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Intellettuale/influencer, un’intersezione (im)possibile. Rosetta a BookPride 2018

Avatar di Redazione Milano, in Interviste, del

BookPride 2018 incontra Rosetta, il “progetto culturale nomade” che contempla la partnership di cheFare e Casa della Cultura. Rosetta vuole portare a compimento la polisemia insita nel suo nome. Navicella spaziale, prostituta, stele assiro-babilonese, forma di pane. Si concreta in tanti incontri (programmati in itinere) quanti sono i simboli cui allude. Dal greco, il sim-bolo è ciò che mette insieme, unisce. Gli eventi di Rosetta sono accomunati da una marginalità che si fa pop, che tende a penetrare nell’immaginario collettivo e al tempo stesso per spinta centrifuga ne prende le distanze. Pop come la scritta rosa al neon che si materializza in uno degli ultimi eventi ospitati dal BookPride: “Intellettuale/influencer: un racconto polifonico degli anni dieci per ragionare sulla figura dell’intellettuale, su senso di quella definizione e sulle sue connessioni con la sfera pubblica, col lavoro culturale, col potere, col conflitto e con la politica”.

Un dibattito a più voci, comprendente quella di Giulia Blasi, scrittrice, Maria Grazia Giannichedda, sociologa, docente e attivista, Daniele Giglioli, docente di Letterature comparate, Paolo Nori, scrittore, e Francesco Pecoraro, scrittore, poeta e architetto. Modera Valeria Verdolini.

La discussione muove dalla ricerca di una definizione che fatica a emergere. La parola “intellettuale” ragiona coi tempi, generando orizzonti di senso che sfumano continuamente gli uni negli altri. Nel travaso dei significati, qualcosa si perde e qualcosa resta. Molto è lasciato all’interpretazione personale: il termine si àncora al vissuto di chi parla, come nel caso di Maria Grazia Giannichedda, che rinviene il suo ruolo solo nell’attività sociale di chi “mette le mani in pasta”. L’intellettuale è anche per Giulia Blasi un motore capace di costruire un cambiamento, che agisce in un mondo che “di intellettuali non sa che farsene”.

Un’interpretazione non poi così segretamente ispirata dalla forza delle campagne di massa che oggi sono anche social. Blasi accoglie con entusiasmo le battaglie del nuovo femminismo, la presa di coscienza collettiva del #metoo. Col rischio evidente di una frammentazione. Come aggiunge Francesco Pecoraro, esistono, certo, degli intellettuali istituzionali, che indicano direttamente il percorso. Più importanti sono gli intellettuali che lavorano con le idee, la cui azione sul mondo è davvero diretta e “ben più invasiva”. Risulta spesso complesso individuare l’epicentro di un’idea. L’intellettuale-individuo si disperde in un intellettuale-hashtag.

Dall’hashtag allo sponsor il passo è breve. Qui però interviene la responsabilità individuale, quella ancora capace di scelte, come afferma Blasi, che ammette di aver rinunciato all’opportunità di monetizzare il suo successo. È nella forza di questa scelta che la scrittrice individua una (fragile) linea divisoria tra le parole influencer e intellettuale. Nell’oblio, forse, di un diverso peso specifico della seconda. Paolo Nori osserva come in Russia “sono uno scrittore” sia considerata una frase un po’ “indecente”, una considerazione che riecheggia l’intervento di Daniele Giglioli: “l’intellettuale è quella figura per cui, quando se ne parla, vuol dire che c’è qualcosa che non va”.

L’influencer? È colui che apparentemente influenza, che in realtà è influenzato, per la necessità di farsi interprete di una domanda di mercato. Non stimola alcuna sovversione, ma produce un appiattimento. Più “persona” o maschera che individuo, non è costruttore di senso, ma abbraccia abilmente il sentire comune per vendere un prodotto. Se stesso.

Il dubbio di un’assonanza tuttavia permane, ed è difficile dipanarlo, soprattutto pensando allo storico di coloro che hanno sull’intellettuale hanno sparso rivoli d’inchiostro. In uno slittamento inevitabile di significato, il “critico del potere” di Fortini si colloca in antesi al “servo del potere” di Gramsci. Qual è la strada giusta? Pecoraro pensa, giustamente, all’intellettuale d’apparato, figura che nel Novecento si muove in un definito campo d’azione, sia esso il mondo liberale, comunista, cattolico o fascista. In barba alla libertà e alla critica dell’ordine precostituito. Oggi la bussola politica è collassata e, a detta, di Pecoraro, resta solo il liberalismo e “il fascismo naturale: la parte animale, insita in ognuno di noi”.

A questo crollo si accompagna quello di qualsiasi mediazione. Non più periodici di partito, ma internet, la grande piazza virtuale. Dove ogni pensiero si libra in un istante veicolato da un unico superconduttore, l’emozione. Come afferma Giglioli, “cambia il ruolo ma non l’esigenza”, quella di trovare un’efficace risposta alla domanda: chi l’ha detto? Se essa è autorevole, ci collochiamo sul versante democratico. Più spesso, a sopperire all’assenza di autorevolezza è il carisma. In questa dialettica dannunziana, è chiaro il lato su cui giace l’influencer. Giglioli osserva che “le mediazioni non sono finite, si sono moltiplicate infinitamente”, un fatto che rende cadùco il lavoro dell’intellettuale di antica leva. Per riprendere Hegel, però, di solito l’immediatezza facilita la banalità.

È in corso di dispiegamento un passaggio nel dispositivo narrativo comune. Si scivola dal mito dei poteri dominanti al mito dell’algoritmo, nuovo ma altrettanto “inverificabile”, aggiunge Pecoraro. La verità è che l’intellettuale che lavora alla costruzione della pubblica opinione può solo adeguarsi ai mezzi moderni. Il lavoro intellettuale si deforma allora fino a trasformarsi in cessione delle competenze, lo scrittore diventa testimonial. Una prospettiva intrisa di un’inguaribile pessimismo?

Giglioli risponde così: “Non sono pessimista, voglio solo constatare che oggi non è più vero che le idee dominanti sono quelle della classe dominante. Sono, infatti, quelle della classe cosiddetta dominata. Ma questo non vuol dire tacciare tutti i giovani di nichilismo. In un mondo in cui chiunque può dire ‘ho notato questo, riflettiamoci insieme’ non è necessario essere pessimisti. Le cose sono andate bene finché l’intellettuale è riuscito a tenere il bandolo delle emozioni. Non abbiamo perso la voglia di sapere”. E, segue Paolo Nori, “Credo che si possa essere pessimisti e vivere benissimo. La disperazione è bella”.

Si chiude così una discussione anarchica ma viva. L’ultima emozione di tre giorni di fiera che ci hanno sorpreso con una moltitudine di iniziative di grande spessore. Ringraziamo il BookPride, Rosetta, cheFare e tutti i viventi che hanno contribuito a realizzare il più bel weekend di questa primavera milanese.

Carla Nassisi

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Redazione Milano


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