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Intervista a Vincenzo Fiore: come tornare al senso autentico del pensiero platonico

Valentina Pudano di Valentina Pudano, in Interviste, del

Vincenzo Fiore è un giovanissimo studioso di filosofia (Università di Salerno) e scrittore. Il suo romanzo Io non mi vendo (Ed. Mephite) ne ha segnato l’esordio a soli vent’anni; il secondo, Nessun titolo (Ed. Nulla Die), è stato candidato al Premio Campiello. L’abbiamo intervistato in occasione della recente uscita del saggio Platone totalitario, edito da Historica, che riflette sulla figura del filosofo e in particolare sull’interpretazione dello stesso come progenitore dei sistemi totalitari.

Nella sua veste di studioso di filosofia, quale pensa possa essere il ruolo di questa disciplina nella società contemporanea?
Quando sento parlare della crisi della filosofia o di altre scienze, mi viene in mente l’aneddoto riportato da Martin Davis (New York University), il quale ci racconta che i genitori di Alain Turing furono contattati preoccupati da un professore che osservava come loro figlio, nonostante fosse eccezionale in matematica, non sembrava particolarmente brillante nelle materie che “contavano”. Turing successivamente divenne uno padri dell’informatica. Racconto che testimonia come il senso comune erroneamente tende a credere, supportato dai bisogni momentanei del mercato, che ci sia una scadenza su ogni sapere. Oggi un filosofo non si pone più gli stessi interrogativi che Talete si poneva guardando le stelle, ma il terzo millennio impone di misurarsi con le nuove frontiere del pensiero, come: i problemi bioetici, l’ecologia, la secolarizzazione, il governo in una società globalizzata, il sistema economico vigente e così via. Se si intende, invece, il ruolo della filosofia nella pratica quotidiana, essa è l’unico strumento a nostra disposizione per non creare una società di lobotomizzati. La Chiesa e i regimi totalitari per attuare il loro controllo sulle masse, cosa hanno fatto se non mettere al rogo i libri dei filosofi che avrebbero potuto risvegliare la folla dal “sonno dogmatico”?

Il suo libro Platone totalitario (Historica Edizioni) va ad arricchire il panorama degli studi sul filosofo di Atene. A suo giudizio, riguardo a quali aspetti egli rimane attuale?
Platone, per dirla alla Habermas, indossa gli abiti della propria epoca ma il suo pensiero è di ogni tempo. Non basterebbero fiumi di pagine per spiegare la sua “attualità”. Tuttavia, credo che la questione più urgente oggi, sollevata dal filosofo ateniese, sia il “principio di competenza”, ovvero il principio secondo il quale i migliori debbano governare. Lo scenario politico contemporaneo ci dimostra, al contrario, come il precetto platonico venga sempre più calpestato. Viviamo in un contesto nel quale a discapito dei contenuti vengono premiati gli slogan e le quotidiane ricette di felicità. Risulta ovvio che, date certe condizioni, non potranno mai prevalere i migliori, ma soltanto gli intrattenitori delle masse e i loro seguaci. Nel terzo libro delle Leggi Platone parla di «teatrocrazia», con un’estrapolazione potremmo trasporre questo termine per descrivere la nostra democrazia.

Nel libro citato, lei riflette appunto sulle accuse mosse al filosofo di sostenere posizioni assimilabili a quelle dei grandi regimi che hanno caratterizzato il Novecento. È giusto definire Platone quantomeno antidemocratico?
Credo che si possa definire Platone antidemocratico nella misura in cui egli analizza i meccanismi socio-politici e psicologici che deformano la prassi democratica. Inoltre, va sottolineato che il concetto di democrazia nel mondo antico è del tutto diverso da come lo si intende oggi (è bene ricordare che fu proprio il regime democratico a condannare l’amato maestro di Platone, cioè Socrate). Platone vedeva la democrazia ateniese come una nave che naviga in un mare in tempesta, nella quale marinai inesperti (i demagoghi) cercano di prendere in mano il timone, tacciando contemporaneamente il vero tecnico del pilotaggio (il filosofo-reggitore) di essere soltanto un chiacchierone. Il proprietario della nave (il demos) sordo e con una vista troppo corta, è colui che sovrasta il restante equipaggio per statura e per forza (la maggioranza); ma date le sue scarse conoscenze nautiche, egli finisce spesso per lasciarsi ubriacare dai marinai che sostengono che le tecniche di pilotaggio della nave non possano essere insegnate. Credo che quest’analisi fatta nel VI libro della Repubblica resti ancora insuperata.

Pensa che gli ideatori dei regimi totalitari abbiano apertamente sostenuto di ispirarsi al corpus platonico al fine di rintracciare un modello condiviso con cui giustificare progetti umanamente crudeli?
Gli antichi sovrani giustificavano il loro potere proclamandosi discendenti di diverse divinità al fine di gestire meglio i cittadini utilizzando come mezzi la paura e l’ignoto. La legittimazione che in tempi remoti avveniva con il religioso, nel Novecento è avvenuta con l’auctoritas. È ovvio che ogni qualvolta si tenti di trasformare un gigante della storia del pensiero in un intellettuale di partito si sfoci inesorabilmente nel ridicolo, figuriamoci se questo accade per giustificare pratiche deprecabili come l’eugenetica dei nazisti o l’espulsione dalla città da parte dei khmer rossi.

Platone totalitario è, tra le altre cose, una riflessione sull’umana tendenza ad interpretare. Lei pensa che interpretare sia inevitabile? E su che base possiamo definire un’interpretazione come corretta o fuorviante?
Capire se esista un metodo corretto per interpretare correttamente un testo, è proprio la sfida che si pone una delle discipline filosofiche, cioè l’ermeneutica. Per non complicare qui troppo il discorso, possiamo chiamare a nostro sostegno Max Weber. Secondo il pensatore tedesco, le scienze umane devono essere libere da “giudizi di valore”, giacché la loro validità dipende soltanto dai “giudizi di fatto” sui fenomeni indagati. Weber ci insegna che il filosofo nella scelta degli argomenti oggetto delle sue indagini, è influenzato dai propri orientamenti di valore, che non vanno confusi con il “giudizio di valore” su quei medesimi argomenti, che vanno al di là di un discorso scientifico, perché implicano giudizi di tipo morale. È normale che dinanzi a un testo antico, noi ragioniamo sempre in base alle nostre categorie concettuali, delle quali è impossibile completamente spogliarsi. Per quanto riguarda il mio ultimo lavoro però, la questione risulta più semplice. È chiaro che il pensiero di Platone sia stato piegato a interessi di determinati gruppi politici e non si sia cercato consapevolmente il senso autentico delle parole del filosofo ateniese.

Tornando alla nostra epoca, in che contesti, anche lavorativi, pensa possa trovare spazio chi studia filosofia oggi?
Credo che lo sbocco naturale sia quello dell’insegnamento e quello della valorizzazione del patrimonio culturale. L’Italia possiede oltre il 50% del patrimonio culturale mondiale, tuttavia, ad esempio, il Louvre riesce a guadagnare più di tutti i musei italiani messi insieme. Ovviamente questa è una mancata presa di coscienza da parte dei cittadini e di chi ci governa, poiché ci hanno abituato volgarmente a credere che con la “cultura non si mangia”. Siamo come un’isola caraibica che anziché investire sul mare, concentra i suoi investimenti sull’alpinismo. Tuttavia, la formazione culturale a cui prepara un corso di laurea in filosofia, permette di spaziare in qualsiasi campo. Per terminare con una battuta, non è un caso se Marchionne e il Papa di formazione sono dei filosofi.

Valentina Pudano

Valentina Pudano

Laureata in Studi sull'Europa orientale e la Russia, Valentina coltiva da sempre la passione per la lettura, la scrittura e le lingue straniere, in particolare il russo e l'inglese. Ha scritto per vari siti d'informazione (Cronache Internazionali, Russian Art&Culture, onuitalia.it) e da febbraio 2017 è parte della redazione di Cultora. Profilo Linkedin: www.linkedin.com/in/vpudano/

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