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Intervista a Giancarlo Donadio: i consigli di un esperto su startup e comunicazione

Valentina Pudano di Valentina Pudano, in Interviste, del

Il  mondo delle startup ha attirato attenzioni da più parti, sia quelle di chi si è appassionato al fenomeno e lo ha analizzato, sia quelle di chi si è messo in gioco in prima persona con un’idea innovativa. Giancarlo Donadio appartiene di certo al primo gruppo, è un esperto in quest’ambito e se ne occupa ormai da anni, scrivendo per varie testate giornalistiche. È autore di un libro uscito di recente, realizzato insieme a Eleonora Chioda, Lucia Ingrosso e Tiziana Tripepi, dal titolo Startup. Sogna, credici, realizza. Dall’idea al successo, edito da Hoepli.

Cosa la affascina maggiormente del fenomeno delle startup?

Amleto dice “Starei in un guscio di noce e mi reputerei re di uno spazio infinito”. Cito questa frase di Shakespeare perché rende bene l’idea di ciò che più amo delle startup: partire da uno spazio limitato (come quello di una stanza, o i pochi metri di un ufficio improvvisato) e poter comunicare con il mondo intero. Poi c’è l’utilità sociale: molte startup, quelle che poi ottengono successo sul mercato, trasformano un problema in un opportunità. Tradotto: offrono dei benefici reali alla collettività, abbassando i prezzi di alcuni servizi/beni, rendendo accessibili prodotti a chi ne era prima escluso. Horus o Pedius, due startup che aiutano i non vedenti e non udenti a vivere una vita più normale sono solo due esempi.

Quale delle fasi attraversate da una startup è, secondo lei, la più critica?

Direi che è la fase in cui “sono finiti i soldi e ora che facciamo?”. Molte startup si trovano, prima o poi, in un momento critico in cui le casse languono e anche il morale dei fondatori e del team tutto. È allora che si attiva quella che è la resilienza nei più bravi, la capacità ovvero di sopravvivere ai mille ostacoli, affrontarli con coraggio. Vincere la paura e andare avanti.

Delle diverse storie di italiani che hanno creato startup, quale l’ha colpita di più?

La storia di Ugo Parodi Giusino che ha creato un’azienda stile Silicon Valley. Oggi la sua Mosaicoon, produce video virali e lavora con alcune delle aziende più importanti al mondo, ha 80 dipendenti e la sede è Mondello in Sicilia, non Milano. La preferisco perché credo sia un esempio valido di chi parte con pochi investimenti (10mila euro, nel caso specifico) in un seminterrato, e raggiunge il mondo, apportando reali benefici alla collettività in cui è nato. Questa è solo una storia, tante altre le abbiamo raccontate nel libro scritto con la redazione di Millionaire, Startup: Sogna, Credici, Realizza.

La critica mossa più spesso al modello delle startup è che difficilmente riescono ad affermarsi in modo stabile e tendono a scomparire nel medio periodo. Come giudica questa posizione dei più scettici?

Insomma, si registra di sicuro una percentuale altissima di fallimenti, sono dati numerici e non potrei mai confutarli. Eppure ci sono tanti casi di successo (anche nel nostro Paese) che offrono un segnale da cui bisogna partire. L’ecosistema è giovane ed è in crescita, seppur lieve. D’altronde fare una startup è come gestire un’azienda, comporta le stesse difficoltà, a volte anche di più. Il problema è che è passato un messaggio (complici anche i mezzi di informazione) che tutti possono creare un’azienda innovativa, e come si può immaginare non è per nulla vero. È un mondo dove alta è la percentuale di improvvisazione ed è una logica conseguenza che altrettanto alta sia quella dei fallimenti. Ma credo sia una fase normale, con il tempo ci sarà sempre più professionalità e vedremo più startup stare sul mercato con dignità. Ciò premesso, anche chi fallisce giovane alla guida di un’azienda potrà ricollocarsi facilmente nel mondo del lavoro perché avrà acquisito delle competenze fuori dal comune. Ovunque lo si veda, insomma, il bicchiere è mezzo pieno.

Lei si è occupato, tra altri temi, di nuovi modelli di business in campo agricolo. A questo proposito, un recente articolo dell’Economist si è concentrato sul fenomeno del “ritorno” degli italiani all’agricoltura, anche attraverso la commistione di tecnologia e tradizione. Dal suo punto di vista, questo settore ha visto in effetti un aumento di imprese innovative?

Quando mi capita di parlarne mi diverto e mi entusiasmo molto. Ricordo con piacere la frase di un quarantenne che era tornato alla terra dopo un periodo di lavoro in ufficio. Si rivolge a me e mi dice in tono fiero: “Io, a differenza tua, metto i piedi sulla terra, tu solo sull’asfalto”. L’innovazione c’è senz’altro e non la ritrovo in un singolo prodotto ma in un’idea nuova di intendere la filiera agricola. Per esempio, il coltivatore di canapa oggi sa che il suo prodotto può essere usato nel campo alimentare, medico, quanto nell’edilizia. Stessa cosa per chi alleva lumache che sa che può usarne la bava per rivolgersi al mercato dell’estetica e creare prodotti di bellezza. Qui c’è la vera innovazione: partire dall’agricoltura e considerare i business della terra in un’ottica diversa, a 360 gradi.

Da qualche mese lei ha lanciato una cooperativa, Pandant. Si tratta di una startup?

Non siamo una startup nel senso reale del termine. Quello che facciamo insieme ai miei soci (Gennaro Sannino e Carmen Guarino) è offrire servizi di comunicazione (contenuti per blog aziendali e social media, infografiche, come uffici stampa) indirizzati in particolar modo all’ambito delle startup e dell’hi-tech in genere. Quello che ci accomuna alle startup è l’approccio lean (leggero) con cui abbiamo scelto di far partire il business, la volontà di adattarci ai cambiamenti del mercato (stiamo sperimentando la nuova frontiera dei video, per esempio). E poi direi la semplificazione: rendere accessibile la comunicazione di business spesso complessi (come software innovativi) a tutti, scegliendo un linguaggio comune, lontano dai gergalismi di cui è così piena la Rete.

Ormai da anni lei si occupa di scrivere contenuti per il web. Quali consigli si sente di dare a chi vorrebbe seguire questo percorso professionale?

È cambiata la logica del lavoro del giornalista o blogger negli ultimi anni e direi che si modifica continuamente. L’idea di essere legati per tutta la vita a un giornale direi che è superata da tempo. Bisogna essere capaci di gestire il lavoro in un’ottica di freelance e diventare i più bravi in una nicchia di un settore specifico, meglio se con meno concorrenza. Al netto degli errori che ho compiuto nel mio percorso, oggi direi a un ragazzo di 25 anni, l’età in cui io ho iniziato di:
1) Fare un proprio giornale online, sull’argomento che più gli interessa: gli servirà per testare il mercato, capire quanto è complesso e se è quello che vuole nella vita.
2) Scegliere una nicchia di interesse e puntare a diventare il numero uno. Se sei bravo ti chiameranno in tanti e potrai allargare “il raggio della tua penna” e il “volume del tuo portafoglio”.
3) Provare a essere globale. Imparare a scrivere in inglese e proporsi anche sui giornali esteri. Che poi è la stessa logica della startup, da cui anche un giornalista può imparare.

Valentina Pudano

Valentina Pudano

Laureata in Studi sull'Europa orientale e la Russia, Valentina coltiva da sempre la passione per la lettura, la scrittura e le lingue straniere, in particolare il russo e l'inglese. Ha scritto per vari siti d'informazione (Cronache Internazionali, Russian Art&Culture, onuitalia.it) e da febbraio 2017 è parte della redazione di Cultora. Profilo Linkedin: www.linkedin.com/in/vpudano/

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