).

Con questo non si vuole dire che tutto quello che hanno scritto Panzini e Beltramelli sia di sicuro valore; certamente, molti dei loro scritti sono lontani dal poter essere considerati classici; ma alcune loro opere possono essere certamente apprezzabili.

Se nel caso di Panzini è possibile reperire qualche ardita ristampa (come quelle dall’Accademia Panziniana, che da anni si impegna per promuovere la conoscenza dell’autore di Bellaria con volumi dedicati e iniziative), per Beltramelli dobbiamo accontentarci dell’opera omnia pubblicata da Mondadori nel 1942.

Questi autori non sono dei geni cui spetta di diritto un posto accanto a Pirandello e Svevo, ma non credo nemmeno che meritino il totale oblio; occorre intraprendere  una critica ragionevole dei loro testi al fine di individuare il meglio della loro produzione.

In certi casi si tratta di letteratura minore, ma in molti altri no, come il caso di Hamsun Knut, norvegese simpatizzante del regime hitleriano, vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 1920, la cui figura è stata riabilitata solo in anni recenti, o come nel caso di Andrej Platonov, autore russo rimasto nell’ombra per anni per i suoi dissensi verso il regime comunista. La lista è davvero lunga, e proprio per questo credo sia compito delle nuove generazioni rimboccarsi le maniche e ripartire da una critica che vada oltre le logiche delle ideologie e della politica, oltre i personali giudizi sulle scelte che questi illustri letterati fecero durante la propria vita e valutare con attenzione le loro opere, farle conoscere nel nostro territorio, abbandonando quella cieca ipocrisia che per anni ha consentito di oscurare un lavoro letterario di tutto rispetto.

Valerio Ragazzini

Redazione

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