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Intervista a Fortunato Picerno: Di poesia e rivoluzioni

Valentina Pudano di Valentina Pudano, in Interviste, del

Tra Potenza e Roma, tra la giurisprudenza e la poesia. Fortunato Picerno colleziona successi: finalista al premio internazionale di letteratura “Alda Merini” (2016) e primo classificato al premio “Massimiliano Kolbe” 2016. Ha di recente pubblicato la sua prima raccolta di poesie Sto preparando la rivoluzione con UniversoSud (2016).

La tua silloge di poesie si apre con una citazione tratta da Così parlò Zarathustra di Friedrich Nietzsche. Qual è il rapporto che ti lega al filosofo tedesco?
La produzione letteraria e filosofica di Nietzsche è mastodontica. Sarebbe necessario scrivere un saggio, come provai a fare alla maturità con la mia tesi Lo Übermensch e le sue mistificazioni. In realtà avevo cominciato a leggere Nietzsche molto prima. Ho iniziato con La nascita della tragedia, che rimane l’esempio più alto, per me, di indagine intellettiva sul processo creativo dell’essere umano. Poi ho iniziato ad interessarmi particolarmente alle teorie sulla realtà e la metafisica contenute in Verità e menzogna, ancora attuale se penso alla comunicazione, alla politica, alla musica e all’arte contemporanea. È stata proprio questa indagine sul rapporto tra uomo e nichilismo a farmi apprezzare moltissimo anche la teoria sull’evoluzione dell’uomo contenuta in Così parlò Zarathustra. Il suo potere metaforico, oltre alla sua capacità di utilizzare l’ironia, fanno di Nietzsche un autore imprescindibile per la mia poesia.

Roma compare in alcune delle tue composizioni piena del suo splendore. Cosa rappresenta per te questa città?
Roma è la più grande opera d’arte decadentista contemporanea al mondo e io, che sono un amante del genere, non posso non sentirmi attratto: bellezza e degrado che si fondono in un vortice che mi divora. I romani si indignano per le buche, ma non hanno capito che è fatto tutto apposta. Il concetto è questo: se a Roma andasse tutto bene e fosse tutto perfetto, in ragione del suo patrimonio artistico la città sarebbe identificabile solo dal suo passato. È necessario farle dire qualcosa, insomma, anche oggi. I romani, tuttavia, non l’hanno ancora capito, peccato.

Intravediamo Ungaretti, per lo stile di alcune poesie, e Foscolo, che compare con una citazione diretta nella poesia Equinozio. Quali poeti identifichi come tuoi riferimenti letterari?
Incide le rughe segrete/ della nostra infelice maschera/ la beffa infinita dei padri./ Tu, nella luce fonda,/ o confuso silenzio,/ insisti come le cicale irose. Questo è Ungaretti, uno dei miei archetipi. Ha saputo rivoluzionare (in Italia le rivoluzioni si sono compiute solo nel mondo dell’arte) il genere letterario della poesia rispetto al secolo precedente (a cui appartiene Foscolo, che con i suoi flussi ed influssi romantici e neoclassici ha, certamente, contribuito alla mia formazione) nel concetto e nella forma. La ricerca semantica, nel suo caso, non è mai scissa da un contenuto che è espresso senza rinunciare alla musicalità e facendo attenzione alla forma. Le sue parole sono condensate: un algoritmo di detto e non detto, di visione ed immaginazione, di realtà e fantasia. Il concetto più importante è quello che non viene espresso esplicitamente ma di cui ci fa percepire la sensazione. Dal punto di vista autoriale questo lavoro è difficilissimo. Lo stesso ragionamento vale, inoltre, per la poesia di Pavese. Discorso leggermente diverso merita la poesia di D’Annunzio, che con il suo Alcyone raggiunge dei momenti stilistici irraggiungibili. Poi ci sono i francesi: Verlaine, ma soprattutto Bouilhet e Baudelaire, di cui ammiro l’antiretorica. Mi entusiasma, infine, anche la violenza di Vito Riviello e la leggiadria di Beatrice Viggiani, potentini come me.

Ti conosciamo nella veste di poeta, ma sappiamo dalla tua biografia che sei anche un giurista. Come vivi la coesistenza in te stesso di slanci così diversi? L’attività poetica è per te più essenziale o complementare?
La verità è che non ho ancora capito se in Italia ci sono più laureati in giurisprudenza o persone che si ritengono poeti anche senza aver mai letto un libro. La mia sfida, però, è stata un’altra. Subito dopo la laurea frequentavo la scuola di specializzazione e mi sono sentito un pesce fuor d’acqua. Volevo lasciare tutto, poi ho cambiato idea. Ho capito che, in realtà, l’universo umano del diritto è una fonte inesauribile di storie, drammi e psicodrammi. Insomma, non c’è niente di più lontano dal concetto di giustizia che il mondo della giustizia stesso, e questo lo rende un paradosso, ovvero il posto ideale per un autore. Da quando ho acquisito questa consapevolezza è diventato tutto più attraente, e io stesso mi sono chiarito le idee: sono un poeta infiltrato nel mondo del diritto. L’attività poetica, infatti, è solo uno dei modi in cui si lascia mostrare la sensibilità e non ho ancora capito come si possa fare a renderla complementare. Per esempio, ho provato a leggere qualcosa di Guido Catalano, per vedere se, per la nausea, svaniva tutto e smettevo di scrivere, ma niente. Non ci sono ancora riuscito. Riproverò presto con qualcos’altro.

Talvolta sembra che il tuo sguardo sulla contemporaneità sia ostile e che la rivoluzione che invochi sia necessaria. Dove deve portare la battaglia a cui inciti nei tuoi versi?
Parte senza dubbio dal divano di casa mia. Scherzi a parte, la “battaglia” ha, evidentemente, una dimensione personale ed una collettiva. La prima riguarda il rapporto, difficilissimo, con me stesso e la mia constante e, a volte, utopica voglia di superare i miei limiti umani. La seconda, più interessante, è quella culturale. Uno sguardo ostile sulla contemporaneità? Artisticamente questa è la stagione di Philip Roth, Paolo Sorrentino, Gaetano Cappelli, Iñárritu, Nolan e Virzì. Quando penso a loro sono sereno, perché mi sento immerso in forme di bellezza irraggiungibili. Purtroppo, però, è anche la stagione della post-verità che ha creato quella che definisco post-politica e post-letteratura. “Gigino” Di Maio vicepresidente della Camera e Guido Catalano poeta sono due chiare semplificazioni di entrambi i concetti. Questi fenomeni di post-verità, dove non conta più niente – un nichilismo purissimo – hanno dato vita ad una dittatura: la dittatura della mediocrità. Che non è decadenza, ma proprio miseria. Di fronte alla miseria umana, allora, cerco di reagire stimolando la riflessione.

Cosa ne pensi dello stato della poesia contemporanea?
Spesso leggo testi che potrebbero essere trascritti in prosa senza che ciò comporti un benché minimo cambiamento nell’espressività. È stato completamente smarrito il senso della forma. Noto sempre una ricerca semantica preziosissima ma che, il più delle volte, risulta sterile. Un significante senza significato. È “ombelicale”: uno scrivere che si rivolge a sé stessi. E questa non è poesia surrealista, perché il surrealismo è una cosa seria (per informazioni chiedere a Wes Anderson e Salvator Dalì). Tutte queste caratteristiche sono anche il motivo per cui la canzone ha definitivamente sostituito la poesia, tanto che il premio Nobel per la poesia viene assegnato ad un cantante. È altresì vero che esiste anche una certa realtà poetica contemporanea che sa distinguersi: è quella di Davide Rondoni e Isabella Leardini. La loro scrittura rappresenta oggi, senza dubbio, un riferimento importante per chi ama un certo tipo di poesia (quella bella), come me.

Valentina Pudano

Valentina Pudano

Laureata in Studi sull'Europa orientale e la Russia, Valentina coltiva da sempre la passione per la lettura, la scrittura e le lingue straniere, in particolare il russo e l'inglese. Ha scritto per vari siti d'informazione (Cronache Internazionali, Russian Art&Culture, onuitalia.it) e da febbraio 2017 è parte della redazione di Cultora. Profilo Linkedin: www.linkedin.com/in/vpudano/

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