• 21/06 @ 14:54, @SopravviviMi @MediasetTgcom24 @laurabusn Grazie mille!
  • 21/06 @ 14:54, RT @SopravviviMi: I consigli del libraio di Giugno! Su Letti a Letto @MediasetTgcom24 @laurabusn della Libreria Cultora di #Milano @culto…
  • 09/03 @ 15:51, La direzione di #HistoricaEdizioni saluta dal proprio stand un tempo nuovo, un #tempodilibri e di #cultura. In fot… https://t.co/JzpN8XKnCN
  • 09/03 @ 14:02, Oggi c’è aria di #ribellione a #tempodilibri. https://t.co/XZYA5tEy1E #Copertina a cura di Giulia Capitani… https://t.co/4f2XDrOzQp
  • 09/03 @ 11:57, Perché esiste #gendergap nel mondo della scrittura? A #tempodilibri, l’incontro “Leggere è femminile, scrivere è m… https://t.co/vWprmOGtSI
  • 08/03 @ 18:09, #8marzo, #tempodilibri ma anche tempo di #donne. Marta Meli, giornalista SkyTg24, apre il confronto su donne e scie… https://t.co/9QWlTubM97

Gli Oscar più politici di sempre: la statuetta anti-Trump di Los Angeles

Avatar di Santi Cautela, in Cinema, del

C’è stato un tempo in cui le cerimonie degli Oscar erano oggetto di critica perché “troppo bianchi tra i nominati”. Da allora sono passati una manciata di anni e tanti cose sono cambiate.
Per l’Academy un Presidente bianco ultra-conservatore che ha fatto della lotta all’immigrazione clandestina – da quelle parti si chiama ancora così – il suo vessillo, non poteva essere tollerato.
E così ecco praticamente il razzismo degli anti-razzisti. Quella del 2019 sarà ricordata come la cerimonia degli Oscar più politica di sempre. Lo ha detto anche Spike Lee quando è stato premiato per il suo BlacKkKlansman: “le elezioni sono vicine”. 
E se lo dice uno che ritira una statuetta per un film inchiesta sul Ku Klux Clan, ci potete credere. Anche perché, diciamolo, Spike Lee non se lo è mai filato nessuno a Los Angeles. Nel 2016 non partecipò alla cerimonia degli Oscar perché considerata “so white”. Nessun nero nelle nomination che contano. Nel frattempo, da Inarritu ad Alfonso Cuaron, fino a Guillermo del Toro, gli Oscar sono diventati So Messican. 
Tantissime le statuette dedicate in questi anni ai registi “immigrati”. Tant’è che il dubbio viene se improvvisamente la giuria “tecnica” – la chiameremmo così se fossimo a Sanremo e proprio a Sanremo quest’anno c’è stata una vicenda simile – seleziona titoli “pro-migranti” e premia solo afroamericani o immigrati. Le elezioni sono vicine, ricorda Spike Lee sul palco, quindi l’industria diviene “egemone” in senso culturale e gramsciano. Bisogna farlo fuori questo pericoloso Presidente eletto dal popolo. Fa niente se resta il dubbio sul “Primo Uomo” con un grande Ryan Gosling escluso dagli Oscar (film troppo bianco forse?) e persino sul patinato “A star is born” che si deve accontentare di una sola statuetta – inevitabile – per Lady Gaga, che tra l’altro fa abbondantemente parte del sistema pro-migration.
Esclusi taluni inclusi altri: come il film Black Panter che tra tutti i comics-movie non è neanche tra i migliori ma riesce comunque a farsi nominare tra i migliori film. Roma, film girato in Messico con un cast di “messicani” e con un regista messicano, riesce a posizionarsi addirittura tra i migliori film e, in caso di insuccesso, come miglior film straniero – altra anomalia – tanto da vincere quest’ultimo premio perché “bisogna che si vinca”. Green Book è il film più bello quest’anno – e siamo anche d’accordo – però dare la statuetta a Mahershala Ali – meritatissima tra l’altro – e non a Viggo Mortensen anche (come attore protagonista) è uno strafalcione, visto che entrambi gli attori, nero e bianco, compongono le loro rispettive parti nel film in maniera complementare e perfetta. Perché bisognava dare il premio a Rami Malek, attore che interpreta Freddie Mercury in playback in un film mediocre secondo la critica, però, come ricorda lo stesso Malek salito sul palco a ritirare il premio “io sono egiziano, questo film parla di un omosessuale immigrato che ha vinto i pregiudizi.”
Allora ci fate pensare male due volte. Emma Stone poteva infine vincere con “La Favorita” il ruolo di miglior attrice non protagonista e invece si porta a casa la statuetta Regina King che recita pochi minuti in un film sul razzismo – manco a dirlo – tutto afro. 
Per Vice – l’uomo nell’ombra, forse il più europeo dei film in gara, niente. Non sono bastati i 20 kg in più di Christian Bale. Per vincere bisogna essere neri, migranti o in alternativa trattare un film sulle diversità. L’Academy ci ha abituato a questo da quando c’è un Presidente come Trump alla Casa Bianca. Ma noi vogliamo comunque pensare che a vincere sia stato il cinema, come sempre. Anche quando, per dirla a la Buttafuoco, i professionisti dell’antimafia/lotta al razzismo, dimenticano che se vogliamo davvero l’eguaglianza sociale, dobbiamo accettare il rischio che la meritocrazia possa far fuori indistintamente neri, bianchi, messicani e italiani. 
Non ditelo ad alta voce però o perderete la possibilità di correre per l’Oscar dell’anno prossimo. Le elezioni sono vicine.

Avatar

Santi Cautela


Cultora © 2019, Tutti i diritti riservati | Historica di Francesco Giubilei - Via P.V. da Sarsina, 320 - Cesena (FC) - P.I. 04217570409
Privacy Policy