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La Shoah nell’arte: le opere dei deportati per non dimenticare l’Olocausto

Federica Colantoni di Federica Colantoni, in Arte, del

shoah

I “salvati” del Lager non erano i migliori, i predestinati al bene, i latori di un messaggio: quanto io avevo visto e vissuto dimostrava l’esatto contrario. Sopravvivevano di preferenza i peggiori, gli egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della “zona grigia”, le spie. Non era una regola certa (non c’erano, né ci sono nelle cose umane, regole certe), ma era pure una regola. Mi sentivo sì innocente, ma intruppato tra i salvati, e perciò alla ricerca permanente di una giustificazione, davanti agli occhi miei e degli altri. Sopravvivevano i peggiori, cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti. (Primo Levi)

Non solo le parole testimoniano le atrocità della soluzione finale. Primo Levi si è fatto portavoce di una realtà dura e inumana, ma ve ne sono altri che, come lui e con strumenti diversi, sono diventati i “latori di un messaggio”. Nella 72° Giornata della Memoria osserviamo la pena e il dolore attraverso le immagini dipinte dai “salvati”, dai sopravvissuti, da quei “peggiori” come Levi che, volenti o nolenti, sono diventati i reperti di un periodo storico che quotidianamente ignoriamo.

Tra le opere d’arte che spiccano, quelle di David Olère, deportato dal 1943 al 1945, che inizia a disegnare nell’ultimo periodo di prigionia raffigurando scenari di vita quotidiana ad Auschwitz-Birkenau, ma solo una volta tornato dalla moglie quei disegni prima abbozzati diventano atti di testimonianza. E poi donati al Ghetto Fighters’ House, in Israele.

David Olère, The Experimental Injection

David Olère, The Experimental Injection

David Olère, Arrival of a Convoy

David Olère, Arrival of a Convoy

David Olère, The Food of the Dead for the Living

David Olère, The Food of the Dead for the Living

E poi ci sono le opere strazianti di Edith Birkin, deportata nel ’41 al Ghetto di Łódź e in seguito ad Auschwitz. Sopravvissuta lavorando in una fabbrica di munizioni, nel ’45 ha preso parte alla marcia della morte e a Belsen, finalmente, è stata liberata.

Edith Birkin, A Camp of Twins: Auschwitz

Edith Birkin, A Camp of Twins: Auschwitz

Edith Birkin, The Last Gasp: Gas Chamber

Edith Birkin, The Last Gasp: Gas Chamber

Edith Birkin, The Last Goodbye

Edith Birkin, The Last Goodbye

La storia di Tamara Deuel è simile alle altre. E come altri insieme a lei ha trovato libera espressione nell’arte visiva e letteraria. Le sue opere e le sue poesie sono raccolte nel sito remember.org. “La guerra è finita nel 1945. Per me, l’Olocausto non finirà mai”.

Tamara Deuel, Untitled

Tamara Deuel, Untitled

Tamara Deuel, Untitled

Tamara Deuel, Untitled

Tamara Duel, Painting n.3

Tamara Duel, Painting n.3

Federica Colantoni

Federica Colantoni

Federica Colantoni nasce a Milano nel 1989. Laureata in Sociologia all’Università Cattolica nel 2013, pochi mesi dopo inizia il percorso di formazione in ambito editoriale frequentando due corsi di editing. Da dicembre 2014 collabora con la rivista online Cultora della quale diventa caporedattrice. Parallelamente pubblica un articolo per il quotidiano online 2duerighe e due recensioni per la rivista bimestrale di cultura e costume La stanza di Virginia.

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