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Jackie, una Natalie Portman fenomenale rovinata dal doppiaggio

Valeria Giuffrida di Valeria Giuffrida, in Cinema, Film in uscita, del

Chi si aspettava un classico biopic è rimasto deluso. Jackie non racconta la vita di un’icona del secolo scorso, né si limita a mostrarci il suo dolore e il lutto. Ciò che al regista cileno Pablo Larraín preme davvero raccontare è l’ipocrisia del mito, un’ipocrisia diversa però da ogni altra perché figlia dell’amore.

È passata appena una settimana dal tragico attentato di Dallas. Jackie (Natalie Portman) accetta di farsi intervistare per restituire al mondo la sua immagine del marito, per completare quel processo di trasformazione iniziato subito dopo la morte di JFK: dargli il volto definitivo di John Fitzgerald Kennedy, un uomo a cui gli altri presidenti guarderanno come “Guida o ispirazione”. L’intervista, che fa da cornice all’intero film, ribalta i ruoli tipici di chi fa le domande e chi risponde. È Jackie a condurre il gioco, ad usare la freddezza acquisita in quei giorni per mettere in chiaro sin da subito che la verità è irrilevante, che è la narrazione a costruire la Storia. Il giornalista (Billy Crudup) riesce solo a tentare qualche timida obiezione che va subito in fumo come la sigaretta aspirata dall’ex First Lady mentre dice “Io non fumo”.

Questo rapporto tra realtà e finzione, la sublimazione dei fatti in leggenda, è il tema portante e ossessivo di tutta la pellicola. Un tema sicuramente inflazionato, che Larraín è però in grado di affrontare portando il cinema in una terra di confine, creando un’opera ibrida che mescola il rigore del documentario alla messinscena del teatro. Un one-woman show che vede Jackie aggirarsi per le stanze della Casa Bianca, a cui aveva dedicato tutto il suo tempo, e che ormai non le appartengono più, come il palco per un’attrice che abbia finito lo spettacolo. Indossa abiti eleganti, beve e soprattutto, tra quei mobili che sembrano solo scenografie, è libera di essere se stessa, libera di piangere. È sola Jackie, se si esclude il freddo supporto del cognato Bobby (Peter Sarsgaard) e dell’amica e segretaria Nancy (Greta Gerwig). E da sola decide di creare il mito. Perché perduri. Perché, come dice la canzone che la sera lei e Jack amavano ascoltare: “Non lasciare che lo dimentichino, che per un breve, splendido momento, ci sia stata una Camelot“.

Per questo deve far sì che il Paese lo pianga come un nuovo Abraham Lincoln, copiandone la maestosa cerimonia funebre. La differenza tra James Garfield o William McKinley e Lincoln – tutti assassinati durante il mandato da Presidente degli Stati Uniti – sta proprio lì, nella rappresentazione. Ma questa volontà testarda di rendere il marito un eroe ha radici più profonde ed egoistiche, è abbagliare con la luce per cancellare le ombre di un uomo che amava “Passeggiare nel deserto per lasciarsi tentare dal diavolo”, è elevare i ricordi buoni che sono “mischiati a tutti gli altri”. Nei brevi momenti in cui Jackie abbandona il suo personaggio, mostra una donna fragile con un disperato bisogno di aprirsi. Non ci riuscirà né con chi le sta attorno, né con il prete che in risposta alle sue domande riesce a dire solo frasi preconfezionate. L’ipocrisia del mito anche nella religione. Inevitabilmente, finirà per diventare lei stessa parte di quella storia, di quella Camelot, finta come i manichini che vede nelle vetrine una volta fuori dalla Casa Bianca. Manichini vestiti e pettinati come lei.

Natalie Portman ci offre un ritratto di Jackie fenomenale, eloquente nei silenzi, maniacale nella recitazione, nelle movenze che rendono le immagini da repertorio perfettamente integrate con le scene, e soprattutto nell’accento, quell’accento elegante, non-rotico come una nobile inglese, frusciante come seta, che purtroppo il doppiaggio italiano ci nega ma che costituisce il vero punto centrale della sua interpretazione, e che le ha regalato la sua terza candidatura agli Oscar. Oltre alla categoria Miglior Attrice, Jackie è candidato anche per i Migliori Costumi e la Miglior Colonna Sonora.

Valeria Giuffrida

Valeria Giuffrida

Valeria Giuffrida, nata a Catania. Ha studiato Lingue e Comunicazione. Blogger, appassionata di narrazione e mescolanza tra linguaggi comunicativi, ha frequentato diversi corsi nel settore del teatro, del cinema, della radio, della scrittura creativa. Ha collaborato per due anni con Step1 magazine, occupandosi di cultura, cronaca, interviste, video inchieste. Insieme ad un gruppo di studenti del Dipartimento di Scienze Umanistiche dell'Università di Catania, ha fondato Smanews, progetto radiovisivo di informazione e satira.

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