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Harry e Meghan: è royal wedding, storia breve di un sogno pop

di Redazione Milano, in Media, del

Gli inviti sono stati spediti. Il pomeriggio del 19 maggio 2018 si terranno le nozze tra il principe Henry del Galles, meglio noto come Harry, e Meghan Markle, attrice americana. Un matrimonio che dista poco più di sette anni da quello tra il primogenito dell’erede alla corona del Regno Unito, William Mountbatten-Windsor, e Kate Middleton, oggi Duchi di Cambridge. Come per ogni royal wedding, un brusio di sottofondo pervade l’opinione senza accennare a spegnersi ma anzi divampando con maggiore intensità a ogni nuova notizia, chiacchiera o rumor riguardante l’evento.

Sarebbe tuttavia scorretto liquidare gli episodi che gravitano attorno alla famiglia reale più famosa del mondo come irrilevanti. Non si può trascurare l’impatto sull’immaginario collettivo di queste cerimonie e del loro corollario di scandali, tabloids, marketing di massa e dibattiti nei salotti televisivi. Il royal wedding britannico si è reso nel tempo protagonista di un’inevitabile ascesi alla dimensione mitica. Una curvatura verso l’alto che non fa presentire un tracollo nemmeno in un presente rigorosamente democratico.

Quello della famiglia reale è oggi più di ieri un simbolo a cui i britannici sembrano non voler rinunciare. Paiono lontani gli anni della nevrosi, quelli che seguirono la fine dell’era della “regina laica” Margaret Thatcher, quando un interrogativo perenne pesava sulle teste dei filomonarchici più accaniti. Erano quelli tempi in cui la precarietà del matrimonio tra il principe Carlo e l’infelice Diana Spencer saliva quotidianamente agli onori di cronaca, affiorando con brutalità specialmente tra le pagine dei tabloid, prodotti giornalistici di seconda scelta dedicati ai bulimici del gossip.

Del resto, è difficile sfuggire al rischio di immaginare parallelismi tra le rivelazioni scandalistiche sulle ambigue amicizie di Diana e la fibrillazione degli ultimi giorni per la diffusione di alcune conturbanti foto in lingerie della princess-to-be Meghan. Immagini che avrebbero fatto stormire a malapena un paio di foglie, fossero emerse nel corso della carriera di una Markle non compromessa per la vita con un sangue blu.

Quella abitata dai reali inglesi è una dimensione antropologicamente specifica. Ricevuta la chiave d’accesso a questo mondo parallelo, il tempo si rarefà e le norme sociali mutano radicalmente. La Duchessa di Cambridge Kate Middleton non può pronunciare parole come toilet o portion e durante ogni pasto deve dare tre morsi a ciascuna pietanza prima di abbassare la forchetta. Le antiche inimicizie tra Inghilterra e Francia le precludono l’utilizzo dei francesismi. I pargoli reali come il piccolo George possono indossare solo shorts (una tradizione che costerebbe un embolo a una mamma iperprotettiva del Belpaese).

Un altro fatto noto ma sempre taciuto riguarda le spese di mantenimento dei reali inglesi, superiori a quelle di tutte le altre casate reali d’Europa. Come scrive qualche tempo fa il New York Times, ripreso da Paolo Garimberti tra le pagine de La Repubblica nel giugno del ‘93, “Senza i palazzi e i loro splendori, i cocchi e le processioni, l’Inghilterra diventerebbe un Paese incolore e senza radici. Un sovrano ‘qualunque’ non sarebbe diverso da un presidente eletto”.

L’eccezionalità va dunque preservata, anche quando significa la rinuncia a un frammento di democrazia. Affidarsi e trovare conforto in questo immaginario è un’impellenza, per il suddito britannico. Altrettanto vero è che anche la cultura popolare internazionale ha imparato a nutrirsi dello spettacolo offerto dagli evanescenti personaggi-icone che si aggirano per gli appartamenti di Buckingham Palace. È quasi impossibile non subire la fascinazione di questo universo variopinto che prende forma concreta negli scintillanti mesi di preparazione al royal wedding.

La matrice comune a tutti i matrimoni reali post-vittoriani è lineare: lui in uniforme militare appuntata con il maggior numero possibile di medaglie, lei in un abito rigorosamente made-in-the-UK, tra le mani dei rami di mirto tagliati dallo stesso cespuglio che fornì alla Regina Vittoria la materia prima per il suo bouquet. Non da ultimo, un bagno di folla. La tradizione rituale che informa questo evento affonda le sue radici a tempi molto meno sospetti, quando l’ufficialità della cerimonia tendeva a rafforzare il senso di distanza ispirato dalle ieratiche figure che vi prendevano parte. Uomini e donne, certo, ma soprattutto simboli incarnati dello Stato.

Le cose iniziano a prendere una piega diversa a partire dal ventesimo secolo, quando l’avvento dei mass media consente a davvero tutti i sudditi di assistere – anzi, di essere presenti – alla funzione. Il rito vede cadere la scomoda scorza esteriore di ufficialità, risucchiato in un’atmosfera sempre più intima. La sua risonanza, paradossalmente, si amplifica. Anche i reali cercano di svincolarsi dalla rigidità dei propri ruoli – delle proprie personae ufficiali – non indifferenti all’aumento della temperatura affettiva che da mezzo secolo pervade la società ma che raggiunge per ultime le porte dell’Abbazia di Westminster.

Così nel 1923 il Principe Albert inaugura un’era di sposalizi ineguali, convolando a nozze con Elizabeth Bowes-Lyon, figlia di un aristocratico minore e quindi leggermente al di sotto dello standard di parigrado atteso per il coniuge reale. Poco male, visto che Principe Albert è solo secondo in linea di successione dopo il fratello Edward. La situazione precipita quando Edward sceglie di abdicare per amore della divorziata americana Wallis Simpson, decretando l’ascesa al trono di Albert con il nome di Giorgio VI. Elizabeth Bowes-Lyon dà poco dopo alla luce la futura Regina Elisabetta II, che ancora oggi detiene con presa ferrea le redini della Monarchia inglese.

Da qui in poi, la dialettica tra il rispetto delle formalità e l’umanizzazione progressiva della famiglia reale si è fatta feroce. Non che le tradizioni siano così dure a morire, come dimostra la triste parabola esistenziale di Diana Spencer. È anche vero che l’infelicità del matrimonio tra Charles e Diana non si è consumata nel chiuso delle mura silenziose di palazzi e residenze estive. L’immagine degli occhi velati dallo spettro della depressione della giovane Principessa si è moltiplicata all’infinito, rifrangedosi attraverso centinaia di migliaia di tubi catodici sparsi per l’Europa o forse per il mondo intero.

La vita dei reali si è fatta fiction, e come ogni buona fiction non si può rinunciare a un sempre rimpolpato repertorio di scandali e ostacoli narrativi per i suoi protagonisti. Questi strani esseri, un tempo monumentali, sono discesi dal proprio piedistallo per giungere nelle case di milioni di telespettatori, denudati dall’alone sacro e rivestiti da una buona dose di share.

Nel totale oblio della propria funzione originaria ma anche di una più difficilmente smantellabile ipostatizzazione sacrale – che spesso si considera la vera ragion d’essere della Monarchia Costituzionale – ai royals non resta forse che una parte da recitare. Una parte che è impossibile distinguere dalla vita stessa, pirandellianamente parlando. A calamitare gli sguardi, un’ordinarietà intrappolata in una casuale (e sempre più anacronistica e incomprensibile, ma proprio per questo così affascinante) straordinarietà.

Con l’esplosione social non si può che acutizzare la sensazione di essere al cospetto di nient’altro che un magnifico, dispendioso e patriottico reality show familiare. Dove l’unica differenza tra i Windsor e i Kardashian sta nella scenografia, mentre il principino George e Leone Lucia Ferragni, strizzati nelle rispettive uniformi, siano esse braghette di velluto in uso dal 1800 o tutine da vero bad boy costellate da loghi “Nike”, risultano accomunati nelle loro persone per la surreale evocazione di un piccolo Truman (dell’omonimo Show con Jim Carrey) che vede la luce – per prima, quella dei riflettori.

Umani o sovrumani, non ha più nessuna importanza. La famiglia reale britannica è tacitamente impegnata in un gioco di ruolo che non può prescindere dai nostri sguardi, come per i personaggi di una tragedia raciniana. Non si deve cercare, ingenuamente, di individuare unicamente nel rispetto della tradizione la loro caparbia e apparente impermeabilità ai cambiamenti. La società, in verità, non aspira a nessun mutamento particolare nelle convenzioni di Buckingham Palace, perché ha bisogno di principi e principesse (attingendo forse più all’immaginario Disney che a quello monarchico-reazionario di ispirazione maurrasiana).

Ha bisogno, in sostanza, di questa realtà-altra, diversa, incomprensibile, rappresentata più che rappresentativa. Che, nonostante tutto, non annoia mai: perché, nella sua disarmante sottomissione (e al tempo stesso limpida accettazione) al ruolo e alla tradizione, rompe con una delle ipocrisie della contemporaneità, ovvero la negazione del ruolo, la fede in un’autodeterminazione infinita possibile. La monarchia inglese si mette in vetrina, come tutti noi, ma a differenza nostra non finge di aspirare ad altro. Anche a costo di vivere, spendere e spandere a quest’unico fine.

Restiamo dunque in attesa del più recente (ma non ultimo) capitolo della saga di cui, si sa, l’acclamata serie The Crown è in effetti solo uno spin-off. Si aprirà con il royal wedding di Meghan Markle, un’attrice dalla pelle color cannella e dalla sensualità esplosiva, ingessata in un abito bianco, rametto di mirto del cespuglio della Regina Vittoria alla mano. Altro che Miley Cyrus nuda sulla sua wrecking ball roteante, o una Madonna provocande sulle note di Like a Virgin: l’ultima, selvaggia trasgressione è sposare un principe del Regno Unito.

 

Carla Nassisi

Redazione Milano


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