Johnny Cash, l’uomo in nero che emanava luce nei cuori dei più deboli

Redazione di Redazione, in Musica, del

La prima cosa che salta all’occhio guardando una qualsiasi foto di Johnny Cash sono i suoi abiti scuri. Un dress code che gli è valso quell’appellativo di “Man in Black” in grado di spiegare una volta di più la teoria della luce, secondo la quale “il nero contiene tutti i colori, assorbe la luce”. Un accostamento cromatico che vale anche per la sua musica: il country di Cash è semplicemente black, marchiato dalla dannazione del blues, posseduto dalla religiosa malinconia delle piantagioni di cotone, dove solo chi canta riesce a lavorare, nero o bianco che sia.

Come Johnny, che ha la pelle bianca, ma si veste di nero quasi in segno di lutto per i poveri e gli sconfitti, per i reietti che vivono senza speranza o per quelli che non hanno mai letto né ascoltato le parole di Gesù. La sua spiccata fede Cristiana è legata a doppio filo al suo modo di vivere il dolore, dolore di chi vede morire l’amato fratello nel 1944 a causa di un incidente con una motosega, o di chi, cresciuto da un padre violento e con la fragilità di chi si ritrova davanti un successo forse inaspettato, non riesce a gestire i riflettori e rischia di distruggersi con la droga.
Nei fatti e nelle vicende ora oscure ora luminose del cantautore si riflettono tutti i colori della vita. Il 24 febbraio 1969 è indiscutibilmente la data in cui la musica di Johnny Cash, le tenebre, le ha squarciate: il cantautore di Nashville suona all’interno del carcere di massima sicurezza di San Quintino, in California. Un concerto per i detenuti, per quelli che, come lui, si sentono avvolti dal buio.

Le sue due esibizioni in carcere (l’altra fu quella di Folsom State) rimarranno nella storia della cultura a stelle e strisce perché rappresentano in musica tutto quello che affligge l’animo umano, possibilmente racchiuso nel finale stratosferico di Greystone Chapel, tra ritmi country, cori gospel e inflessioni vocali blues. At Folsom Prison è, più che un doppio disco, una liturgia cantata per l’uomo solitario.
La luce nella vita del profeta del country entra grazie all’incontro con la bella e affascinante cantante folk June Carter che lo fa  sopravvivere più volte e gli ruba prepotentemente l’anima e il cuore come, tra l’altro, racconta il bellissimo film Walk The Line (“Quando l’amore brucia l’anima”).
June descrive l’esatto momento in cui si innamorò di Johnny con queste parole: «Mi sentivo come se fossi caduta in un pozzo infuocato, e stavo letteralmente bruciando viva». Da questi sentimenti così struggenti e ardenti nasce Love’s Ring of Fire. La leggenda vuole che sia stata proprio June Carter ad aver visto la frase «Love is like a burning ring of fire» («l’amore è come un anello di fuoco cocente») in alcuni libri di poesia elisabettiani di suo zio, portando poi Cash a tramutarla in musica.

Su Johnny Cash si potrebbero raccontare centinaia di aneddoti, e migliaia di episodi significativi. Nessuno, però, supererebbe in eloquenza ciò che il grande Nick Cave disse in un’intervista per descrivere la sua capacità di padroneggiare le luci e le ombre: “Quando lo incontrai uno dei suoi problemi credo fosse il diabete. Quando passava dalla luce al buio non riusciva a vedere, era praticamente cieco per 10 minuti. Quando ha cominciato a cantare ecco che tutta la sua malattia sembrava scomparsa. E riacquistava energia. Ho spesso sentito cose del genere, e spesso sono solo stronzate, ma questa era vera sul serio.”
Johnny Cash era luce, l’uomo in nero la luce la teneva tra i polpastrelli delle dita.

Eleonora Arcese
Redazione

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