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Gli scrittori sono sempre controcorrente. Intervista ad Alessandro Gnocchi

di Pangea, in Interviste, Letteratura, del

giuseppe berto

L’apparenza è professionalità. Accuratezza. Stop. Sapete cosa significa ‘vita di redazione’? Vedere ogni giorno la propria vita travasata nella vita degli altri. Dalle 10 alle 21 in redazione. Il computer come l’oblò verso l’isola del tesoro. Un lavoro da travet. Altro che romanticherie da giornalista fustigatore dei potenti che annaffia gli articoli nel buon vino e affoga nel sorriso di una bella donna. Alessandro Gnocchi, caporedattore della pagina cultura de il Giornale, è così. Discreto, educato, competente. Professionale. Accurato. Poche parole ma buone. Altrimenti, meglio stare tra gli igloo del silenzio. D’altronde, sai che palle la vita di redazione. Gnocchi_coverIl caporedattore della cultura è pagato per scontentare tutti. La ‘firma’ che s’incazza perché gli hai tagliato il pezzo – pari a scartavetrare il divino membro di uno stallone – il misero collaboratore che si lagna perché il ‘pezzo’ non glielo metti in pagina; il fine intellettuale ti rimprovera perché ti occupi solo di cazzate e il direttore che ti snobba perché scrivi solo di roba che interessa a nessuno. Dietro l’apparenza, però, ci sono i lupi. Già. Secondo me nel corpo di Alessandro Gnocchi scalpitano i lupi. Esempi. Gnocchi è tra i rari giornalisti che se ne sbatte delle ‘firme’. Non fa il suo mestiere per implementare la già fitta agenda dei contatti. Non fa scrivere gli amici degli amici del potente. Gnocchi fa scrivere chi è bravo. Ma non sopporta che un articolo non sia perfetto, rotondo, armonico. Accurato. Se imbratti carta con la scusa della ‘notizia’, gira i talloni altrove. Gnocchi, per dire, è uno che scrive di Oriana Fallaci, che ritiene Stephen King un genio, che tiene il D’Annunzio fiumano come piccolo nume tutelare e che si è letto – in lingua originale – tutto Roger Nimier, lo scrittore fenomenale (e pressoché ignoto in Italia) che adorava gli estremi – combatte con gli Ussari nella Seconda guerra, sta dalla parte dei Céline, dei Charles Maurras, dei Drieu La Rochelle, si schianta nel 1962 guidando a manetta la sua Aston Martin – poi ascolta Garbo mentre legge Henry Furst, e mentre scrive del Bembo e dei Beach Boys affronta l’ultimo fluorescente videogame. Tutte queste cangianti identità precipitano nello studio – spigliato, sagace, contro l’ideologia del giudizio, verso la lettura come piacere sommo – dedicato a Giuseppe Berto Antonio Delfini. Scrittori controcorrente, appena edito da Giubilei Regnani (pp.144, euro 15,00). Come sempre, Gnocchi disseziona autori scomodi, laterali, spesso sconosciuti ai più, geniali. Con una idea di fondo, mi pare: la letteratura crocefigge le consuetudini e le convenienze, pugnala le buone virtù dei buoni cristi, ci ferisce con la meraviglia.

Intanto. Perché Giuseppe Berto, perché Antonio Delfini? Cos’hanno ancora da dirci, ora, di necessario?

“Hanno e avranno sempre qualcosa da dirci. Berto ha avuto fasi diverse. In ognuna di esse c’è qualcosa di interessante. Il male oscuro è dentro di noi e nella Storia. Berto ha raccontato il primo con sublime ironia e il secondo con suprema asciuttezza. Delfini ha mostrato come siano incerti i confini della nostra identità, sospesa tra sogni, ricordi e realtà. Le sue frustrazioni sono poi esplose in un pirotecnico fuoco d’artificio poetico, con rabbia senza eguali ha fatto a fette l’Italia ipocrita e ingorda. Tutto questo varrebbe comunque nulla se non fossero entrambi artisti sopraffini e originalissimi. I racconti (I ricordi della Basca, Misa Bovetti) e le poesie (Poesie della fine del mondo) di Delfini sono un caso unico nella letteratura italiana del Novecento. E i Diari… tutti da scoprire. Lo stesso si può dire per i racconti di guerra e prigionia e il romanzo Il male oscuro di Berto”.

Poi. Di Giuseppe Berto e di Antonio Delfini tocchi due testi ‘politici’, la “Modesta proposta per prevenire” e il “Manifesto per un partito conservatore e comunista in Italia”. Partendo da qui: che rapporto deve avere lo scrittore con il proprio tempo, con la Storia, con la politica, appunto? Che tipo di ‘impegno’ deve profondere a tuo avviso?

“Ho preso in esame due testi politici per una serie di motivi: il primo è che mi permetteva di raccontare la storia della amicizia tra Berto e Delfini, ancora ignota. No, non è vero. Quella è stata la ciliegina sulla torta. Il primo è che entrambi demistificano la storia d’Italia, ne danno una lettura controcorrente, per niente in linea con la retorica a cui siamo abituati. Il pamphlet di Delfini, una provocazione micidiale che metteva alla berlina il capitalismo all’italiana anche detto di relazione e tante altre cose, passò quasi inosservato ma ebbe almeno due attenti lettori. Pasolini e appunto Berto. Il pamphlet di quest’ultimo, dedicato a Delfini, fu massacrato dai critici. Perché? Oggi lo possiamo dire: perché non si inchinava davanti alla cultura di derivazione marxista. Insomma: sono esistiti anche artisti non allineati al conformismo e inclassificabili. Ma non se ne parla mai. Al massimo si applica loro l’etichetta offensiva e insignificante di irregolari. Per liquidarne le idee più urticanti. Impegno è stato spesso sinonimo di propaganda. In Berto e Delfini l’unico impegno è cercare la verità, nei limiti di quanto sia possibile”.

Ancora. Con una certa ansia certosina scavi, da giornalista, nei tunnel di una narrativa anomala, laterale, sinistra. Mi riferisco, oltre a Berto e a Delfini, a Drieu, a Nimier, a Bettiza, per dire. Ritieni che ci sia un ‘controcanone’ del Novecento ancora da dettagliare?

“Non è sinistra. Tutti gli autori che hai citato sono dotati di un estremo senso dell’umorismo, Berto e Delfini in particolare. Io scrivo degli autori che mi piacciono, che ritengo importanti per me. Spero lo siano anche per altri. Il senso è tutto qui, pura divulgazione, spero non inspida, per il piacere di condividere una passione. Coincidenza vuole che mi piacciano scrittori a volte finiti ai margini dell’industria editoriale italiana. Per i motivi più disparati ma spesso ideologici. I discorsi sul canone non mi appassionano, neppure li capisco, non ci sono argomentazioni critiche definitive o inoppugnabili. Certamente il mondo della letteratura è molto (ma molto) più vasto e interessante di quello che sembra sfogliando i cataloghi degli editori o tenendosi informati sulle novità o leggendo i critici letterari”.

Ora. Dal tuo palco giornalistico: come è messa la letteratura italiana, oggi? C’è qualcosa che vale la pena leggere o è meglio ritirarsi nelle catacombe del tempo che fu?

“Nelle catacombe, speriamo il più tardi possibile, ci finirò io. Il tempo stringe, il camposanto si avvicina. Per questo non posso perdere tempo a leggere cose che mi dicono nulla. Contemporanei o antichi, per me non fa alcuna differenza. Stendhal e Balzac sono nostri contemporanei. Dante e Petrarca, anche. Lo saranno per sempre e per chiunque. Naturalmente sarà così anche per qualche autore vivente. Divertiamoci a spararle grosse: io dico che resteranno Patrick Modiano (per l’opera nel suo insieme), Michel Houllebecq (per Estensione del dominio della lotta e Le particelle elementari), Edward St Aubyn (per la saga dei Melrose) Jonathan Littell (Le benevole) e Mathias Enard (Zona). Ah, dimenticavo Vollmann, difficile scegliere un libro forseUltime storie e altre storie. E Tom Wolfe, per Il falò delle vanità e i suoi reportage. E Cormac McCarthy, per ‘La trilogia della frontiera’ e La strada”.

Ultima. Che senso hanno, oggi, le ‘terze’ dei giornali nazionali, di carta? Non sono del tutto superate, sputtanate? E tu, come vinci l’osceno del luogo comune, del catalogo postalmarket delle novità editoriali?

“Va di moda dire male delle terze pagine e metterne in risalto i limiti. Beh, ci sono, inutile negarlo, e sono molto evidenti. Il più grave è che si parla sempre delle stesse trenta persone. Non c’è  forse categoria meno curiosa dei giornalisti: vogliono (quasi) tutti scrivere degli stessi libri e degli stessi eventi. Detto questo, nel mio piccolo, ho stampato dieci interviste ai maggiori filosofi italiani, sei ai critici letterari più noti, dieci puntate sugli scrittori impubblicabili o pubblicati lacunosamente in Italia con inediti di Bernanos, Pessoa, Lawrence, Houellebecq, Nimier e altri. Tutte cose poco giornalistiche che sono certamente tra le cose più riuscite della mia gestione da caporedattore. Aveva ragione il fondatore del Giornale Guido Piovene: per essere buoni giornalisti culturali non bisogna essere troppo… giornalisti. Al di là delle serie citate, è quello che provo a fare ogni giorno. Sarebbe però sbagliato non dare ai lettori anche quello che tu definisci il postalmarket delle uscite editoriali. C’è chi compra un giornale per sapere cosa è uscito, e bisogna pur dirglielo, magari facendo qualche scelta, è chiaro”.

In corner. Una domanda ‘intima’, se possibile. Dedichi il ‘BertoDelfini’ a tuo figlio. Perché?

“Perché pensi con la sua testa e non si faccia mai imporre dagli altri gusti e predilezioni. Ma anche perché ho tirato giù dagli scaffali della libreria di famiglia gli scrittori preferiti miei, di mio padre e di mia madre.  Che continui la tradizione. Una volta, al liceo, mi lamentai con mio padre perché mi era stato dato da leggere per le vacanze un romanzo di Andrea de Carlo che trovavo insopportabile. Lui mi regalò i racconti di Delfini e Il cielo è rosso di Berto: ‘Leggi questi, vediamo se hanno il coraggio di lamentarsi’”.

www.pangea.news

Pangea


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